La cessione del credito si è in parte bloccata e molte imprese si trovano in difficoltà. Alla base ci sono la mancata previsione dell’impatto economico sul bilancio pubblico, la saturazione del cassetto fiscale delle banche ma anche una strategia incerta

[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”2,4,5″ ihc_mb_template=”1″ ]

Alla fine i draghi stanno vincendo contro Superman. Se fosse un film si potrebbe sceneggiare una bella storia di supremazia piena di effetti speciali e Cgi (computer generated imagery), con il supereroe che purtroppo nulla può contro il fuoco della creatura fantastica, che brucia tutto ciò che non è di suo gradimento.

Perché diciamocelo, a Mario Draghi il superbonus non piace, non è mai piaciuto e appena ha avuto una scusa per iniziare ad affossarlo non se l’è lasciata scappare. E la scusa è stata la scoperta di frodi fiscali generate non dal superbonus, ma dal meccanismo pensato per farlo funzionare e rapidamente utilizzato dagli altri bonus, bonus facciate e 65%.

Se questi due bonus fossero personaggi del film sarebbero quelle figure che rubano al protagonista la cosa per lui più importante, la cessione del credito in questo caso, facendo ricadere la colpa sugli altri.

E il supereroe della nostra storia, purtroppo, nulla può e nulla potrà contro di loro, che hanno semplicemente utilizzato le regole che erano state costruite per agevolare il superbonus e che, per norma, andavano estese a tutti i bonus. Come costringere Superman a esporsi alla radioattività della kryptonite, facendogli perdere le sue forze speciali, mentre gli altri personaggi al contrario acquistano maggiore forza. 

Per tacere della necessità per Superman di trovare una cabina telefonica dove trasformarsi da umano in supereroe, mentre gli altri non hanno, o meglio non hanno avuto, fino a novembre dello scorso anno nemmeno bisogno di nascondersi.

superman

Superbonus: passaggi burocratici

La metafora della cabina telefonica è chiaramente riferita al compendio articolato di passaggi burocratici che regolano il superbonus (e provate voi a cambiarvi in una cabina telefonica, a patto di trovarne una), un sistema controllato e controllabile in ogni sua fase e momento, nel quale molte figure di certificatori intervengono a garantire la correttezza del processo che, come abbiamo sempre scritto, di fatto produce e ha prodotto fin dall’inizio moneta fiscale, solo che non si è voluto chiamarla così e analizzarne gli impatti. 

Questo è stato il nodo principale, non verificato nella sua complessità applicativa nell’estensione a tutti i bonus, perché mentre un percorso di superbonus deve passare attraverso molti livelli certificati di controllo, il bonus facciate e, in una certa misura anche il 65%, non aveva tutte queste necessità.

Anzi, è come se a un certo punto del film al comprimario sullo sfondo arrivasse in dote una bella dose di kryptonite con la quale acquisire superpoteri senza alcuna limitazione e regola.

E da qui in poi nel film si scatenerebbe il drago che, vista la malparata, come un deus ex machina inizia a sputare fuoco e fiamme contro tutto e contro tutti, senza considerare le differenze tra i personaggi in azione, peraltro dando la colpa a Superman di aver reso tutti supereroi, con il rischio di far finire tutto come nella più classica delle tragedie greche, facendo morire praticamente tutti i personaggi.

Ma se fosse un film che finisse in questo modo tutti noi sapremmo già che il regista ha in mente un sequel, dove ci sarebbe il riscatto del supereroe contro gli approfittatori. Ma in questo caso il sequel non c’è e non ci sarà, molto probabilmente, perché ormai Superman è diventato il cattivo a tutti gli effetti, con gli altri bonus sornioni che lo guardano da distante sogghignando tra i denti e accontentandosi di quel poco di kryptonite che gli viene garantita, diciamo un 60% e un 65%, per tacere del fatto che ad alcuni basta il 50%.

Perché il superbonus è diventato tutto d’un tratto cattivo?

Perché il superbonus è diventato tutto d’un tratto cattivo? Perché ha messo in evidenza la debolezza dello Stato dal punto di vista della capacità strategica di pensare a politiche energetiche strutturali.

Viviamo nel sogno della straordinarietà e degli aiutini e i promotori del superbonus hanno saputo giocare bene questa carta, certo in un momento difficile per l’economia italiana colpita dal lockdown, costruendo un immaginario fatto di lavori gratis, pagati dallo Stato e facilitati dalle banche, per riqualificare le proprie abitazioni e rigenerarle energeticamente.

Il messaggio del tutto gratis è stato forse, paradossalmente, il primo e più importante effetto detrattore del superbonus, perché la realtà dei fatti da subito ha messo in evidenza che sarebbe stato ben difficile avere i lavori effettivamente gratuiti. E, dunque, quello che la politica al tempo ha venduto come riqualificazioni gratis per tutti di fatto non lo erano.

Ma c’è da dire che da un altro lato il superbonus, grazie a questa spinta comunicativa, dopo un primo momento di stallo dovuto alla mancanza di strumenti operativi per farlo funzionare, poi ha iniziato comunque la sua corsa, e non potrebbe essere stato altrimenti.

Ma la vera corsa l’hanno iniziata prima di lui gli altri bonus, quelli che grazie all’estensione del meccanismo della cessione del credito e dello sconto in fattura, erano già in pista, pienamente operativi e senza regole legate a tetti di spesa, a certificazioni e prescrizioni, a limiti prestazionali dei materiali, a tante cose che per il superbonus sono la norma obbligatoria.

E per questo motivo quando a novembre dello scorso anno l’Agenzia delle Entrate ha scoperto poco più di 4 miliardi di euro di frodi si è subito gridato al superbonus come al colpevole.

Ma la verità era un’altra e pochi, e poco ascoltati, l’hanno raccontata in modo corretto, cioè che dei 4,1 miliardi di frodi, 4 miliardi erano frodi legate al bonus facciate (2 miliardi) e al 65% (altri 2 miliardi), mentre solo 132 milioni al superbonus.

Ed ecco quindi l’accelerazione del governo Draghi, giusta si intende, verso sistemi di correzione di queste distorsioni, che però hanno creato l’effetto di iniziare a raffreddare i bollenti spiriti della corsa al superbonus.

Certo, ci si può chiedere quanto possa durare un sistema di incentivazione fiscale così potente, e la risposta è arrivata a fine 2021 con la legge di Bilancio che ha dettato i tempi di uso dello strumento, mettendo paletti a chi lo stava usando di più, i proprietari di case singole, lasciando campo di manovra un poco più ampio per i condomini (che rimangono gli edifici più energivori delle nostre città e quelli per i quali il superbonus era, in definitiva, stato pensato).

Ma da inizio gennaio un susseguirsi continuo di interventi normativi, agiti in decreti non specifici, ha ridisegnato costantemente, ogni 20 giorni, le regole del gioco. Di tutto il gioco? Non di tutto, soprattutto di quello legato alla cessione dei crediti, limitandone inizialmente in modo estremo la portata, poi dando qualche piccola prospettiva in più, poi mettendo altri paletti e blocchi che, di fatto, stanno raffreddando significativamente il mercato.

Il superbonus è cattivo perché ha messo in luce l’incapacità del Governo di prevedere gli effetti delle proprie scelte in un settore che, pur beneficiato dall’elargizione straordinaria di incentivi mai visti, ha comunque necessità di tempo, per organizzarsi, per programmarsi, per definire modalità e strategie per utilizzare gli strumenti a disposizione.

L’edilizia, le costruzioni, l’urbanistica, sono ambiti lenti, sono settori che necessitano di tempo, perché i processi decisionali, prima ancora di quelli attuativi, sono lunghi e spesso non lineari. Se a questi sistemi si cambiano ogni 20 giorni le regole del gioco, il gioco si inceppa, si blocca e i giocatori abbandonano il tavolo, impossibilitati a giocare e ad esprimere le proprie capacità.

Perché c’è da dire che questa vitalità che il mercato delle costruzioni ha conosciuto nel 2021 è figlia anche di una capacità di gran parte del sistema delle imprese della filiera di agire ed operare secondo sistemi e approcci orientati al raggiungimento del migliore risultato. I dati sulle frodi sono lì a testimoniarlo.

Se non mi dai regole gioco liberamente, ma se mi dai regole certe e un buon manuale d’uso del gioco allora ti dimostro che le mie capacità di giocare sono elevate. E il sistema, la filiera nel suo insieme, si è organizzata per seguire le regole del superbonus, e questo sarebbe un bel punto di partenza per una riflessione su un settore che invece è ancora oggi, e in alcuni casi pure giustamente, dipinto come un settore refrattario alle regole.

I numeri del superbonus

I numeri dei superbonus confermano questa interpretazione. Alla fine di maggio sono 172.445 le asseverazioni prodotte con il superbonus del 110% per un totale di 30,7 miliardi di euro di investimenti attivati, in aumento di 3,3 miliardi rispetto alla fine di aprile, dei quali 21,5 relativi a lavori già realizzati (2,3 miliardi in più rispetto a fine aprile).

Sono 172.445 cantieri, con una filiera organizzativa e procedurale complessa e articolata, una filiera che ha prodotto investimenti che da qui alla fine del periodo di valenza della norma arriveranno a circa 60 miliardi di euro. 

Una filiera che inizia a sentire il peso del rallentamento della domanda e che oggi deve iniziare a chiedersi cosa accadrà quando la grande scorpacciata del 110% frenerà e diventerà un pranzo da 75% per tornare poi alla dieta classica del 50% o del 65%.

E la filiera dovrà interrogarsi però anche sulle proprie colpe, quelle ancora una volta generate da un sistema ministeriale che non ha compreso che scrivere le norme per l’edilizia deve prevedere lo studio degli scenari di applicazione delle norme stesse.

Perché non si spiega altrimenti l’aver introdotto criteri e limiti prestazionali per i materiali da utilizzare legando questi criteri e limiti tecnici a limiti dei prezzi dei materiali stessi molto elevati rispetto a quelli esistenti nel mercato, e senza mettere in piedi un sistema di monitoraggio dei prezzi tale da controllare l’andamento del fenomeno.

Questo ha generato una speculazione data dal combinato disposto tra soglia di incentivazione fiscale, cessione del credito e limiti di spesa elevati. In pratica ha spostato verso l’alto i preventivi, che con l’aumento dei prezzi dei materiali dovuti alle speculazioni internazionali post lockdown trovavano anche una loro ragione, ma che hanno avuto anche la certificazione ufficiale ministeriale e dunque un ottimo alibi.

Se mi dai una soglia di spesa e il risparmio non è una opzione, perché con gli incentivi posso spendere il massimo, ovviamente il mio posizionamento sarà a quel livello e mai ad un livello inferiore.

Cessione del credito

Quindi, se proprio dovessimo cercare un colpevole, in una situazione che ha tanti colpevoli e tanti coprotagonisti, è il non aver pensato come il fenomeno della cessione del credito avrebbe funzionato una volta fatto uscire dallo stretto uso pre-superbonus, quando potevano utilizzarlo pochissimi soggetti nel campo dei lavori condominiali e per casi tutto sommato molto isolati.

L’apertura, per legge, della cessione dei crediti a tutte le tipologie di bonus e non solo a quella del superbonus avvenuta nel 2020 con il decreto Rilancio, ha generato nel solo ambito del superbonus oltre 30 miliardi di lavori incentivati, ai quali vanno aggiunti i lavori relativi agli altri bonus (una recente indagine del Sole 24 Ore aveva contato oltre 40 miliardi di crediti ceduti vesto i principali istituti bancari).

Su questa enorme cifra il sistema della cessione dei crediti, oggi in pratica disincentivata dal Governo, agisce come una spada di Damocle sulle imprese che, fidandosi delle regole, ha attivato sconti in fatture che oggi contano oltre 5 miliardi di euro di incagli.

Perché ci sono questi incagli, perché si sono creati? Semplicemente perché le imprese si sono accorte più tardi delle banche che il Governo avrebbe iniziato a frenare su questa opportunità. Il sistema bancario, come sempre, di fronte a potenziali rischi si sottrae all’incognita del futuro, cercando di lavorare sulle certezze del presente. E in questo caso certezza significa limitare o ridurre o chiudere del tutto i rubinetti della cessione.

Non solo le banche, anche altri istituti che hanno agito molto spregiudicatamente di fronte al miraggio del giro d’affari della clientela, eliminando controlli e verifiche che sarebbero state utili per prevenire le frodi, per esempio. E non serve far nomi, basta solo scorrere la classifica dei crediti acquistati dal sistema finanziario pubblicata ad aprile dal Sole 24 Ore.

Il nodo vero è domandarsi se oltre al superbonus si può pensare ad una politica strutturale di riconversione energetica del patrimonio energivoro italiano e la risposta è «sì» e non è nel superbonus, ma in una corretta e articolata politica di incentivi che a partire da queste esperienze definisca obiettivi, azioni e ruoli, oltre agli strumenti.

La cessione del credito è uno strumento potentissimo che se usato con attenzione può diventare un forte volano per gli investimenti di cui necessitiamo per raggiungere gli obiettivi di Agenda 2030 e del Protocollo di Kyoto.

Se si pensa che, secondo recenti comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate, nei cassetti fiscali privati ci sarebbero più di 50 miliardi di crediti a disposizione, dunque assorbibili non dalle banche ma direttamente da imprese e altri soggetti. 

Certamente non è una strada quella di dare regole, cambiare le regole e cercare di bloccare chi prova a giocare secondo le regole, perché alla fine si mina la fiducia non solo dei settori coinvolti, ma soprattutto dei consumatori e degli investitori che in questo periodo hanno dimostrato di credere in questo sistema attivando investimenti notevoli certificati “in chiaro” che altrimenti potrebbero prendere la strada grigia o di colore ancora più scuro ben conosciuta nel settore.

Certezza delle regole

Il punto è proprio questo, dunque, ovvero garantire regole e certezza della loro applicazione nel lungo periodo, ma senza continui aggiustamenti e cambiamenti che inseriscono nel mercato l’idea che attivarsi oggi potrebbe essere controproducente domani.

Basta osservare il tira-e-molla politico sul tema dei superbonus per le monofamiliari, che di fatto ha reso impossibile il suo uso quest’anno. Il mercato infatti sta già rispondendo negativamente, con un rallentamento degli investimenti che ha motivazioni solide nel ritenere rischioso oggi investire se non in presenza di un quadro complessivo di certezza.

I 5 miliardi di incagli senza spiragli di soluzioni politiche e governative, sono 5 miliardi di problemi da risolvere e che non possono essere procrastinati. Certo è che se di fronte al pensiero contrario del premier rispetto al superbonus, sembra quasi che la strategia di bloccarlo stia dando i suoi frutti.

Diciamo che se tornassimo al film iniziale e dovessimo dare un nome alla sostanza in grado di annullare la potenza del superbonus, esattamente come la kryptonite annulla i poteri di Superman, andrebbe chiamato «sistema di cessione dei crediti», che se non sbloccato rischia di incagliare non i crediti bloccati nei cassetti fiscali, ma migliaia e migliaia di imprese che hanno giocato secondo le regole e che oggi si trovano a non poter cedere questi crediti alle banche e dunque a decidere se proseguire aprendo fronti debitori con le banche oppure chiudere l’attività.

Il nodo vero è questo, non se il superbonus è buono o cattivo, ma le regole per poterlo usare, ben sapendo inoltre che è un bonus a scadenza ma essendo consapevoli che dagli errori, tanti, commessi dai nostri politici si può pur sempre imparare per dare al settore la certezza di un futuro senza la sorpresa di un nuovo articolo che cambia le regole in qualsiasi futuro decreto.

[/ihc-hide-content]


Articoli correlati