Il caso Milano non è stato ancora risolto: edifici in costruzione (con regolari permessi) restano bloccati.
Gli elefanti, pare, hanno una memoria di ferro. Non sono i soli: ce l’anno anche le imprese, specie quando sono coinvolte in situazioni paradossali. È il caso, nelle costruzioni, delle cooperative che sono coinvolte in alcuni progetti nell’area milanese, una delle città più bisognose di nuovi edifici residenziali, specie se a prezzi calmierati. Il problema è, denunciano le cooperative, che è tutto congelato a causa dell’immobilismo degli uffici del settore urbanistica del Comune. Per intenderci: in questo caso l’immobilismo non è frutto di pigrizia, ma dell’atmosfera seguita alle indagini della magistratura sui permessi concessi per alcune realizzazioni immobiliari. In sostanza, costruzioni vere e proprie a fronte di progetti di ristrutturazione. Giuste o sbagliate che siano queste iniziative, il risultato è che gli amministratori comunali e i tecnici cercano di non muovere una matita senza l’assenso dei magistrati, per evitare cattive sorprese e ritrovarsi a San Vittore o ai domiciliari. Salvo poi essere scagionati dopo aver passato qualche mese poco piacevole. Una storia che riguarda Milano, ma che è un paradigma anche per resto d’Italia.

Il risultato è che cooperative come Ccl e Lum hanno bussato a Palazzo Marino per cercare di riavviare progetti sono bloccati da anni. Progetti che a suo tempo avevano ricevuto non solo un permesso, ma anche l’incoraggiamento del Comune. Come nel caso di un edificio in viale Certosa, per cui sono stati investiti 40 milioni per realizzare 168 alloggi, di cui 39 con affitti calmierati, più 36 in vendita come edilizia sociale, e il resto sul libero mercato con prezzi convenzionati. Più o meno la stessa filosofia che poi è stata abbracciata dal Piano Casa del governo. In questo caso, tra l’altro, le costruzioni avevano ottenuto un regolare permesso a costruire e non la semplice Scia, quella finita nel mirino della procura. Attenzione: non si tratta solo di un problema di costruttori, dato che ci sono i soci delle cooperative che aspettano l’abitazione. E il caso di viale Certosa non è l’unico. La cronaca annota anche altri progetti bloccati, come quello di via Taggia, dell’ex Macello, dello Scalo di Porta Romana e del quartiere Bonola: in totale 200 milioni di investimento, sempre con affitti calmierati e edilizia sociale. Tutto bloccato.
Il problema riguarda non solo Milano, ma anche il resto d’Italia, perché è a livello centrale che il Parlamento non è stato varato alcun provvedimento capace di sanare, legiferando, questa situazione paradossale. Il cosiddetto decreto Salva-Milano, che poi salverebbe il buonsenso, è rimasto bloccato dai veti incrociati della politica. Risultato: soldi e abitazioni bloccati, con danno per le imprese e i cittadini coinvolti.




