Una celebre canzone interpretata nel 1984 da Fiorella Mannoia recitava «come si cambia per non morire». Può sembrare paradossale, ma questa frase si adatta perfettamente a quanto avvenuto negli ultimi 40 anni in Italia in tema di classificazione sismica.
Il 1984 è un anno famoso, nella storia antisismica italiana, ovviamente non tanto per la bella canzone scritta da Maurizio Piccoli e Renato Pareti, o per il libro omonimo di George Orwell ambientato in un futuro distopico, ma perché proprio quando, con decreto ministeriale (n.35 del 19 giugno 1984), poi abrogato dalle successive Norme tecniche relative alle costruzioni antisismiche, (24 gennaio 1986), i limiti della classificazione del territorio italiano sono stati completamente ridisegnati con un primo, notevole aumento di comuni interessati, poi incrementati da norme regionali e da successive adozioni nazionali di successive classificazioni.
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Analizzando la legislazione antisismica italiana, oggi è allineata alle migliori normative internazionali. Può anche essere cambiata in modo significativo con modifiche, cambiamenti e integrazioni, a volte anche di carattere regionale, per rispondere alle esigenze sempre più stringenti di criteri costruttivi che devono guardare alla sicurezza antisismica come un requisito generale di benessere preventivo per la collettività.
Una sicurezza che può essere raggiunta più facilmente non solo grazie alle soluzioni tecniche e tecnologiche del costruire o riqualificare antisismico, ma anche sfruttando le detrazioni fiscali previste e che oggi possono contare anche sui benefici del superbonus 110%.

Com’è cambiata la legislazione antisismica in Italia
Ma perché il 1984 è stato un anno importante per l’antisismica in Italia? La risposta a questa domanda si può trovare analizzando, brevemente, l’evoluzione della legislazione antisismica così come raccontata e descritta da uno studio eseguito dall’Ufficio Servizio Sismico Nazionale del Dipartimento della Protezione Civile (cfr. Bramerini, Martini, Lucantoni, 2004). È una storia pubblicata nella story map di Ingv e Università del Sannio nel MapJournal di Arcgis.
Secondo quanto riportato, le prime norme antisismiche in Italia nacquero in base a due regi decreti nel 1909, emessi in seguito al devastante terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908, che causò 120 mila vittime. I provvedimenti diedero alcune precise prescrizioni costruttive per la ricostruzione degli edifici, escludendo alcune aree dall’edificabilità.

Successivamente tali prescrizioni, con altre integrazioni, furono estese alle aree colpite dai terremoti dell’area etnea del 1911 e di Avezzano del 1915. Successivamente al terremoto dell’area dell’Alto adriatico riminese del 1916 un altro regio decreto estese alcuni divieti di edificazioni in aree con presenza di falde detritiche e altre situazioni di scarsa solidità dei terreni.
Tuttavia, la normativa in questione insegue ancora i terremoti, ovvero è una legislazione definita e approvata successivamente agli eventi calamitosi e di prevenzione antisismica si parla solo nelle prescrizioni localizzate nelle aree di ricostruzione. Così avvenne, per esempio, anche nei successivi terremoti della Val Tiberina del 1917, dell’Appennino Romagnolo del 1918, del Mugello e Toscano Meridionale del 1919, della Garfagnana del 1920: portarono all’emanazione del Regio Decreto n. 2089 del 13 ottobre 1924, che definiva le norme tecniche ed igieniche per la ricostruzione pubblica e privata, dove le uniche novità sono le prescrizioni, in cui si indica che le forze orizzontali e verticali non agiscono contemporaneamente, e che la progettazione deve essere eseguita da parte di un ingegnere.
Introduzione delle categorie sismiche
Successivamente, dopo ogni evento calamitoso degli anni successivi, dal terremoto di Ancona e Perugia del 1924 a quello di Siena e Grosseto del 1926, furono introdotte le categorie sismiche, limitando l’altezza dei fabbricati in zona sismica di prima e seconda categoria, rispettivamente a 10 metri e due piani e a 12 metri e tre piani.
Nel 1927 un altro Regio Decreto incrementò alcune prescrizioni nelle aree colpite da sisma e ad ogni evento calamitoso successivo la mappa dei comuni classificati come sismici si ampliò, a partire dal terremoto dei Colli Albani del 1927, proseguendo con quello del Friuli del 1928, del terremoto del Bolognese del 1929, dell’Irpinia e delle Marche Settentrionali del 1930, del Monte Baldo (VR) del 1932 e della Maiella nel 1933, senza dimenticare il tragico terremoto del Vulture del 1930, che causò 1.404 vittime in 50 comuni.

Successivamente a questi eventi, nel 1935, un altro Regio Decreto emanò le norme tecniche per l’edilizia, con speciali prescrizioni per queste località colpite nel periodo 1930- 1935.
Siamo ovviamente ancora molto lontani da una normativa preventiva di carattere nazionale, ma le norme inseguono gli eventi e così sarà anche per gli anni successivi, nei quali la mappa dei comuni sismici con relative norme tecniche aggiornate fu di fatto progressivamente adeguata inserendo la lista dei comuni colpiti dalle più recenti calamità.
Dal terremoto dell’Alpago-Cansiglio del 1936 a quello del Golfo di Palermo del 1940, da quello delle Marche meridionali e Abruzzo del 1943 a quello della Calabria centrale del 1947, da quello della Carnia del 1959 a quello della Valle della Velina nel 1961 e fino a quello dell’Irpinia del 1962 in pratica le norme non cambiarono, ma semplicemente venne
aggiornata la lista dei comuni interessati dalle norme tecniche specifiche per la ricostruzione in area sismica.
Istituzione del Servizio Sismico nel 1976
In seguito ai terremoti dei Monti Nebrodi del 1967, della Valle del Belice del 1968 e di Tuscania e Tarquinia del 1971 venne emanata una legge, la 64 del 2 febbraio 1974, che conteneva nuovi provvedimenti e prescrizioni del ministero dei Lavori pubblici.
Stabiliva (finalmente) che la classificazione sismica dovesse procedere su basi tecnico scientifiche e non solo sull’iscrizione dei comuni nell’elenco delle aree sismiche in quanto colpiti da eventi calamitosi.
Ma è solo con la successiva legge 176 del 26 aprile 1976, dal titolo Norme per l’istituzione del servizio sismico e disposizioni inerenti ai movimenti sismici del 1971, del novembre e dicembre 1972, del dicembre 1974 e del gennaio 1975, in comuni della provincia di Perugia che di fatto è stato finalmente istituito il Servizio Sismico, al quale è stato affidato il compito di aggiornare la conoscenza della sismicità del territorio nazionale e di predisporre elementi tecnici per l’aggiornamento delle norme.
Paradossalmente l’emanazione di questa legge avvenne pochi giorni prima del tragico terremoto del Friuli del 6 maggio 1976, che causò quasi mille morti, in seguito al quale divenne sempre più evidente la necessità di dotarsi di sistemi informativi e mappe tematiche sul grado di pericolosità del territorio e di esposizione ai movimenti tellurici.
Prima mappatura del rischio sismico italiano
Fu solo dopo il devastante terremoto dell’Irpinia del 1980 che si iniziarono a razionalizzare le conoscenze, a partire dai primi studi sulla geodinamica del territorio nazionale avviati dal Cnr, che sfociarono nella classificazione del territorio nazionale in base al cosiddetto coefficiente C di intensità sismica.
Nel 1981 si arrivò pertanto alla definizione di tre categorie sismiche basate su valori di accelerazione del terreno e di «scuotibilità» la cui traduzione in mappe di riclassificazione del territorio prese altri tre anni di lavoro alla commissione istituita presso il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, per giungere finalmente alla prima mappatura del rischio sismico italiano basata su analisi scientifiche, collegate a specifiche prescrizioni tecnico normative relative alle modalità di costruzione.
La principale novità della mappa del 1984, anno dunque importante nell’antisismica perché segna una svolta nell’approccio, non più post emergenziale, ma di prevenzione, soprattutto il notevole aumento dei comuni interessati da potenziale sismicità. Ma non finita qui.
I successivi studi realizzati grazie anche alle opportunità date dalla rete di rilevazione della sismicità presente sul territorio nazionale, unite alle informazioni desunte dai terremoti che si sono susseguiti fino a oggi, hanno di fatto costretto ad aggiornare costantemente le mappe, incrementando il numero dei comuni a rischio sismico.
Nel 1998 il Servizio Sismico Nazionale ha proposto uno studio di riclassificazione sismica del territorio denominato Proposta ’98, approvato dalla Commissione Grandi Rischi e poi trasmesso al ministero dei Lavori Pubblici, che per non è stato mai adottato.

Con il terremoto del 2002 a San Giuliano di Puglia in Molise, che ha causato 30 vittime, delle quali 27 alunni di una scuola elementare più la loro maestra, con grande commozione di tutto il Paese, è emerso come con la classificazione 1998 la zona di San Giuliano non classificata come area sismica sarebbe invece stata considerata tale e, dunque, avrebbe dovuto sottostare alle prescrizioni costruttive relative all’antisismicità.
La quarta zona sismica
È dunque a partire dal 2003 che sono stati finalmente istituiti i criteri per l’intervento in zone sismiche, mediante individuazione, formazione e aggiornamento degli elenchi delle medesime zone e le relative Norme tecniche per la progettazione, la valutazione e l’adeguamento sismico degli edifici.
È del 2003 l’introduzione della quarta zona sismica, a bassa sismicità: in pratica tutto il territorio nazionale è classificato come sismico, ovvero il rischio zero non esiste.
L’Italia è stata dunque divisa in quattro zone, dalla Zona 1, la più pericolosa, alla 4, dove vi è meno probabilità che si verifichino terremoti. Nella Zona 4 è facoltà delle Regioni definire l’obbligo della progettazione antisismica.
Negli anni successivi, le nuove conoscenze, rafforzate dagli eventi calamitosi di epoca recente (Abruzzo nel 2009, Emilia Romagna nel 2012, Amatrice nel 2016), hanno di fatto spinto le regioni a deliberare spesso in modo più stringente.
Dal 1984, anno della prima classificazione, che vedeva 2.965 comuni italiani su di un totale di 8.102 inseriti nella mappatura del rischio sismico, a oggi, dove tutti i comuni sono a rischio con diversi gradi di telluricità, sono stati fatti molti passi relativamente alla conoscenza e agli strumenti normativi e prescrittivi in termini di modalità costruttive e di consolidamento dell’esistente.



Adeguamento antisismico degli edifici esistenti: il caso del Veneto
Ma vi sono alcune regioni che hanno voluto cogliere anche le opportunità dei bonus sismici, introdotti come incentivi dallo Stato per l’adeguamento degli edifici esistenti, per riadeguare le proprie mappe.
Tra queste il recente caso del Veneto è esemplificativo di una mentalità che dopo oltre cento anni finalmente ha messo la prevenzione sismica al centro delle buone pratiche costruttive e di consolidamento dell’esistente.
Il 9 marzo 2021 la Regione del Veneto ha approvato l’aggiornamento dell’elenco delle zone sismiche del Veneto e una nuova mappa delle stesse. L’aggiornamento approvato è rilevante ai fini dell’individuazione degli adempimenti amministrativi previsti dalla vigente normativa in materia, con particolare riguardo agli oneri di deposito e di verifica in capo agli Enti locali e agli uffici regionali.

L’entrata in vigore della nuova divisione in zone sismiche del territorio veneto è avvenuta il 15 maggio 2021, a 60 giorni dalla pubblicazione nel Bur. E questo provvedimento ha lo scopo sia di adeguare la normativa regionale a quella nazionale, con il territorio veneto suddiviso in tre zone (di fatto la Zona 4 non è più presente), sia di rendere possibile l’applicazione dei benefici derivanti dall’incentivazione fiscale finalizzata alla riduzione del rischio sismico delle costruzioni esistenti (sismabonus) in tutti i comuni del Veneto, nessuno escluso.
Dunque, la nazione ci ha messo poco più di cento anni per arrivare determinare che tutto il suolo nazionale è a rischio e che in campo sismico in Italia il rischio zero non esiste. Il Veneto ha alzato l’asticella rendendo di fatto tutto il territorio a rischio e prevedendo dunque misure costruttive e di consolidamento più adeguate ad abbattere il rischio.
L’evoluzione dal 1984 a oggi dimostra che questa materia in costante adeguamento e non può procedere in modo statico, e che la prevenzione, che significa ridurre il rischio e le vittime, deve proseguire sapendo cambiare, proprio come cantava Fiorella Mannoia.
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