L’idea del bonus facciate era encomiabile: spingere la riqualificazione del patrimonio edilizio, su esempio della francese legge Malraux. Ma senza porre controlli e limiti di spesa, e con la cessione del credito, il risultato è stato incentivare anche il malaffare
di Federico Della Puppa (da YouTrade n. 126)
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Chissà perché non si fanno gli studi di fattibilità sulle leggi. È una domanda che dovremmo porci più spesso, di fronte a norme che vengono approvate e dopo poco tempo evidenziano carenze tali da richiedere interventi rilevanti di aggiustamento. Ma rallentare e limitare la velocità di un treno in corsa non è cosa semplice, soprattutto se lanciato a tutta velocità, perché anche tirando il freno d’emergenza l’inerzia è lunga e il deragliamento è dietro l’angolo.
Il bonus facciate è il treno che più di tutti ha corso in questi ultimi due anni, dalla sua approvazione poco prima dell’inizio della pandemia, e che ha mostrato tutti i limiti di una norma. Una norma voluta dal ministro ai Beni Culturali Enrico Franceschini che, all’indomani dell’approvazione aveva assicurato che «il bonus facciate è una misura coraggiosa che renderà più belle le città italiane, migliorerà l’efficienza energetica e darà un impulso immediato all’economia. Sono sicuro che sarà un successo e che in molti utilizzeranno questo importante vantaggio fiscale, che èuno dei più alti in tutta Europa e che contribuirà a portare decoro e bellezza nelle aree urbane, nelle periferie e nei piccoli centri».
Il predecessore del bonus facciate: la legge Malraux
L’incentivo, è stato spiegato, non era tutta farina del sacco del ministro, ma traeva ispirazione dalla nota legge Malraux, che ha cambiato l’immagine di molte città della Francia.
Ma si ometteva di raccontare che cos’era la legge Malraux, nata nel 1962 alla vigilia dell’espansione urbanistica delle grandi città francesi, che prevedeva fosse necessario restaurare alloggi da dare in locazione ai nuovi residenti.
Con questo scopo l’allora ministro della cultura francese, André Malraux, integrava la legislazione sulla protezione del patrimonio storico ed estetico della Francia, per facilitare il restauro degli immobili che «presentino un carattere storico, estetico o tale da giustificare la conservazione, il restauro e la valorizzazione di tutto o in parte di un insieme di edifici».
I francesi, è noto, hanno una capacità di gestione dell’urbanistica e del controllo dello Stato sui processi di sviluppo urbano che poggiano su un forte rispetto delle norme anche da parte dei cittadini stessi. Ma è la regia il punto forte dei francesi.
Infatti, nel caso della legge francese, la norma si basava su un piano di tutela e sviluppo che stabiliva le regole urbanistiche per l’intervento, con l’esenzione fiscale per i proprietari di vecchi edifici, che potevano detrarre dal reddito complessivo tutte le spese necessarie per il restauro, senza limite di importo, ma con l’obbligo di affittare per nove anni l’immobile.
Inoltre, la legge era applicabile solo alle aree individuate dal provvedimento. Dal gennaio 2009 la legge francese ha ridotto di molto le potenzialità fiscali e dal 2013 gli importi di esenzione sono fissati al 30% dei lavori, con un limite di 100 mila euro, che si abbassa al 22% per gli interventi di tutela del patrimonio architettonico, urbano e paesaggistico in alcune zone speciali (le cosiddette Zppaup). E, inoltre, rimane il vincolo alla locazione per almeno nove anni.
Abbiamo copiato, dunque, ma abbiamo copiato male, saltando alcuni passaggi e mettendo in evidenza tutta l’improvvisazione che denota la classica, tutta italiana, mancanza di regia.
Bonus Facciate, il preferito dai truffatori del quartierino
Si è annunciato il film, ma è un soggetto senza copione, che è ovviamente stato scritto direttamente dagli attori, improvvisando e utilizzando i pochi paletti messi in campo. E sono stati paletti talmente blandi da aver portato il bonus facciate a essere il bonus preferito dai truffatori del quartierino. Il perché è presto detto e sta nel combinato disposto tra assenza di controlli e nessun limite di spesa. Ma non basta.
Perché il vero lancio e sviluppo nell’uso del bonus è avvenuto con il decreto Rilancio, quando è stato introdotto il meccanismo della cessione del credito e dello sconto in fattura per il superbonus, ed è stata data la possibilità di utilizzare tale strumento anche da parte degli altri incentivi fiscali.
Ma mentre il superbonus è un processo ipercontrollato e verificato, con specifici limiti di spesa per lavorazioni con specifici requisiti prestazionali, controllati sino dall’Ape ex ante e fino alla verifica di congruità dei costi, con l’apposizione finale del visto di conformità, il bonus facciate è stato territorio libero dei cacciatori di detrazioni fiscali, vere o fittizie.
I dati dell’Agenzia dell’Entrate sui bonus nell’anno 2021
In assenza di dati statistici e puntuali, al contrario di quanto accade per il superbonus, alcune informazioni parziali e comunque significative sono state comunicate e pubblicate nell’ultimo mese proprio a seguito di verifiche e controlli dell’Agenzia delle Entrate.
L’organismo ha accertato a fine dicembre 2021 cessioni e sconti in fattura relative a tutti i bonus, quindi sia superbonus che bonus ordinari, pari a oltre 38,4 miliardi di euro relativi a 4,8 milioni di dichiarazioni, ovvero di interventi.
Considerando che il superbonus a fine dicembre aveva da solo prodotto poco più di 95 mila interventi e lavori effettivi per 11,2 miliardi di euro, e ipotizzando per eccesso che tutti i lavori con il 110% abbiano usufruito della cessione del credito, significa che gli altri incentivi si sono portati a casa 26,2 miliardi di cessioni.
È un dato che evidenzia come la cessione del credito sia stata un ottimo acceleratore di mercato, ancorché non controllata per i bonus ordinari, che hanno infatti generato operazioni contestate dalle Entrate per 4,4 miliardi, dei quali 2,3 già sequestrati.
Se si guardano con attenzione i dati relativi alle somme contestate, emerge che i bonus ordinari meno controllati sono quelli che hanno aperto all’uso più fraudolento dello strumento di cessione del credito e dello sconto in fattura, con quest’ultimo che ha assunto il ruolo di principale strumento utilizzato, in particolare per i condomini.
Infatti, sul totale degli interventi al 30 settembre 2021 i dati dell’Agenzia delle Entrate evidenziano come lo sconto in fattura sia pari al 73,5% degli importi, mentre questo valore si abbassa al 67,7% per le singole unità immobiliari e si alza, invece, in modo consistente all’87,8% nel caso dei condomini. Valori che salgono ulteriormente nel caso del bonus facciate, rispettivamente al 77,8%, al 70,7% e all’89,5%.
Il bonus facciate al 30 settembre 2021 aveva sommato oltre 5,1 miliardi di importi, dei quali 3,2 relativi alle singole unità immobiliari e quasi 2 miliardi relativi ai condomini, per un totale di 520 mila interventi nei condomini e circa 80 mila nelle singole unità immobiliari, per una somma di 600 mila interventi su un totale di 2,5 milioni di interventi che al 30 settembre avevano usufruito delle opportunità date dalla cessione del credito e dello sconto in fattura.



Il bonus facciate rispetto ai bonus ordinari ha rappresentato a quella data il 69,3% degli interventi nei condomini e il 60,9% degli importi, mentre nelle unità singole i valori sono più bassi, rispettivamente pari al 6,6% delle operazioni e al 33,8% degli importi.
Rispetto al totale dei bonus (ordinari più superbonus) il bonus facciate ha rappresentato il 35,2% degli importi per gli interventi realizzati nei condomini e il 23,4% degli importi in quelli realizzati nelle singole unità immobiliari.
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Il freno del Governo
Insomma, il bonus facciate, da qualunque parte lo si guardi, è stato il più utilizzato, grazie alla elevata aliquota di detrazione fiscale (90%) e al combinato disposto dell’assenza di limiti di spesa e di controlli.
Con la scoperta delle frodi e il tentativo inserito nel decreto anti frodi del 12 novembre, poi ricompreso nella legge di bilancio, il Governo ha tentato di mettere un freno, o meglio uno stop a questa deregulation, che tuttavia aveva ormai causato i suoi danni, non tanto al bonus facciate, quanto al superbonus.

È infatti curioso notare come nei tre mesi trascorsi dalla pubblicazione del decreto Antifrodi sul banco degli imputati sia salito subito il superbonus e non, invece, il bonus facciate. È un fattore che prosegue anche in questo periodo e che di fatto rischia di bloccare uno strumento, il superbonus, che ha evidenziato proprio la sua capacità di subire pochissime frodi, in quanto strumento altamente controllato in tutte le fasi operative.
Ma il punto debole di tutta la vicenda è che con decretazioni di urgenza si è cercato di mettere un freno a un fenomeno che andava studiato e previsto prima. Intervenire bloccando la cessione del credito a una sola cessione, con la conseguenza di una sollevazione popolare di tutte le categorie coinvolte per il ripristino di un numero maggiore di cessioni (oggi fissate a tre ma destinate solo al sistema bancario e finanziario), introducendo forme di controllo che potevano essere previste e pensate prima, fornisce la misura di una nostra atavica carenza.
Cioè, non valutiamo la fattibilità delle leggi, la loro applicazione prima della loro emanazione, con la consueta e disperante, per il mercato in questo caso, necessità di intervenire ex post. Dunque non solo copiamo male le leggi altrui, ma non applichiamo neppure regole preventive in grado di gestire quelle leggi.
Paradossalmente, il superbonus 110%, con tutti i suoi livelli di controllo, è stata forse l’unica norma che ha avuto un controllo preventivo accurato, ma la debacle del bonus facciate in questo senso mostra tutti i limiti di chi pensa che la rigenerazione urbana si possa governare con gli slogan.
Servono regole certe, invece, come in qualsiasi gioco, ovvero servono leggi e non decreti, ben scritte e analizzate nella loro applicazione prima del loro uso. Altrimenti saremo sempre costretti a inseguire provvedimenti che rischiano di essere veri e propri provvedimenti di facciata.
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