Superbonus e conti pubblici sono diventati negli ultimi anni uno dei temi centrali del dibattito economico italiano. L’incentivo per la riqualificazione edilizia è spesso indicato come una delle principali cause delle difficoltà della finanza pubblica, ma il quadro è più complesso: accanto ai costi per lo Stato ci sono effetti economici, fiscali e occupazionali che devono essere considerati.
Il vizio è comune trasversalmente al mondo della politica. Quando c’è qualcosa che non va è sempre colpa degli altri. O di quelli che governavano prima, oppure di cattivoni lontani che cospirano per rovinare il paese. Cioè, nella fattispecie l’Italia, che vanta una crescita che sembra una piadina.
I capri espiatori, insomma, non sono mai mancati. Ora, per esempio, è la volta del superbonus, causa di tutti i mali e della emorragia dei conti pubblici. Ma anche dell’Europa, che costringe a faticose maratone burocratiche imprese e cittadini: loro, superbonus e burocrazia Ue sono la coppia malefica che deprime l’Italia. O no?
Che il superbonus abbia pesato sulle casse pubbliche non c’è dubbio. Ma ha anche spinto il Pil e fatto incassare Iva, oltre ai contributi versati dai nuovi assunti. Insomma, non c’è solo il lato oneroso per lo Stato, ma anche quello virtuoso che non va dimenticato.
Inoltre, chi punta il dito contro il superbonus si dimentica (si fa per dire) delle cosiddette tax expenditures, cioè di quei regimi fiscali agevolati che sono distribuiti a pioggia su diverse categorie, dagli autonomi (tasse con aliquota ridotta fino al 5% per i primi cinque anni) ai pensionati esteri.
In breve: il peso complessivo delle oltre 600 voci di spesa fiscale oscilla tra gli 80 e i 105 miliardi di euro all’anno. Saranno anche tutte agevolazioni sacrosante, forse, ma non si può certo dire che c’è un buco nei conti pubblici solo a causa del superbonus.
C’è, poi, il caso della cattiva Europa che frena la virtuosa Italia. La prima domanda è: ma, allora, come fanno gli altri paesi europei a crescere di più, visto che le regole valgono anche per loro?
Ma non è questo il punto: se chiedere un permesso edilizio è complicato, se aprire un negozio richiede permessi estenuanti, se il traporto pubblico è condizionato da categorie e lobby, la colpa non è di Bruxelles, ma del (non) legislatore italiano. Il problema è che deregolamentare eliminando adempimenti e controlli inutili significa anche togliere potere a chi detiene il potere di controllare, che si oppone a ogni azione che lo privi del suo status. E questo si traduce in meno voti alle elezioni.
Perché governare significa prendere decisioni e, inevitabilmente, scontentare qualcuno. Un esempio: perché un comune, una provincia, una scuola, un ufficio pubblico non devono essere efficienti come un’impresa privata, con obiettivi chiari, verificati, e magari con un premio per chi ottiene risultati? Perché i dipendenti pubblici, altri voti preziosi alle elezioni, si oppongono.
E che dire delle semplificazioni burocratiche di cui usufruiscono le Zes, che non sono state estese al resto dell’Italia? Anche questa non è una responsabilità europea, ma tutta italiana. Si potrebbe continuare: è stato deciso il ritorno al nucleare: benissimo, ma perché da tre anni non è stata individuato un sito per stoccare le scorie, quelle che sono già state prodotte? Eccetera.



