Bisogna stare attenti. Se analizziamo quanto avvenuto nell’incendio del palazzo Torre del Moro a Milano alcuni mesi fa, leggendo la relazione dei Vigili del Fuoco depositata lo scorso novembre e agli atti dell’istruttoria che vede i proprietari contrapposti ai costruttori e alle ditte subappaltatrici, il monito che ne deriva è: bisogna stare attenti. Ovvero, prestare attenzione non solo a ciò che si fa, ma se ciò che facciamo, dalla scelta dei materiali alla loro installazione, segue un processo controllato e verificato.
di Federico Della Puppa (da YouTrade n. 126)
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Da quanto emerge dalla relazione dei Vigili del Fuoco, nel caso della Torre del Moro non è stato così. Pannelli dei rivestimenti forniti prima della omologazione, installazione degli stessi senza dichiarazione di conformità, carenze documentali alle quali si sono associate carenze nell’installazione, tutti elementi che hanno concorso al preoccupante epilogo di un incendio che ha scosso l’opinione pubblica.
Anche se, per fortuna, con esiti non paragonabili a quelli di un altro grande incendio che ha colpito Londra e il mondo intero, quello della Grenfell Tower, che ha causato ben 72 morti e sul quale l’inchiesta ha messo in luce come il tragico esito si è generato da un insieme di concause, dai pannelli non ignifughi al ritardo e ad alcuni limiti nelle operazioni di sgombero della torre da parte dei vigili del fuoco londinesi.
Nel caso della Grenfell Tower si è ipotizzato che l’effetto camino, assieme alla mancanza di adeguati interventi di compartimentazione e appositi impianti antincendio, abbia giocato un ruolo determinante durante la dinamica del tragico evento, accelerando il movimento delle fiamme verso i piani superiori.
Scelte errate dei materiali, dunque, ma anche carenze dal punto di vista delle norme antincendio, associate a un controllo della posa in opera che non ha di certo seguito le regole di verifica dei materiali, della loro corretta installazione, forse anche a causa di mancati controlli nella filiera progettazione-realizzazione. Bisogna stare attenti, dunque.

Il problema non è il cappotto, ma chi non segue le norme
Non basta che sulla carta sembri tutto in ordine, bisogna lavorare in modo più attento fin dalla progettazione per evitare futuri problemi potenziali.
Nel caso milanese della Torre del Moro, che per fortuna non ha avuto i tragici e nefasti esiti della torre di Londra, le carenze vanno ricercate (come sta facendo emergere l’inchiesta per disastro colposo attualmente in corso) non solo nei materiali, infatti, ma anche nella progettazione di rivestimenti che, per come erano stati previsti nella loro installazione, di fatto hanno creato un effetto camino che ha velocizzato la propagazione dell’incendio, con le conseguenze che conosciamo bene.
Ricordiamo, infatti, che già una prima relazione dei Vigili del Fuoco a settembre aveva evidenziato come il grattacielo fosse «caratterizzato da una forma geometrica con evidenti funzioni estetiche che però ha contribuito (fattore forma, comportamento materiali e ventilazione) allo sviluppo dell’incendio».
Ma dobbiamo anche stare attenti a non confondere le cose. Un conto è parlare di rivestimenti e un conto è parlare di cappotti e soprattutto di come sono realizzati.
L’esempio della Grenfell Tower è esemplificativo in questo senso. Il problema non è il cappotto in sé, ma chi realizza il cappotto senza seguire le norme, installando materiali non ignifughi e soprattutto senza garantire adeguati sistemi di sicurezza antincendio.

L’incendio della Torre dei Moro a Milano, al di là delle cause che l’hanno generato (e che sembrano ormai convergere verso un mozzicone di sigaretta lanciato da una terrazza e atterrato su alcuni sacchetti di plastica in una sottostante), mette in evidenzia innanzitutto, se ci fosse qualche dubbio in proposito, che i materiali non si incendiano da soli, ma c’è sempre un fattore scatenante.
E al di là della casualità (il mozzicone di sigaretta che cade su sacchetti della spazzatura), il punto è che se l’edificio è progettato e realizzato con tutte le norme e le prevenzioni a regola d’arte, i danni e i rischi di fatto sono molto attenuati, se non azzerati (anche se il rischio zero non esiste mai).
Il tasto dolente è l’installazione
Il tema è quanto mai rilevante nel momento in cui il cappotto è il sistema trainante preferenziale utilizzato per l’accesso al superbonus del 110%.
La corsa che in questi mesi sta avendo il superbonus, con la forte accelerazione registrata negli ultimi mesi del 2021, e l’esigenza di realizzare i lavori entro date che si fanno sempre più stringenti, deve interrogarci su come verranno eseguiti i lavori, sulla loro qualità, dalla progettazione alla realizzazione.

Sulla scelta dei materiali per certi aspetti si potrebbe stare più tranquilli, perché i materiali per realizzare i cappotti oggi sono materiali certificati, ignifughi e sicuri, come proprio il caso della Torre del Moro a Milano dimostra.
Ricordiamo che se in un primo tempo si era pensato che l’incendio fosse stato provocato dalla combustione del cappotto termico, le indagini e le analisi strutturali hanno fatto emergere come l’incendio abbia riguardato il rivestimento esterno dell’edificio, ossia le due grandi vele realizzate con pannelli compositi in alluminio e non sia stato alimentato dal sistema a cappotto, come peraltro anche verificato da una indagine realizzata da Cortexa, che ha evidenziato come i materiali ignifughi del rivestimento a cappotto abbiano di fatto rallentato il processo di combustione.
La stessa Aipe, l’Associazione Italiana Polistirene Espanso, ha sottolineato come il materiale non sia stato assolutamente coinvolto nelle cause dell’incendio.
Ma al di là delle questioni tecniche sui materiali usati, il vero punto debole del sistema cappotto, se proprio vogliamo individuarlo, non risiede come abbiamo visto nei materiali ma nella realizzazione.
Anzi, possiamo affermare, prove alla mano, che i materiali oggi sono sicuri sotto il profilo della sicurezza antincendio, oltre ovviamente alle performance di riduzione dei consumi energetici che sono in gradi di attivare grazie alle loro caratteristiche prestazionali, essendo
materiali certificati.

Il nodo, infatti, sta essenzialmente nella certificazione, che sui prodotti industriali è possibile avere a livello di singolo prodotto, ma nella progettazione e posa in opera di un materiale non è possibile oggi ottenere. Errori di montaggio, di installazione, fino a incredibili immagini che si trovano facilmente in rete di pareti di edifici dove il cappotto si è interamente staccato, a causa di una posa in opera errata, magari per errato uso dei sistemi di fissaggio.
Oppure gli errori che si possono riscontrare solo dopo alcuni anni, quando il cappotto, non aderendo perfettamente alla superficie, genera situazioni esattamente contrarie a quelle per le quali era stato installato.
Il tasto dolente in sostanza è quello dell’installazione, che avviene dopo una corretta progettazione e con una attenta direzione lavori. Ecco, il nodo chiave è l’attenzione.
Il superbonus 110%, per il quale gli interventi di riqualificazione edilizia che prevedono la realizzazione del cappotto termico e di rivestimenti delle facciate esterne sono sempre più frequenti, richiede estrema attenzione in tutto il processo burocratico.
Ma richiede estrema attenzione in quello della certificazione dei risultati ed estrema attenzione nella scelta, ma soprattutto nella posa in opera dei materiali. Attenzione che significa cura dei particolari, perché per avere buoni o ottimi risultati bisogna stare molto attenti, avere cura dei particolari, vera misura della qualità di ciò che facciamo.
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Leggi anche: Sistemi di isolamento a cappotto: quando si presentano contenziosi e come evitarli
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