Uno studio dell’Osservatorio dell’Energy&Strategy del Politecnico di Milano fotografa lo stato di salute del patrimonio immobiliare. Aumentano gli investimenti in isolamento termico e funzionalità smart. Eppure c’è tanto da fare
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Ma, alla fine, il superbonus è servito a migliorare lo stato di salute degli edifici italiani? E qual è il grado di rinnovamento del patrimonio edilizio? È un’analisi a due facce quella contenuta nello Smart Building Report 2022, redatto dall’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. È una fotografia che mette in luce aspetti positivi, ma anche meno esaltanti di quello che è stato il biennio quasi concluso.

«Alcuni incentivi, in particolare il superbonus, hanno avuto il merito di riportare l’attenzione
sull’efficienza energetica degli edifici e di dare una forte spinta al mercato», commenta Federico Frattini, responsabile dell’Osservatorio e vicedirettore dell’Energy&Strategy. «Ma hanno anche generato dinamiche ingestibili, a partire dall’aumento smisurato dei prezzi. Crediamo che gli incentivi siano determinanti per centrare gli obiettivi europei di decarbonizzazione (che non possono fare a meno dell’efficientamento del comparto edilizio, responsabile in Europa di circa il 40% dei consumi energetici), ma l’analisi che abbiamo condotto indica che dovrebbero essere strutturali, avere procedure più snelle e rendere il cittadino co-partecipe dei costi almeno per il 10-15%». Che è un po’ quello che sostengono gli operatori del settore da parecchio tempo.
In crescita gli investimenti per migliorare l’efficienza degli edifici
In ogni caso, gli investimenti per migliorare l’efficienza degli edifici, in primo luogo quella energetica, sono ammontati, secondo l’analisi del Polimi, a circa 9,5 miliardi di euro nel 2021 (+25% rispetto al 2020, l’anno pandemico che aveva visto una diminuzione dell’11%).
Ma bisogna aggiungere anche i 38,5 miliardi in cappotti e vetrate incentivati dai bonus, con un fatturato che è stato gonfiato più di recente dall’aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia provocato anche dalla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina.
Com’è noto, tra l’altro, gli investimenti sono decollati ulteriormente nel 2022 nonostante il pasticcio della cessione di crediti, che ha portato a oltre 50 miliardi il conto del superbonus per le casse statali.
Premesso questo, non è che il risultato complessivo sia sufficiente, come ben sanno gli operatori della filiera edile. «Di pari passo con gli incentivi, da estendere anche alla parte tecnologica e digitale degli edifici, cioè quella più propriamente smart, andrebbero introdotti come nel resto d’Europa obblighi stringenti per migliorare progressivamente il patrimonio edilizio, particolarmente datato: le performance degli edifici dovrebbero essere tutte misurate, dando un senso alle tante certificazioni che al momento risultano frammentate e non cogenti», osserva Frattini.

Quanto consumano gli immobili in Italia?
I numeri relativi al parco edilizio italiano, vale la pena ripeterlo, sono lì a ricordare che c’è ancora tanto, tantissimo da fare. In Italia gli edifici sono per il 92% residenziali, ma è in gran parte roba vecchia. Il 62,3% di queste case e il 37,8% di quello destinato ad altri usi, infatti, ricade in classi energetiche molto basse, F o G, nonostante negli ultimi tre anni gli immobili in Italia abbiano consumato complessivamente meno della media europea, con un calo del 6,8% tra il 2017 e il 2020, ma questo è anche merito (se si può definire così) del riscaldamento globale.
Al momento, sempre secondo l’analisi dell’Osservatorio, il tasso annuo di ristrutturazione profonda in Italia è dello 0,85% e permette di tagliare i consumi tra i 4 e i 5,5 TWh all’anno (e le emissioni tra 0,8 e 1,1 MtonCo2 ).
Sommando questi risultati con quelli ottenibili dalle nuove costruzioni maggiormente efficienti, in corso di realizzazione o in progetto, sostengono gli esperti del Politecnico, al 2030 gli edifici in classe energetica A o superiore arriverebbero al 12,8% contro l’attuale 5,1%, e una riduzione dei consumi compresa tra il -6% e il -8% kWh/mq, cioè dagli attuali 611 TWh a un range che va da 628 a 640.
Eppure questo non sarebbe ancora sufficiente: per centrare gli obiettivi europei di -55% emissioni a fine decennio, il tasso di ristrutturazione profonda dovrebbe aumentare del 50%.
Dalla Renovation Wave Strategy alla Epbd
L’edilizia, ricorda ancora il report del centro di ricerca, è responsabile di una quota molto rilevante di emissioni (36%) e consumi (40%) a livello europeo, dunque rappresenta una sfida delicata e complicata.
Anche perché la Renovation Wave Strategy ha imposto al settore una serie di tagli consistenti entro il 2030: -60% emissioni, -14% consumi di energia, -18% consumi per riscaldamento e raffrescamento rispetto al 2015 e un raddoppio del tasso di ristrutturazione edilizia.
Obiettivi ulteriormente inaspriti dal piano di affrancamento dal gas russo (RePowerEu) che ha aumentato del 13% il target di efficienza energetica e del 45% la quota da energia rinnovabile dei consumi complessivi al 2030, con un raddoppio del tasso di installazione di solare fotovoltaico.
A questo si è aggiunta la proposta di revisione della Energy Performance of Building Directive (Epbd), che ha introdotto ulteriori vincoli per le nuove costruzioni e le ristrutturazioni: dall’1 gennaio 2027 tutti gli edifici nuovi utilizzati o di proprietà di enti pubblici dovranno essere «a emissioni zero», dal 2030 la stessa cosa verrà richiesta a tutte le nuove costruzioni e alle ristrutturazioni profonde, mentre gli edifici già esistenti dovranno migliorare le loro prestazioni energetiche raggiungendo almeno la classe E tra il 2030 e il 2033.

L’impatto dei bonus Casa
Tutto questo è ben presente a chi si occupa di edilizia e di distribuzione di materiali. Ma, come accennato all’inizio, rimane un interrogativo: al di là del piacere di cappottare (neologismo con due «p») la propria casa, questo che impatto ha? E lo Stato ha fatto bene con la strategia dei bonus? Il Polimi lo ha chiesto agli operatori di mercato attraverso un sondaggio.
Risultato: secondo gli interpellati andrebbero mantenuti ecobonus, sismabonus, bonus ristrutturazione, bonus verde e bonus idrico che, anzi, andrebbero fatti conoscere meglio. Bocciati, invece, il bonus facciate e quello per mobili ed elettrodomestici.


E il superbonus 110%? Secondo lo studio va revisionato come una vettura d’epoca e, in effetti, così è stato. Sì, l’incentivo ha avuto il merito di riaccendere i riflettori sul tema dell’efficienza energetica degli edifici, con la richiesta di salto di almeno due classi energetiche per accedere alla detrazione sugli interventi, con grandi risultati economici. Ma il successivo impasse della cessione dei crediti dovuto alla saturazione di capacità delle banche e l’annullamento dei benefici di concorrenza causato dall’aliquota al 110% hanno di fatto creato inefficienze, con l’aumento esponenziale dei costi di personale e materie prime.
Il suggerimento è dunque quello di modificarlo, riducendo l’aliquota all’85-90%, rendendolo uno strumento stabile, e con regole chiare. La prima delle due richieste sembra essere in dirittura d’arrivo con la prossima legge di Bilancio. Quanto alle regole chiare, be’, non resta che aspettare, anche se lo scetticismo non manca.
Trasformazione digitale per case più smart
Veniamo alla trasformazione digitale, che serve per aumentare l’efficienza, dell’abitazione. Gli italiani che conoscono le opportunità offerte da termostati smart, serrature comandabili a distanza o luci che si accendono solo se è presente qualcuno, è solo il 9%, su un campione di circa 2.500 individui rappresentativo della popolazione.
Eppure i sensori di una casa smart (YouTrade se ne occupa con la rubrica «Digital House») consente non solo di gestire l’utilizzo di energia, ma anche di monitorare le prestazioni di un impianto e di intervenire in caso di malfunzionamento prima ancora che il guasto si verifichi.
Non sorprende che i più sensibili e informati, secondo l’indagine, siano i giovani (generazioni Y e Z) che abitano in grandi comuni del Nord Italia. E comunque la grande maggioranza degli interpellati (85,7%) ha avuto almeno una volta esperienza diretta di tecnologie di gestione intelligente, ormai piuttosto diffuse e distribuite sul territorio, utilizzate in ambito energetico, ma non utilizzate in maniera integrata.

Perché questo disinteresse? In realtà, secondo il Polimi, gli elevati costi di installazione restano la barriera principale alla diffusione di tecnologie smart. Chi installa dispositivi intelligenti in casa è spinto più da motivi economici che da una reale consapevolezza di tutti i benefici ottenibili.
Insomma, si investe più per tagliare la bolletta piuttosto che per aumentare in comfort. Un altro ostacolo deriva dalle interfacce non sempre semplici per far funzionare i dispositivi che, inoltre, spesso non dialogano. Ora l’arrivo della piattaforma Matter dovrebbe però cambiare le cose.
Building devices and solutions
Lo studio dell’Osservatorio del Politecnico si chiude con un focus sul business del settore edilizio nel 2021. Escludendo le superfici opache (il cosiddetto cappotto) e le chiusure vetrate, che insieme hanno generato nel 2021 un giro d’affari rispettivamente di 36 e 2,56 miliardi di euro, gli investimenti del comparto edilizio per migliorare l’efficienza degli edifici e garantire l’elettrificazione dei consumi hanno raggiunto circa 9,5 miliardi di euro, segnando +25% rispetto al 2020, al contrario in calo dell’11% sul 2019.

Nel dettaglio, i Building devices and solutions hanno registrato circa 6,5 miliardi di euro di investimenti (+44% rispetto al 2020, una cifra superiore anche ai risultati pre-pandemici), di cui 4 solo nel comparto Energy, seguiti dalle soluzioni per la sicurezza di asset e persone (1,1 miliardi) e dal comfort abitativo (1 miliardo).

Inoltre, la crescita delle soluzioni di efficienza energetica e di elettrificazione dei consumi finali, come pompe di calore e fotovoltaico, è stata dettata principalmente dagli incentivi e dall’aumento dei prezzi energetici.
Gli investimenti in Automation technologies e in Piattaforme di gestione e controllo nel comparto edilizio a fine 2021 ammontavano a circa 2,4 miliardi di euro (+2,2% rispetto al 2020): la quota più consistente è ancora quella della componente sensoristica (circa 818 milioni di euro, 65% del totale).
In generale, secondo l’indagine, «il mercato delle tecnologie digitali risulta cresciuto meno rispetto a quello dei Building devices and solutions, lasciando ipotizzare che il peso della componente smart all’interno degli edifici sia calata nel 2021».
Infine, per quanto riguarda l’impatto delle tecnologie sull’edilizia lo studio prende in esame i trend e conclude con tre scenari per i prossimi anni. Dei tre futuri possibili uno è peggiorativo, uno moderato, in cui i vari trend procederebbero come negli ultimi quattro cinque anni, e uno accelerato, in cui a prevalere sarebbero invece gli effetti positivi derivanti dalle variabili considerate.

Secondo queste ipotesi, gli investimenti nelle macro famiglie di tecnologie analizzate (esclusi superfici opache e chiusure vetrate) nel 2026 oscillerebbero dai 10,7 miliardi di euro dello scenario base ai 21 di quello accelerato. E per il comparto Building devices and solutions, dopo il rallentamento del 2020 gli investimenti continuerebbero a salire fino a raggiungere nel 2026 gli 8,7 miliardi di euro dagli attuali 6,5.
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