A pochi mesi dalla scadenza del 30 agosto 2026, il Pnrr in Italia (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) entra nella sua fase decisiva: tra accelerazioni evidenti, ritardi strutturali e obiettivi ancora da raggiungere, il quadro che emerge è complesso ma tutt’altro che fallimentare.
Lo stato di avanzamento del Pnrr: numeri e progressi recenti
L’orologio segna cinque mesi, una manciata di giorni, qualche ora, e minuti che stanno inesorabilmente correndo all’indietro. Per il Pnrr il conto alla rovescia significa una corsa finale contro il tempo, con uno sprint più elettrizzante di quello di Marcell Jacobs alle Olimpiadi, quando il velocista era in forma perlomeno.
Purtroppo, però, alla fine di quella che finora è stata più una maratona che uno scatto sui 100 metri, l’Italia non si aspetta di ricevere una medaglia ma, al contrario, di limitare le penalità.
Perché il 30 agosto, data ultima per terminare le opere del Pnrr, non tutti i traguardi saranno raggiunti. Ma non bisogna neppure esagerare con il coprirsi il capo di cenere: è altrettanto vero che molto è stato fatto. E, in buona parte, questo molto riguarda la filiera delle costruzioni e dell’edilizia.
Partiamo dagli ultimi dati a disposizione, quelli presentati a fine anno dal governo alla cabina di regia in cui si trovano assieme regioni ed enti locali.
In sintesi, si può dire che negli ultimi sei mesi un’accelerata c’è stata: intanto, è triplicato il numero di progetti conclusi, da 127 mila di gennaio 2025 a 383.933 di fine novembre.
Rispetto al piano concordato con l’Europa che, però, è bene ricordare che via via è stato asciugato di molti progetti (l’ultima strizzata è del novembre scorso), si tratta comunque di aver portato a casa il 69,7% delle 550.917 iniziative programmate con impegno di spesa.
Sempre secondo i dati ufficiali, ci sono altri 152.580 interventi in corso di esecuzione. Sono quelli che stanno correndo gli ultimi chilometri della maratona.
Nona rata da 12,8 miliardi e super rata finale
Dal loro avanzamento dipende anche il versamento della nona rata di 12,8 miliardi del Pnrr, con lo stesso importo dell’ottava tranche riscossa a fine autunno.
In particolare, il nuovo contributo è legato a 50 obiettivi da raggiungere, che coinvolgono 16 amministrazioni. Ma non solo.
Il piatto forte è la super rata finale da 28,4 miliardi, che però è collegata a 159 fra milestone e target.
Questi obiettivi sono più del triplo rispetto alle scadenze di fine 2025, ma devono essere completati nel giro dei prossimi sei mesi.
Cosa manca ancora: il 35% di riforme e le opere più complesse
La cattiva notizia è che non si tratta solo di rifare il tetto di una scuola, ma di realizzare opere toste, come il potenziamento della Napoli-Bari e della Palermo- Catania, la riduzione delle perdite idriche grazie alla suddivisione della rete in zone più piccole e controllabili (ma sono la bellezza di 45 mila), con distretti dotati di strumenti di misura (contatori, sensori di pressione) per monitorare flussi e consumi in tempo reale per individuare e ridurre drasticamente le perdite, migliorare l’efficienza energetica e semplificare la manutenzione.
Ancora: è prevista la dotazione di 3.800 nuovi veicoli dei Vigili del fuoco, il supporto educativo a 44 mila minori al Sud, la digitalizzazione di 7,75 milioni di fascicoli giudiziari, la telemedicina per 300 mila persone e l’ammodernamento tecnologico di 280 ospedali.
Non solo: se è vero che molta strada è stata fatta, mancano da raggiungere diversi obiettivi, riforme che sono legate all’erogazione dei fondi europei.
Il bilancio a fine 2025 indica in 18 gli investimenti completati e 44 le riforme che, almeno formalmente, sono state approvate. Ma il Piano presentato da Roma e approvato da Bruxelles indicava 156 investimenti e 68 riforme. A sei mesi dalla discesa del sipario manca, quindi, ancora il 35% per tasso di attuazione per le riforme e il 12% per gli investimenti.
Fondi dirottati e rischi di gestione fuori controllo
Non a caso nella legge di Bilancio appena approvata il governo ha inserito un emendamento che tocca anche il Pnrr, dopo la rimodulazione ottenuta con il beneplacito della Ue.
Oltre 7 miliardi dei fondi del Piano dal 2026 sono stati riversati nelle entrate del bilancio dello Stato: 5.943 milioni nel 2026; 1.000 nel 2027; 159 nel 2027 con effetti sull’indebitamento netto nei tre anni.
Questo aspetto, va detto, non è da sottovalutare: non tanto per l’escamotage contabile di trasferire fondi europei (che andranno restituiti) all’interno di un budget nazionale, quanto per i pericoli che questo comporta.
Sotto il cappello dello Stato italiano i 7 miliardi potrebbero essere sottratti al monitoraggio europeo. E, quindi, rischiano di essere impiegati in modo non lineare.
Vale la pena di ricordare quanto è successo due anni fa: nel 2022 i sindaci di Venezia e Firenze avevano proposto di usare i fondi del Pnrr per finanziare due nuovi stadi di calcio.
La Commissione europea, che esamina tutti gli investimenti prima di ammetterli al finanziamento, aveva quindi fatto presente che gli stadi di calcio li finanziano le squadre che vi giocano, non lo Stato (o l’Europa) con le tasse dei cittadini. In quel caso, quindi, per fortuna la richiesta è stata bocciata.
Quanto è stato speso davvero: i dati ReGis
Il business del Pnrr è puntigliosamente radiografato, non fosse altro che la necessità di rendicontare gli investimenti in ambito europeo, onde ricevere le tranche dei fondi.
A registrare tutto è, con un nome che è già un programma, il ReGis, il centro gestito dalla Ragioneria generale dello Stato che monitora entrate e uscite del Pnrr.
Secondo il ReGis, dunque, a fine 2025 i pagamenti sono arrivati a 101,3 miliardi, di cui 37,4 per i primi 11 mesi del 2025, che sono quindi il doppio rispetto ai 18,3 del 2024.
Ma non è tutto, perché in realtà i dati a disposizione sono sfalsati rispetto alla realtà. La rendicontazione, insomma, è per vari motivi in ritardo sulle effettive erogazioni o incassi e la previsione è che per l’intero 2025 i pagamenti siano arrivati a 110 miliardi.
Impatto del Pnrr sul PIL italiano
Tra parentesi: nel 2025 il Pnrr ha movimentato circa 45 miliardi, che corrispondono a circa il 2% del Pil.
Ma, allora, come leggere il fatto che per l’intero anno il Prodotto interno lordo dell’Italia è galleggiato attorno allo 0,5%? La deduzione che ne discende è da brividi.
Se si considerano gli ultimi tre anni, senza il contributo del Pnrr l’Italia sarebbe sempre stata in recessione.
In ogni caso, di questi quattrini quanti sono quelli finiti nella filiera delle costruzioni?
I dati del ReGis indicano che la somma maggiore, 22,18 miliardi di euro, è quella pagata dal ministero delle Infrastrutture, a cui fa capo anche lo stanziamento più importante di 41,19 miliardi, con un avanzamento finanziario del 53,9%.
Molti, insomma, sono i cantieri ancora aperti. Per esempio, il Piano ha previsto la costruzione di 166 nuovi edifici e a fine anno il numero dei cantieri aperti sulla base dei progetti aggiudicati era di 158 (dati del ministero dell’Istruzione, Portale Nuove Scuole), gran parte dei quali ancora in corso e che finiranno fra il 2026 e il 2027.
Apriamo un’altra parentesi: spesso quando si parla di Pnrr non si tiene conto di quanto le opere realizzate impatteranno sul bilancio dello Stato al di là della loro realizzazione finanziata con i fondi Ue. Se, per esempio, il Pnrr finanzia la costruzione di una nuova scuola, i fondi Ue non coprono il costo di gestione della struttura una volta costruita: l’onere rimarrà a carico pubblico per gli anni a venire.
Tempi stretti e sfida finale del Pnrr
A sei mesi dalla conclusione dell’avventura del Piano, in definitiva, nel complesso gli investimenti da completare arrivano ora a 170,8 miliardi. La cifra tiene conto dei 194,4 miliardi del Piano (che era partito a 220 miliardi, ma è stato ridotto dal governo con le varie revisioni) meno 23,6 miliardi: sono quelli dei lavori che hanno ottenuto una proroga e che godranno di qualche mese supplementare.
A fine 2025, quindi, il rapporto fra la spesa pagata e stanziamenti è arrivato al 59,3%, pari al 72,1% dei fondi già ricevuti. Il tutto in attesa del decreto legge per disciplinare l’ultima fase del Pnrr rimodulato a novembre.
Non va dimenticato questo aspetto: le norme entrate in vigore, per essere operative richiedono decreti ministeriali attuativi, con un lungo percorso amministrativo che arriva fino alla registrazione in Corte dei conti. Motivo per cui c’è poco tempo da perdere.
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