Il PNRR Italia è finito e non è più al centro del dibattito politico ed economico. Ma il vero giudizio sul Piano nazionale di ripresa e resilienza non dipenderà dalla quantità di risorse ricevute dall’Europa, bensì dalla capacità di aver trasformato quei finanziamenti in maggiore produttività, investimenti innovativi e occupazione stabile.


Il vero bilancio del Pnrr va oltre le risorse europee

Non sentiremo parlare più di Pnrr. O, forse, lo ricorderemo con rimpianto: bei tempi quando ogni sei mesi l’Europa staccava un assegno di qualche decina di milioni in cambio di riforme o progetti portati avanti.

Ma è un male giudicare il Pnrr solo per i suoi effetti immediati. La vera sfida è verificare se i progetti e le riforme previste con il Pnrr si tradurranno in aumenti in maggiore produttività, investimenti innovativi e più occupazione.

In caso contrario, avremo sul gobbo solo altro debito pubblico in più, visto che oltre 122 miliardi, sui 200 totali, sono un gentile prestito dell’Europa. Certo, a tassi di favore, ma pur sempre un debito da restituire. Invece di incassare un assegno sarà necessario compilarne uno a favore di Bruxelles.

Per ora, purtroppo, grandi effetti del Pnrr non si sono visti, almeno sull’economia. Il tasso di crescita del Pil si è arenato: negli anni 2026-28 l’incremento del Prodotto interno lordo dell’Italia sarà la metà di quello della zona euro, cioè +1,8% rispetto a +3,6%. In sostanza, i miliardi ricevuti, e che hanno messo in moto appalti e opere pubbliche, non hanno rilanciato l’economia. E, probabilmente, se non ci fossero stati il risultato sarebbe una recessione.

Come mai? Le analisi su quello che non ha funzionato si sprecano. Forse si tratta della qualità dei progetti finanziati dal Pnrr. Oppure si è trattato della modalità con cui i soldi europei sono arrivati in Italia. Perché Bruxelles non paga direttamente le imprese coinvolte: i quattrini sono incassati dallo Stato il quale, a sua volta, paga gli appalti e i beneficiari finali. Il governo sostiene che il rispetto formale degli obiettivi ha posto l’Italia all’avanguardia nell’incasso delle rate europee.

Eppure, l’Italia occupa la posizione peggiore quanto a risorse canalizzate all’economia. L’Italia, dati alla mano, è il Paese con la minore incidenza di trasferimenti delle risorse europee ai soggetti beneficiari. È peggio anche rispetto ai Paesi che hanno ottenuto un ammontare di risorse europee rispetto al loro Pil maggiore dell’Italia.

Insomma, il braccino corto del governo si traduce in un freno al sistema produttivo. Non resta che sperare nell’effetto positivo delle riforme condotte in porto, tra giustizia, pubblica amministrazione, concorrenza, codice degli appalti.

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