I rivenditori si lamentano. I produttori si lamentano. I clienti si lamentano. Hanno tutti ragione: il balzo dei costi delle materie prime ha colpito all’improvviso e in modo esponenziale il mondo dell’edilizia, e non solo.
E, oltretutto, accanto al rincaro dei costi si verifica in molti casi la carenza di approvvigionamento: scaffali vuoti, ordini che non sono evasi che si sommano a trasporti che si pagano a peso d’oro.
La domanda è: si tratta di un flagello momentaneo, come l’invasione delle cavallette, oppure di un rialzo destinato a durare nel tempo e a generare, inevitabilmente, un trend di inflazione?
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Previsioni e misure contro il rincaro delle materie prime
Premesso che il futuro lo legge solo il mago Otelma, si può registrare la cronaca, analizzare i numeri, elencare i fatti. Partendo da un presupposto: né la Federal Reserve degli Stati Uniti, né la Cina, e tantomeno la Bce desiderano un’inflazione fuori controllo.
Ripresa sì, magari con un po’ di aumento dei prezzi come carburante. Ma non una rincorsa dei listini come quella degli anni Settanta.
Certo, esprimere un desiderio non è sufficiente a modificare l’andamento del mercato. Una situazione bollente per le imprese, in ogni caso, che è finita sul tavolo del governo Draghi, che spera di calmierare la crescita dei prezzi delle materie prime per l’edilizia con un emendamento al decreto Sostegni-bis, in discussione alla Camera e che, si spera, potrebbe essere convertito entro il prossimo 24 luglio.
L’ipotesi è quella di creare un meccanismo di rimborso alle imprese che devono far fronte alle oscillazioni delle materie prime in misura superiore all’8% sulla base di una valutazione trimestrale. Allo stesso tempo, dovrebbe prevedere per le imprese l’obbligo di restituzione alla stazione appaltante in caso di oscillazione negativa.
Prezzi in calo sui mercati internazionali
Intanto, le mosse di Fed e della dirigenza cinese sembrano decise a raffreddare i prezzi sui mercati internazionali: azioni che, con i dovuti tempi, potrebbero riverberarsi anche sull’Italia.
Basta guardare che cosa avviene nelle due maggiori Borse mondiali in cui si trattano materie prime: Chicago e Londra.
La Federal Reserve, per esempio, sostiene che i rincari sono solo un contraccolpo momentaneo dei lockdown che per mesi hanno bloccato l’economia. E dopo la cavalcata delle quotazioni di questa primavera, ora gli analisti sono concordi nel ritenere che sulle materie prime, in particolare per i metalli, inizia a soffiare un vento ribassista.
In effetti, i prezzi di molte materie prime, al di là delle opinioni personali (spesso fruttto di disinformazione) sembrano aver iniziato una discesa, che potrebbe continuare anche nel prossimo futuro. Se sarà così, naturalmente, è tutto da verificare. Però i numeri sono numeri.
La situazione del rame
Il rame, per esempio, ha perso l’8,6% nella seconda settimana di giugno e nella terza è sceso fino a 9.011 dollari per tonnellata, il minimo da due mesi. Intendiamoci: un ribasso non cancella i rialzi accumulati nei mesi scorsi.

Oggi il rame costa praticamente il doppio di un anno fa. Ma bisogna ricordare che nel 2020, in piena epidemia, le imprese non compravano più nulla o quasi, con il conseguente abbassamento dei prezzi.
In ogni caso, al momento, la corsa sembra essersi fermata e, anzi, il trend vede un allineamento al ribasso. Secondo gli osservatori del settore, sui mercati internazionali le previsioni stanno cambiando: l’esposizione rialzista netta dei fondi è più che dimezzata dall’inizio dell’anno e ora è ai minimi da 12 mesi. Insomma, buone notizie per
le imprese che si devono approvvigionare di rame.
Sui prezzi influiscono anche le mosse del governo cinese, preoccupato per una fiammata dei costi per le imprese produttrici che può produrre inflazione anche nella controllata economia di Pechino. Il governo, infatti, ha deciso misure anti rincari con cadenza quasi quotidiana.
Per esempio, il governo cinese ha previsto un piano per vendere rame, alluminio e zinco dalle riserve di Stato. È una specie di bomba atomica sul mercato, peraltro già lanciata: l’ultima volta è stato nel 2010 e per il rame nel 2005.
La Repubblica popolare ha anche aperto un’inchiesta sul mercato spot del minerale di ferro per «svelare e punire con severità» gli speculatori. Perché gran parte dei rincari delle materie prime è dovuta, appunto, a speculazione finanziaria, che si è sommata alle richieste delle imprese.
La minaccia del governo cinese, che come è noto non ama scherzare, ha provocato una discesa rapida del 9% delle quotazioni dei materiali ferrosi, materia prima che serve per produrre acciaio.
Capitolo legno, altra grande vittima dei rincari
Mediobanca ha appena fotografato il settore legno-arredo, rilevando uno dei punti critici: la filiera a monte (prime lavorazioni del legno) ha una capacità produttiva insufficiente rispetto alle necessità della filiera a valle (trasformazione e produzione di mobili).
Questo deficit crea una forte dipendenza dall’estero del nostro Paese per quanto riguarda l’approvvigionamento di materia prima. E, quindi, il forte rincaro dei prezzi del legname è stato un brutto colpo.
Il problema dei rincari, registrato a livello globale, incide quindi sul nostro Paese in maniera più pesante, dato che importiamo dall’estero oltre l’80% dei tronchi destinati a uso industriale. Quale sarà, quindi, l’andamento del prezzo del legname?
Proprio perché importiamo quasi tutto dall’estero occorre mettere il naso al di fuori dai propri piccoli confini nazionali. Uno sguardo sul futuro lo offre il New York Times in un articolo molto dettagliato: i futures (gli acquisti a termine a un prezzo prefissato) del legname sono saliti a livelli senza precedenti, spiega il maggiore quotidiano americano,fino all’inizio di maggio.

Ma da allora, i prezzi dei fogli di compensato e tavole trattate a pressione sono crollati, poiché le fabbriche di prodotti in legname hanno riavviato o aumentato la produzione e alcuni clienti hanno rimandato i loro acquisti fino a quando i prezzi non fossero scesi.
Le quotazioni del legname sul mercato dei futures, per esempio, sono scese di oltre il 45% rispetto al loro picco. Certo, il costo di massello e compensato è ancora alto: tra il 2009 e il 2019 i prezzi erano in media inferiori, ma ora la valutazione è scesa in 11 delle ultime 12 sessioni di trading.
Insomma, visto che Usa e Canada, assieme alla Russia, sono tra i maggiori produttori ed esportatori di legname, qualche indizio su un possibile arresto della corsa dei prezzi c’è.
Il petrolio rimane ai massimi
Fa eccezione in questo (per ora) trend ribassista il petrolio, che rimane ai massimi da due anni: il Brent è sopra quota 75 dollari al barile, sostenuto dalla ripresa della domanda mondiale e dagli intoppi nelle trattative sul nucleare iraniano, che potrebbero tagliare fuori ancora di più la produzione nel caso di maggiori tensioni in Medio Oriente.
Insomma, difficile attendersi un ribasso della benzina e, quindi, un minore costo dei trasporti.
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Rincaro materie prime: la fiammata dei prezzi e le sfide del 2021
Materie prime e rincaro dei prezzi, ma l’edilizia corre
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