Firenze nel Quattrocento era come la Silicon Valley contemporanea: capitali, talenti e, finalmente, tante informazioni disponibili. Che oggi servono a creare le applicazioni di Intelligenza artificiale aziendali per prendere le decisioni di business. Ma, attenzione, senza i dati di prodotto, della clientela o di governance, anche la più avanzata delle nuove tecnologie serve a poco: fornisce risposte perché è programmata per farlo, ma è verosimile che siano sbagliate. È questo il messaggio contenuto nell’intervento di Massimo Minguzzi, ceo di IdroLab al XXVI Convegno Angaisa.

L’innovazione promette di migliorare i processi che sono già in parte o molto digitalizzati, dalla logistica ai trasporti, dalle descrizioni articolo alla composizione dei cataloghi e dei prezzi, fino alla progettazione, ha spiegato l’esperto. Oppure, apre nuovi scenari: per esempio, trasferire la conoscenza, le competenze di persone che da 40 anni lavorano nelle imprese e, prima che vadano in pensione, in soluzioni tecnologiche per affrontare il ricambio generazionale. Sarà poi la perspicacia degli utenti a trasformare in esperienza questa memoria tecnica, depositata nelle piattaforme aziendali d’intelligenza artificiale.

Però non bisogna ingannarsi: l’intelligenza artificiale dà delle risposte, mette in sequenza dei dati, fa delle proiezioni sulla base dei modelli caricati. Ma le decisioni, la qualità delle analisi dei dati oggettivi dipendono poi dalla perspicacia, dalla capacità di discernimento, frutto del non detto, del contesto, del vissuto personale, dei valori, delle priorità e degli obiettivi, ossia dall’utente.

Non tutti l’hanno capito, secondo Minguzzi: ci sono produttori che preferiscono non divulgare descrizioni dettagliate per timore di essere copiati, peccato che i distributori abbiano bisogno delle informazioni come le dimensioni della merce per pianificare i trasporti e il magazzino.

«Cito un episodio accaduto a Bill Hewlett, uno dei fondatori del colosso HP, quando aveva cercato di aprire una porta in uno dei laboratori di ricerca, che era chiusa perché stavano lavorando a un nuovo computer. Ordinò, molto arrabbiato, che rimanesse aperta perché tutti i dipendenti fossero consapevoli di che cosa stesse facendo l’azienda in cui erano impiegati», racconta Minguzzi, per far capire come la cultura delle informazioni, del dato debba permeare le imprese della distribuzione, in modo da implementare l’intelligenza artificiale nei flussi di lavoro per automatizzare i processi che riducono i costi operativi, il pricing, le previsioni e il riassortimento.

E, ancora, negli strumenti di commercio digitale che migliorano la conversione e l’esperienza del cliente, che generano aumenti di produttività nelle vendite, nei servizi, nell’information technology e nell’omnicanalità.

«Il metodo per approntare questi progetti sono la priorità dei casi d’uso ad alto valore aggiunto, ma a basso rischio e ad alto Roi. Avere un alto ritorno sull’investimento si traduce in una fiducia che consente di alzare l’asticella nei progetti successivi per continuare a migliorare. Ma è necessario rafforzare la base dati», ha spiegato il Ceo di Idrolab.

«A questo punto vanno riprogettati i flussi informativi per integrare quell’automazione su flussi analogici o altri flussi digitali che già esistono; bisogna preparare e aggiornare la squadra a queste nuove tendenze, a queste nuove modalità di processo, ma soprattutto bisogna garantire la scalabilità e la sicurezza».

Tutto chiaro, a patto che i dati siano completi e strutturati, esistono degli standard: ETIM EC definisce quali sono le caratteristiche tecniche commerciali dei prodotti ed ETIM xChange indica come strutturarli per inviarli ai canali giusti. Fornitori di servizi, produttori, distributori sono tutti nella stessa barca, bisogna andare nella stessa direzione usando un carburante che oggi è uno solo: l’informazione.


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