«Senza case accessibili Milano rischia di perdere la sua identità, la sua vocazione di città del lavoro», afferma Iuri Franzosi, direttore generale di Lombardini22, società di architettura e ingegneria con sede a Milano e prima realtà italiana nel suo settore per fatturato.

«Le imprese alla ricerca di collaboratori non li trovano non perché mancano le persone con le giuste competenze, ma perché gli affitti sono troppo alti. È un’emergenza a cui bisogna porre rimedio, velocemente: se anche le realtà più dinamiche faticano ad attrarre persone, la ricaduta sarà sul sistema economico del territorio, frenandone le potenzialità di crescita».

Un anno fa avevate ipotizzato la formula build to rent, cioè costruire per affittare. Ci sono stati sviluppi concreti?

La stiamo applicando per un progetto di riqualificazione di un immobile della Curia vicino alla nostra sede di proprietà e attualmente inutilizzato.

L’idea è di ricavarne bilocali da 50 metri quadrati, che comprendano tutte le spese in un canone mensile di circa 400 euro, quindi una cifra che non superi il 25–30% dello stipendio medio, con la prospettiva di passare, nel tempo, da locatario ad acquirente.

E sempre nello stesso stabile vogliamo ricavare tra i 25 e i 30 posti letto, non un alloggio definitivo, ma temporaneo fino a sei mesi. Una sorta di punto di atterraggio sicuro e accessibile per i giovani al primo impiego che vengono da fuori in modo da permettere loro di ambientarsi, trovare stabilità e successivamente cercare soluzioni più adatte. Oggi mancano completamente spazi per accogliere chi arriva per lavorare.

Quali altre strade state esplorando per affrontare il tema dell’abitare?

È un percorso che stiamo costruendo insieme ad altre realtà milanesi. Noi abbiamo oltre 500 collaboratori, ma ci sono aziende con migliaia di dipendenti che vivono lo stesso problema, spesso in modo ancora più acuto.

Ci è voluto tempo, perché è un tema che tocca aspetti delicati: relazioni, fiducia, capacità di parlarsi, di superare resistenze interne. Abbiamo capito che, se il bisogno è comune, ha senso cercare anche una risposta comune.

Che tipo di risposta state immaginando?

Un modello che abbiamo definito housing as a service. Significa non trattare la casa come un bene rifugio o patrimoniale, ma come un servizio che permette alle persone di entrare in città. Le imprese si fanno carico di questo accesso, individuando immobili inutilizzati o da riqualificare o cambiare destinazione d’uso per metterli a disposizione dei propri collaboratori. Il rapporto non è più tra il proprietario e il singolo lavoratore, ma tra chi fornisce l’immobile e l’impresa, che poi lo gestisce all’interno della propria organizzazione.

Però si potrebbe obiettare che l’housing as a service non offre le basi per una progettualità di vita: il dipendente ha una casa solo fino a quando lavora per l’azienda. Dal punto di vista sociale sembra una situazione di precarietà…

Non sono d’accordo: siamo di fronte a un’emergenza e se in linea di principio nel medio e lungo periodo si possono muovere anche altre leve, il rischio è che, se non cominciamo a fare ciò che è possibile, non riusciremo nemmeno a fare ciò che sarebbe necessario.

Se aspettiamo di risolvere il problema in modo totale, mettendo a posto tutto, nella realtà non si muove nulla. E intanto le case continuano a mancare poiché una percentuale piuttosto alta del patrimonio edilizio privato è inaccessibile, destinata esclusivamente alla rendita.

L’effetto che vogliamo ottenere è immettere sul mercato un’offerta a prezzi più bassi, in modo da ridurre la tensione e di conseguenza, è il nostro auspicio, anche il livello dei canoni.

A che punto siete con il confronto tra imprese?

Abbiamo già parlato con una decina di aziende, tutte con lo stesso bisogno. Per questo abbiamo coinvolto una realtà associativa, che ci aiuti a coordinare il lavoro e trovare un modello condiviso. L’obiettivo è mettere a fattor comune le singole esperienze e trasformarle in una risposta reale del mercato.

Se ognuno procede per conto proprio con interventi isolati, il problema non si risolve, serve un’azione collettiva per produrre una risposta di sistema, solida e replicabile.


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