Il Piano nazionale di ripresa e resilienza mette a disposizione 248 miliardi. Buona parte di questi fondi sono per opere infrastrutturali e di sicurezza per il territorio, ma anche per il superbonus agli alberghi. Il problema? È che adesso bisogna saperli spendere.
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Piano nazionale di ripresa e resilienza
Si chiama Piano nazionale di ripresa e resilienza, per gli amici Pnrr, pronunciato Piennerre. Dietro questo nome che sembra resiliente anche alla immediata comprensione, c’è un mondo ignoto ai più, al di là di qualche titolo occhieggiato sui siti web e, nella migliore delle ipotesi, su qualche giornale quotidiano. In effetti, di che cosa si tratta? E, soprattutto, avrà un impatto sul mondo dell’edilizia?
Che cos’è il Pnnr
Il Pnrr fa parte del programma chiamato Next Generation Eu (o Ngeu: in Europa hanno una passione perversa per le sigle). Si tratta di un pacchetto globale da 750 miliardi di euro, costituito per circa la metà da sovvenzioni, concordato dall’Unione Europea in risposta alla crisi pandemica. La principale componente del programma è, appunto, il Pnrr.

Il Piano ha una durata di sei anni, dal 2021 al 2026, e una dimensione totale di 672,5 miliardi di euro (312,5 sovvenzioni, i restanti 360 miliardi prestiti a tassi agevolati). Senza entrare nel dettaglio, visto che il pacchetto di aiuti ha diverse componenti, all’Italia tocca una fetta di circa 248 miliardi di euro.
Se contate che la legge di Bilancio 2020, già molto più generosa del solito a causa delle misure anti pandemia, era di circa 30 miliardi, significa che l’Italia può disporre di qualcosa come il budget di dieci anni da investire tutti in una volta. Una storia che non si ripeterà più.
Attenzione: non è che sia tutto un regalo. La Ue emetterà delle obbligazioni per finanziare il Piano, il che significa contrarre un debito (da parte di tutti i Paesi) che andrà poi restituito, anche se nel lungo periodo. Ma questa è un’altra storia.
Pnrr ed edilizia: quale impatto sulle costruzioni
È interessante, invece, valutare qual è l’impatto del Pnrr sul mondo dell’edilizia e, di conseguenza, della distribuzione edile.

Il Piano si occupa di molti aspetti dell’economia, dalla digitalizzazione alla logistica, ma dà anche grande spazio alla transizione verde, alla tutela del territorio, alle energie rinnovabili, alle infrastrutture. Tutti aspetti che, in un modo o nell’altro, attraversano il mondo del costruire e, dunque, toccano anche la distribuzione edile.
A patto, però, che i soldi siano effettivamente spesi: su questo la Ue è (giustamente) risoluta. Se non sono impiegati secondo i piani, i quattrini vanno restituiti. Un motivo in più, insomma, per darsi da fare.
Edilizia scolastica
Per esempio, sono già a disposizione 5 miliardi destinati a edilizia scolastica, mense, palestre e asili nido: è una prima consistente tranche di investimenti destinati a potenziare le infrastrutture del sistema scolastico.

Di questi fondi, 3 miliardi sono per asili nido e scuole dell’infanzia, 400 milioni per le mense e 300 milioni per le palestre, 500 milioni per la messa in sicurezza degli edifici e 800 milioni per la costruzione di scuole nuove. Tutto questo si tradurrà in un alacre lavoro per le imprese nei prossimi mesi.
Ricostruzione post-sisma e città sicure
Un altro aspetto del Pnrr che interessa le aziende attive nel settore delle costruzioni è quello delle «macromisure» per risollevare i territori delle quattro regioni colpite dai terremoti del 2009 e del 2016.

Anche se non tutti i fondi in questione sono destinati alla ricostruzione, mentre l’obiettivo è più ampio, cioè la rinascita economica e sociale, le misure comprendono anche lavori di vario tipo.
Il capitolo del Piano intitolato Città e paesi sicuri, sostenibili e connessi, per esempio, vale 1,8 miliardi e punta a una strategia articolata di rinascita dei centri urbani. Un pacchetto di 325 milioni riguarda, nello specifico la rigenerazione urbana e territoriale e di questi, 200 milioni andranno ai progetti di spazi aperti al pubblico, ai borghi, ai quartieri di paesi e città.
Un’altra sottomisura, Infrastrutture e mobilità, mette a disposizione 335 milioni di euro e un pacchetto rilevante, 235 milioni è destinato alla rete stradale, quindi al potenziamento delle infrastrutture.
Superbonus alberghi
Il Pnrr ha permesso anche di introdurre un superbonus all’80% per gli alberghi. L’incentivo prevede il credito d’imposta cedibile a terzi, che si potrà utilizzare in compensazione per abbattere imposte e contributi.
Questo superbonus turistico servirà per riqualificare alberghi, stabilimenti balneari e strutture ricettive, agriturismi, terme, porti, parchi tematici, fiere e congressi.

Non solo: il superbonus per gli alberghi sarà cumulabile con un contributo a fondo perduto fino a 40 mila euro, che potrà crescere di altri 30 mila euro per le imprese che investono in digitalizzazione e innovazione.
Rigenerazione urbana
C’è, poi, il capitolo della rigenerazione urbana. «Oggi si apre una nuova fase per l’Italia e per i suoi quasi 8 mila Comuni. Un’occasione di sviluppo, progettazione, idee, che dobbiamo essere pronti a cogliere per i nostri cittadini e per le generazioni future», ha sottolineato il presidente del Consiglio, Mario Draghi, all’assemblea nazionale dell’Anci.
«Comuni e Città Metropolitane dovranno amministrare quasi 50 miliardi di euro come soggetti attuatori del Pnrr. Dalla transizione digitale a quella ecologica, dagli investimenti nella cultura all’edilizia pubblica, dagli asili nido al sostegno agli anziani più vulnerabili: il futuro dell’Italia vi vede oggi protagonisti». Insomma, i soldi ci sono: spendeteli, please.
Ci sono, infatti, 2,8 miliardi destinati a infrastrutture e rigenerazione urbana. Tutto (o quasi) business che passa dai magazzini della distribuzione. Il programma che prevede la spesa di questa montagna di soldi, sulla carta, sembra essere alquanto affollato.
Comprende periferie da riqualificare, edifici pubblici da riconvertire, case popolari da ristrutturare, rigenerazione di aree degradate, maggiore sicurezza nei quartieri, servizi urbani, viabilità e accessibilità, spazi pubblici, senza dimenticare bonifiche e riqualificazione dei centri storici. Il tutto in sintonia con la richiesta di sostenibilità.

Sindaci e amministrazioni locali, infatti, si sono affrettati a presentare progetti, non sempre di semplice attuazione, tenendo conto che il 40% delle risorse è destinato alle regioni del Sud.
Non tutte le proposte, però, passeranno alla fase due, quella operativa. Per quanto ingenti, le risorse a disposizione non avrebbero potuto essere spalmate su centinaia di progetti, con il rischio di destinare solo poche briciole a ognuno.
Sul tavolo del ministero, infatti, sono atterrate le 290 proposte presentate da tutta Italia nel 2020. Per attuarle tutte, sperando di mantenere i costi previsti dai progetti, sarebbero occorsi 4,6 miliardi. Troppi.
La commissione incaricata di valutare le proposte, quindi, ne ha ammesse 271, per una richiesta di finanziamento di 4.266 milioni, fra cui otto progetti pilota «ad alto rendimento» per 655 milioni riservati ai comuni maggiori e a forme di sperimentazione più complessa.
Da quella scrematura è stato poi selezionato un pacchetto di 159 progetti. Sono i prescelti, quindi, che si divideranno i 2,8 miliardi di fondi del Pnrr, più altri 21 milioni di residui di fondi nazionali.
Va aggiunto che nel passaggio dal governo Conte 2, che aveva mosso i primi passi per la gestione dei fondi Ue, all’esecutivo Draghi, sono avvenuti cambiamenti sostanziosi.
Un anno fa si parlava del Pinqua, che non è un animale esotico, ma il Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare introdotto dall’ex ministra Paola De Micheli. A un anno di distanza la rigenerazione urbana è stata assorbita dal Recovery Plan dal ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini. E ora, con i fondi europei, può iniziare l’assegnazione delle risorse tra Comuni e Regioni.
Ma, per equità bisogna aggiungere che il lavoro di selezione, frutto della collaborazione fra ministero, Regioni e Comuni, era già partito prima dell’approvazione del Pnrr. Il via libera di Bruxelles al piano presentato dal governo Draghi, insomma, non ha trovato il Paese impreparato.
Anche perché non c’è molto tempo da perdere: l’Europa concede i fondi, ma chiede (giustamente) che siano spesi in tempi certi. Questo significa che quello che è stato messo nero su bianco nel Pnrr deve essere tradotto in mattoni e cemento entro tempi certi.

E visto che l’obiettivo corrisponde alla realizzazione di circa 10 mila alloggi, tra quelli nuovi e riqualificati, oltre a 800 mila metri quadrati di spazi pubblici riconvertiti o riqualificati, perdere tempo sarebbe rischioso. Il calendario è fitto e, in più, c’è il rischio che burocrazie e malaffare di vario genere si mettano di mezzo con i conseguenti blocchi magari per intervento della magistratura.
La data di completamento dei progetti, infatti, in un primo tempo era quella prevista dai fondi nazionali del 2020, fissata per fine 2033. Ma ora il termine previsto per il completamento dei progetti è stato anticipato al 2026, in linea con i termini del Pnrr.
E che i tempi di esecuzione non siano derogabili lo testimonia l’agenda: solo quei progetti che avevano fissato un termine in linea con le scadenze previste nel piano entrano automaticamente nel finanziamento. Gli altri, invece, si devono adeguare riformulando un nuovo programma che rispetti il termine del 2026.
I paletti sono fissati per decreto e sono da considerare «obbligatori e vincolanti», pena l’esclusione dai finanziamenti. Non solo: ci sono solo 15 giorni per dire sì o no. In caso affermativo, quindi, si accettano i termini da rispettare. E questo comprende anche la modalità di progettazione.
Tutti gli interventi, infatti, devono essere compatibili con le linee guida per la progettazione di fattibilità tecnica ed economica approvate lo scorso luglio dal Consiglio superiore dei lavori pubblici. Si tratta, in sostanza, della filosofia che deve guidare la realizzazione delle opere, che mette al centro la sostenibilità ambientale.
Territorio e dissesto idrogeologico
Un altro capitolo interessante, per il Paese e per il business, riguarda gli interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni, e degli interventi contro il dissesto idrogeologico.

Per queste attività sono previsti 2,49 miliardi. Possono bastare per mettere in sicurezza
un Paese come l’Italia? Certo che no, ma sono pur sempre un contributo consistente.
Il Piano prevede un insieme eterogeneo di interventi (di portata piccola e media) da effettuare nelle aree urbane. I lavori riguarderanno la messa in sicurezza del territorio, la sicurezza e l’adeguamento degli edifici, l’efficienza energetica e i sistemi di illuminazione pubblica.
Non solo: se i veti incrociati dei partiti non si metteranno di mezzo, il governo varerà una riforma per superare le criticità di natura procedurale, legate alla debolezza e all’assenza di un efficace sistema di governance nelle azioni di contrasto al dissesto idrogeologico.
Il Piano prevede già come, in sostanza, agevolare il flusso di investimenti: prevede, infatti, la semplificazione e l’accelerazione delle procedure per l’attuazione e finanziamento degli interventi (con la revisione del Dpcm del 28 maggio 2015 sui criteri e le modalità per stabilire le priorità di attribuzione delle risorse agli interventi) e del relativo sistema ReNDiS.
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