Dopo quasi un anno di trattative tra Parlamento e i 27 governi della Ue si è arrivati a un accordo di massima. Via libera alle caldaie ibride, addio a quelle solo a gas. Gli edifici più inquinanti dovranno ridurre i consumi di energia del 16% entro il 2030 per arrivare a edifici green.

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È passata in sordina. Eppure, avrà con tutta probabilità un grande impatto sul mondo dell’edilizia, oltre che sulla vita di milioni di cittadini. L’Europa ha trovato, finalmente, un accordo per la transizione green che riguarda gli edifici.

Cambiano parecchie cose e, se il governo italiano non si metterà di mezzo nella applicazione del provvedimento (magari con un ritardo che comporti l’ennesima infrazione), si tratterà quasi di un assegno in bianco per il settore delle costruzioni, molto più di maxi opere che servono ad acchiappare voti come uno spot elettorale, ma risultano poi meno utili nella pratica.

La direttiva

La Epbd, acronimo di Energy performance of buildings directive, è la direttiva per la riqualificazione degli edifici, che era stata votata dal Parlamento europeo giusto un anno fa. Ma, poi, era dovuta passare attraverso le forche caudine del trilogo, l’organismo composto da rappresentanti del Parlamento, del Consiglio europeo (cioè i dei governi del 27 Paesi Ue) e della Commissione di Bruxelles.

Il triologo è in sostanza, il luogo della trattativa e della mediazione. In questo caso con il Parlamento di Strasburgo deciso a difendere la propria decisione e molti governi, tra cui quello italiano, decisi a rallentare i tempi della transizione fino a sfumare la riqualificazione degli edifici in un futuro non bene delineato. Il motivo?

In realtà, sono sostanzialmente due: il possibile costo per le casse pubbliche, nel caso la riqualificazione debba essere incentivata con bonus, peraltro come avviene già da oltre un decennio, e la contrarietà dei piccoli e grandi proprietari di immobili, che hanno accolto  l’obbligo di riqualificare gli immobili con l’entusiasmo di una multa per divieto di sosta.

L’intesa

Premesso questo, la cronaca ha registrato il 7 dicembre 2023, oltre che la prima alla Scala, anche l’acuto green di Parlamento e Consiglio, che hanno trovato un accordo dopo sei mesi di dure trattative.

Quel giorno, insomma ha aperto le porte a una nuova era, quella della riqualificazione per tutto il Vecchio continente. Secondo il relatore del provvedimento all’Europarlamento, l’irlandese Ciarán Cuffe, «abbiamo raggiunto un risultato straordinario, un progetto per la decarbonizzazione del patrimonio edilizio a livello mondiale».

Positivo anche il commento della commissaria Ue all’Energia Kadri Simson: «Sono una serie di misure concrete che migliorano la vita dei nostri cittadini, riducendo le bollette energetiche e stimolando l’economia».

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Eliminazione dei combustibili fossili dai sistemi di riscaldamento e raffreddamento

L’impatto

Anche se sono parole di circostanza, l’accordo non è cosa da poco: non si tratta di sogni per un imprecisato futuro, ma misure che in parte saranno operative già dal prossimo anno, anche se l’obiettivo ultimo è arrivare al 2040 con il bando dei combustibili fossili nei sistemi di riscaldamento e raffrescamento. Bisogna, però, aggiungere una fondamentale postilla: l’accordo raggiunto non è ancora stato tradotto nero su bianco, con virgole e punti.

La direttiva nella stesura finale deve ancora essere approvata e adottata formalmente da Parlamento e Consiglio. Insomma, l’accordo, al momento, è ancora in linea di massima. E, a volte, il diavolo si nasconde nei dettagli.

In ogni caso, il processo di riqualificazione segue due direttrici, che si possono sintetizzare in ammodernamento degli impianti e isolamento delle strutture. Per esempio, saranno sempre più centrali i sistemi ibridi, con macchine per la climatizzazione che uniscono caldaie e pompe di calore. Una soluzione che, per la verità non è vista con grande favore dai tecnici.

Si tratta di un compromesso raggiunto per evitare quella che era la proposta iniziale, cioè puntare tutto sull’elettricità, quindi solo sulle pompe di calore.

Sono state eliminate comunque le agevolazioni per le caldaie che funzionano esclusivamente a gas metano, compensate (ma è ancora tutto da decidere) con una politica di incentivi per impianti che possono utilizzare combustibili verdi come biometano e idrogeno.

Nello specifico, l’accordo prevede che dal prossimo anno, il 2025, le  agevolazioni fiscali alle caldaie autonome alimentate da combustibili fossili sono abolite.

Questa decisione ha un immediato impatto per l’Italia e, nello specifico, per le rivendite: l’ecobonus ancora in vigore, per esempio, prevede un trattamento fiscale incentivato al 50% per le caldaie a condensazione con efficienza almeno pari alla classe A, mentre al 65% per gli impianti dotati di sistemi di termoregolazione evoluti. Incentivi da dimenticare per il 2025.

Saranno sostituiti con agevolazioni per i nuovi impianti in regola con la direttiva Ue? Solo il ministro all’economia Giancarlo Giorgetti può rispondere.

Dato che, però, il governo si era  espresso per una revisione ragionata del puzzle dei bonus, la direttiva europea fornisce un quadro a cui l’esecutivo può agevolmente conformarsi, magari senza arrivare a fine anno in assenza di decisioni in materia.

Sarebbe nefasta una mancanza di indicazioni sia per i rivenditori, sia per le imprese produttrici e, ovviamente, gli utenti finali.

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Zona grigia

In ogni caso, i nuovi incentivi dovranno essere conformi con lo spirito della direttiva. Tutto chiaro? Non troppo: ci sono alcuni aspetti che dovranno essere approfonditi.

Per esempio, quelli che riguardano gli apparecchi cosiddetti green gas ready, che al momento rimangono confinati in un limbo normativo.

Un punto a favore, però, è stato raggiunto nella direzione in cui puntava l’Italia: la direttiva riconosce agli Stati membri una certa autonomia per poter decidere le proprie politiche d’incentivazione. Inoltre, l’accordo assegna agli apparecchi ibridi un ruolo fondamentale nella transizione energetica anche dopo il 2025.

Dall’anno prossimo quindi, come accennato, il governo potrà assegnare delle agevolazioni per chi installa sistemi di riscaldamento ibrido che utilizzino anche energie rinnovabili. Per esempio, a chi sceglie una pompa di calore assieme a pannelli fotovoltaici. Peraltro, è uno dei casi già incentivato dai bonus negli anni scorsi. Ma il governo lo farà? È tutto da vedere.

Nuovi impianti

Discorso diverso per l’obiettivo 2040, che comporta l’eliminazione dei combustibili fossili dai sistemi di riscaldamento e raffrescamento. Anche in questo caso bisognerà studiare le linee guida del provvedimento.

Da quella data, in ogni caso, non sarà vietato vendere tutte le tipologie di caldaie, ma proibita l’installazione di quelle che funzioneranno unicamente a combustibili fossili, metano compreso.

Va detto, ma era scontato, che le caldaie già installate possono rimanere dove sono, fino al termine del loro ciclo di vita. L’attenzione si sposta ora sul regolamento Ecodesign, quello che deve definire le caratteristiche che i prodotti per il riscaldamento dovranno avere per  essere immessi sul mercato.

Ma per chiudere questo capitolo è necessaria la chiusura definitiva della direttiva case green. Nella tortuosa strada che porta alla edilizia sostenibile, è quindi necessario che nei regolamenti la nuova direttiva Epbd si sintonizzi con il regolamento Ecodesign, che prevede tuttora divieti per gli apparecchi di riscaldamento con efficienza inferiore al 115% a partire dal 2029. Un paletto che mette fuori mercato praticamente tutte le caldaie.

Riqualificazione

Il capitolo riqualificazione, invece, è stato affrontato già in ottobre, a seguito della proposta del Parlamento europeo, che a metà marzo 2023 aveva proposto un sistema basato su target per i singoli edifici, con almeno il 55% della riduzione del consumo di energia primaria da raggiungere attraverso il rinnovo degli edifici più
energivori.

Secondo quella direttiva, votata a larga maggioranza, entro il 2030 gli immobili avrebbero dovuto essere almeno in classe E, ed entro il 2033 avrebbero salire almeno nella classe D.

Un obiettivo realisticamente difficile, che aveva sollevato numerose perplessità. Il trilogo, il 12 ottobre scorso con coda il 7 dicembre, ha però cambiato la prospettiva.

Invece degli obiettivi basati sulle classi di efficienza energetica (A, B, C fino a G) è stato deciso che gli Stati membri dovranno definire un proprio piano nel quale viene progressivamente ridotto il livello medio di consumi energetici degli edifici.

Al primo posto per urgenza di intervento dovranno essere gli edifici in classe G e, più in generale, quelli che riguardano il 43% di costruito, la parte più energivora del patrimonio edilizio.

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Riduzione del consumo di energia primaria da raggiungere con il rinnovamento degli edifici

Efficientamento

Gli edifici residenziali più inquinanti all’interno dell’Unione Europea dovranno ridurre il consumo medio di energia primaria del 16% entro il 2030, percentuale che entro il 2035 dovrà salire al 20-22%.

Per gli edifici non residenziali, il limite è del 16% entro il 2030 e del 26% entro il 2033. Tradotto: in Italia vanno efficientati in fretta circa 5 milioni di volumi, tra villette e condomini.

Con l’accordo, i Paesi potranno decidere in maggiore autonomia il percorso. La palla passa quindi ai diversi governi: l’Europa ha scelto degli obiettivi, a cui ha aderito anche l’Italia, visto che al trilogo hanno partecipato anche rappresentati italiani.

Si tratta di non interpretare l’autonomia sul metodo da seguire, mettendo a punto una roadmap. Senza che questa diventi un passaporto per perdere tempo.

Non si può neppure dire che l’Europa ci prevarica, visto che Bruxelles si è occupata di definire la linea di principio, all’interno della quale i membri della Comunità sono liberi di fissare le proprie scelte.

A proposito: è stato deciso anche che gli eventuali bonus dovranno andare in primis alle famiglie meno abbienti, o a soggetti colpiti da povertà energetica e persone che vivono in edifici di housing sociale.

Classi energetiche

Un’altra novità emersa dal confronto tra Parlamento e governi riguarda il sistema degli attestati di prestazione energetica. Un anno fa la direttiva indicava la necessità di armonizzazione gli attestati di prestazione energetica tra i diversi Paesi: oggi la classe A italiana non equivale, nei fatti, a quella tedesca.

Un obiettivo che aveva lo scopo principale di controllare il raggiungimento degli obiettivi di riqualificazione agli standard fissati. L’idea, invece, è stata stoppata.

Il trilogo ha stabilito che l’armonizzazione è troppo difficile e non è necessaria, ognuno faccia come gli pare. Non solo, una volta conquistato l’attestato energetico, questo sarà valido per dieci anni e non cinque come era previsto in partenza.

Insomma, la proposta è stata abbondantemente annacquata. Sia come sia, dal 2030 tutti i nuovi edifici residenziali dovranno essere costruiti a emissioni zero. Chi progetta oggi deve già attrezzarsi, che si tratti di una villetta o di un condominio, di social housing o di un hotel.

E per gli edifici pubblici l’obbligo partirà dal 2028. L’opposizione di alcuni governi ha invece fatto saltare l’obbligo di installare pannelli solari su tutti gli edifici.

L’obbligo di installazione degli impianti di energia solare sarà valido solo per i nuovi edifici, per quelli pubblici e quelli non residenziali, ma molto grandi. I condomini, insomma, non saranno obbligati.

di Giuseppe Rossi

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