Una ricerca di Netcomm sugli effetti dello shopping online in Italia.
Nel 2025 il valore economico complessivo generato dall’e-commerce è stato di 993 miliardi di euro, dato dalla somma di due componenti: 293 miliardi euro di valore aggiunto, ovvero la ricchezza generata e trattenuta nel sistema economico, distribuita tra salari, profitti e imposte (pari al 13% del Pil italiano nel 2025) e 700 miliardi di euro di fattori produttivi e prodotti intermedi, che corrispondono invece ai consumi intermedi, ossia i beni e servizi che acquistano ed utilizzano le imprese per operare. Si tratta di un valore che ha un effetto moltiplicatore pari a 5,6: ogni euro speso online genera 5,6 euro di valore economico nel sistema produttivo. La filiera coinvolge inoltre 2,2 milioni di occupati, circa il 9% del totale degli occupati in Italia, e produce un contributo significativo per l’erario, con circa 69 miliardi di euro incassati nel 2025 tra imposte dirette e indirette. E l’e-commerce B2C continua a crescere in modo progressivo, strutturale e stabile, al punto da raggiungere nel 2025 un valore delle vendite pari a 178 miliardi di euro.
Grazie alle dimensioni economiche, il tasso di penetrazione dell’e-commerce B2C nel 2025, ossia il peso sul totale dei consumi offline e online degli italiani, supera il 13%, mentre la quota di e-shopper è pari al 62%. In un contesto economico segnato da un’inflazione crescente, il canale e-commerce favorisce la salvaguardia del potere d’acquisto delle famiglie.
I dati sono emersi nel corso di Digital Value Chain Impact, l’evento organizzato da Netcomm (consorzio che riunisce 480 aziende) a Roma.
“Il commercio digitale è oggi una delle leve più strategiche dell’economia italiana: la filiera genera 293 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 13% del Pil, coinvolge 2,2 milioni di occupati e contribuisce con circa 69 miliardi al sistema fiscale del Paese. Ogni euro speso online ne attiva 5,6 lungo l’intera catena produttiva: ciò dimostra cosa significa rete del valore: l’e-commerce non è un canale a sé, ma un’infrastruttura che mette in connessione imprese, competenze, logistica, pagamenti e occupazione, rafforzando l’intero tessuto economico”, commenta Roberto Liscia, presidente di Netcomm.
Roberto Liscia
“Eppure, il nostro Paese sconta ancora un ritardo rispetto alla media europea su tre fronti interconnessi: la maturità digitale delle imprese, le competenze della forza lavoro e la capacità di crescere sui mercati esteri attraverso i canali digitali. È un divario non solo tecnologico, ma strutturale e culturale, che si colma solo con interventi coordinati tra politica industriale, formazione e quadro regolatorio. Per liberare il potenziale dell’Italia serve una politica industriale dedicata, che riconosca il commercio digitale come settore strategico e accompagni la sfida decisiva: la digitalizzazione delle PMI, cuore del nostro tessuto produttivo. Dobbiamo formarle, sostenerle e farle crescere, anche sui mercati internazionali, all’interno di un quadro normativo più semplice e armonizzato. La rete del valore del commercio digitale può diventare una leva di competitività per l’intero sistema Italia, a condizione che le istituzioni, in Italia e in Europa, scelgano la strada della semplificazione e dell’armonizzazione: norme proporzionate, applicabili dalle imprese e capaci di mettere al centro il cittadino-consumatore senza frenare l’innovazione”.