A sottolineare l’importanza di una programmazione nazionale in tema di interventi per il dissesto idrogeologico, durante il workshop seguito alla prima parte del Convegno YouTrade Roma, è intervenuto Antonio Lombardi, presidente di Federcepicostruzioni, associazione costituita nel 2017 che rappresenta nel comparto delle costruzioni 11.800 imprese. Presente in tutta Italia con sedi provinciali e regionali, fa parte della Confederazione Europea delle Piccole Imprese (Cepi) che riunisce 34 mila realtà.


antonio lombardi convegno youtrade roma

Dissesto idrogeologico: la frammentazione delle competenze rallenta gli interventi

«È passata in sordina la legge 3 del 18 ottobre 2001 (riforma costituzionale che ha ridisegnato i rapporti tra Stato, regioni ed enti locali, aumentando le competenze legislative e amministrative di queste ultime, ndr), che ha fatto più danni che mai all’Italia», ha attaccato Lombardi.

«Oggi la salvaguardia del territorio è una prerogativa regionale. Mentre prima si programmavano le risorse a livello nazionale, adesso ci sono regioni che spendono bene e altre che, nonostante seri problemi di dissesto idrogeologico, non riescono a spendere», ha ribadito il relatore, facendo l’esempio della frana di Niscemi in Sicilia.

«In Italia quasi il 95% dei comuni è a rischio dissesto  idrogeologico. Su 7.900 comuni, sono 7.463 quelli a rischio frane o dissesto idrogeologico. L’alluvione dell’Emilia-Romagna costerà 8,6 miliardi solo di danni, quando gli investimenti nel Pnrr preventivi sono di 2,4 miliardi. Non siamo bravi a investire, non siamo bravi a spendere. Abbiamo 51 miliardi in cassa di fondi del Pnrr che non riusciamo a spendere, però siamo bravi a fare riforme. L’Unione Europea ci ha mandato 120 miliardi a prestito che restituiremo con gli interessi, e che investiamo pure male».

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Un territorio sempre più fragile richiede una prevenzione strutturale

Dal 1999 a oggi l’Italia ha stanziato 21,4 miliardi di fondi sul dissesto idrogeologico.

«L’Italia è un paese molto fragile, con un incremento del 23% di territorio a rischio frane o episodi idrogeologici. I fenomeni censiti dall’Ispra sono stati finora 636 mila. Abbiamo 12 milioni di cittadini esposti, 5,7 milioni a rischio frana e 6,8 milioni a rischio alluvioni. Gli eventi estremi accelerano sempre di più e aumentano i territori con problemi idrogeologici», ha evidenziato Lombardi.

Ma il dissesto non è solo tutela dell’ambiente, è anche economia. «C’è il costo del non fare. Quando arriva un’alluvione le aziende si fermano, i territori sono invasi dall’acqua, la popolazione non va più a lavorare, c’è un problema anche di mancata produttività dei territori. I danni da mancato investimento hanno un moltiplicatore del 3.6x, quindi se investiamo male, dopo spenderemo di più».

Ribadendo con forza la necessità di una programmazione nazionale degli interventi contro il dissesto idrogeologico, il presidente di Federcepicostruzioni ha elencato le risorse programmate dal 2010, molto frammentate sia per strumenti sia per anni.

«La copertura residua dell’Accordo 2010 stanzia 2,85 miliardi su 2.700 opere, cioè 1 milione di euro a opera, che tolti i costi di progettazione, Iva, spese tecniche, si riducono a 500 mila euro, una spesa ridicola. Abbiamo proposto un piano almeno quinquennale come capacità di spesa, che derivi da un monitoraggio del territorio, dall’analisi degli interventi già progettati a rischio e delle opere che sono veramente necessarie affinché si metta in sicurezza il territorio. Abbiamo ancora stanziamenti da 1,08 miliardi dal Mase 2024, 400 milioni da un programma 2025-2030 che risiede in una legge finanziaria e 8 milioni per l’assistenza ai piccoli comuni per la progettualità», ha riassunto il relatore. Ma è la capacità di spesa il vero collo di bottiglia.

antonio lombardi

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La burocrazia rallenta le opere contro il dissesto idrogeologico

«Per realizzare un’opera pubblica da 2 a 5 milioni di euro ci impieghiamo quattro anni. Mentre nelle conferenze di servizi in tutta Europa si danno i pareri e si avviano i lavori e poi si portano le carte, da noi invece dobbiamo portare prima le carte davanti al Suap, alla Soprintendenza, ai Vigili Del Fuoco, all’Asl, all’Arpac. Abbiamo 27 enti che pronunciano pareri e dobbiamo rincorrere i tempi morti delle approvazioni dei progetti che hanno lungaggini incredibili. Per un’opera infrastrutturale idrogeologica abbiamo sette livelli: il governo, il Mase, le regioni, la protezione civile, l’autorità di bacino, i comuni e i soggetti attuatori», ha elencato Lombardi, sottolineando il manicomio burocratico del nostro Paese, che sull’emergenza spende il 70% delle risorse e solo il 30% lo investe in prevenzione.

«Non possiamo continuare a ricordarci delle frane e degli eventi calamitosi solo quando si verificano i morti. Le tecnologie ci sono: sistemi di monitoraggio satellitari e droni per prevenire le frane e misurare smottamenti, reti pluviali separate, casse di laminazione, pavimentazioni permeabili. Il materiale di risulta dei fiumi va eliminato. Negli ultimi anni si sono verificati eventi devastanti, in 72 ore è scesa tanta pioggia quanto le precipitazioni di tre mesi. Insomma, i dati mostrano quanto è importante programmare interventi e farlo bene», ha concluso il relatore, lanciando un messaggio di auspicio.

«Se i nostri governanti si rendessero conto di quanto la filiera è fondamentale per far risalire il Pil oltre ai livelli da prefisso telefonico, che le opere pubbliche servono al Paese e che il Piano Casa è veramente un’opportunità per migliorare la qualità di vita e la sicurezza dei cittadini, credo che potremmo fare una grande svolta verso lo sviluppo che tutti desideriamo».

antonio lombardi convegno youtrade roma

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