Si costruisce meno. Eppure, in soli 12 mesi è stata coperta di asfalto o costruzioni un’area di 63 chilometri quadrati. Un trend di consumo di suolo insostenibile, che fa male all’ambiente e peggiora il rischio idrogeologico. La soluzione? Abbattere per ricostruire. Meglio
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Non è vero che in Italia non si costruisce più. Semmai non si costruisce più ai ritmi forsennati degli anni Sessanta e anche a quelli, più morigerati del primo scorcio del secolo. Ma si costruisce. Quanto? Forse più di quanto sarebbe auspicabile e in quantità irrazionalmente distribuita sul territorio, se si considera l’esercito di capannoni vuoti, impianti industriali dismessi ed edifici fatiscenti che andrebbero abbattuti e ricostruiti in un’opera, quella sì, di impatto sociale positivo, oltre che economico.
Consumo di suolo in Italia: i dati Ispra
I dati dell’Ispra, l’istituto di ricerca governativo che vigila sull’impatto ambientale, non lasciano dubbi. Dal 2006 al 2021 il consumo di suolo in Italia è aumentato di oltre 115 mila ettari, cioè 1.150 chilometri quadrati. Una superficie che è circa nove volte maggiore di quella dell’intera città di Torino o, se preferite, poco meno dell’intera area di Roma.
Cemento e asfalto che sono stati concentrati per il 40% prevalentemente nelle regioni del Nord, in particolare Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Ma anche quella di Napoli è una delle aree più interessate dalla cementificazione.
Nelle regioni dove si concentra la maggior parte delle attività produttive molte province hanno ormai superato il 10% di superficie impermeabilizzata, con un sensibile incremento, in termini di ettari consumati, tra il 2020 e 2021.
Solo nell’ultimo anno è stato occupato un territorio grande come un comune di medie dimensioni, come Savona, Pavia o Salerno: circa 63 chilometri quadrati. Attenzione: quando si dice consumo di suolo non si intende solo quello occupato da edifici, ma anche da strade e viadotti. Ma è ovvio che quelle strade e quei viadotti si costruiscono per collegare individui ed edifici.

Per dare un’idea: meno di 20 anni fa il suolo italiano coperto da strade e costruzioni era pari al 6,75% del totale. A fine 2021 è arrivato al 7,13%, contro una media Ue del 4,2%. In sostanza, in Italia c’è circa il 40% in meno di suolo destinato ad agricoltura o boschi rispetto agli altri Paesi europei.
In termini assoluti, si legge in un rapporto dell’Istituto, che fotografa la salute ambientale del Paese, in Italia sono oggi irreversibilmente persi circa 2,150 milioni di ettari di suolo.
La densità dei cambiamenti netti fra il 2020 e il 2021, ovvero il consumo di terreno rapportato alla intera superficie, rende evidente il peso del Nord-Ovest, che consuma 2,7 metri quadrati ogni ettaro di territorio, contro una media nazionale di 2,1 metri quadrati per ettaro.
Sempre il report dell’Ispra avverte: l’intensità del consumo di suolo dal 2006, espressa in metri quadrati per ettaro, presenta una media nazionale di oltre 38 (metri quadrati per ettaro). E mettendo in relazione il tasso di variazione del consumo di suolo con quello di variazione della popolazione, secondo un rapporto semilogaritmico, negli anni tra il 2015 e il 2021 si rilevano a livello nazionale valori quasi sempre inferiori a -1. Solo gli ultimi due anni presentano valori compresi tra -1 e 0.
Tradotto: è una crescita insostenibile, all’interno della quale l’aumento del suolo consumato è accompagnato da una riduzione della popolazione.

Corine Land Cover
Si può entrare ancora di più nel dettaglio se si esamina l’utilizzo del suolo per classi di primo livello Clc. Di che si tratta? L’acronimo sta per Corine Land Cover. Corine che a sua volta è la sintesi di Coordination of Information on the Environmen. Si tratta di una sintesi dei dati sulla copertura, sull’uso del suolo e sulla transizione tra le diverse categorie.
Queste sono alcune delle informazioni più frequentemente richieste per la formulazione delle strategie di gestione e di pianificazione sostenibile del territorio. L’obiettivo è fornire gli elementi informativi a supporto dei processi decisionali a livello comunitario, nazionale e locale e per verificare l’efficacia delle politiche ambientali.
Per questo motivo l’indicatore descrive la variazione quantitativa dei vari tipi di aree individuate come omogenee al loro interno. Per esempio, agricole, urbane, industriali o commerciali, infrastrutture, ricreative, naturali e seminaturali, corpi idrici. Dati che sono poi riportati alla scala di indagine e secondo il sistema di classificazione Corine.
Bene, secondo questo indicatore, rileva l’Ispra, i maggiori incrementi rispetto al dato del 2012 in termini assoluti riguardano le aree artificiali registrate in Lombardia (1.587,35 per 100 metri quadrati-ettaro), Emilia-Romagna (1.948,94) e Veneto (1.750,22). Per la cronaca, la provincia di Monza e Brianza è quella con la maggior percentuale di suolo consumato (40,7%), seguita da Napoli (34,6%) e Milano (31,7%).

La crescita percentuale relativa, e non assoluta, spetta però a tre città pugliesi: Bari, Taranto e Brindisi, oltre che da Ravenna. Al contrario, le province che hanno consumato meno suolo sono invece Trieste, Lucca, Pistoia, Genova, La Spezia e Firenze.
Aree a uso agricolo
Il consumo di suolo avviene prevalentemente a scapito delle aree agricole, che continuano a decrescere con una media nazionale di quasi 1.500 ettari all’anno. Anche in questo caso le regioni del Nord presentano le perdite maggiori di terreno in precedenza destinato a coltura. In generale, su tutto il territorio la differenza percentuale tra il 2012 e il 2018 mostra che è stato perso lo 0,17% delle aree a uso agricolo, con una crescita dello 0,67% dell’ambito urbano e dello 0,12% di quello naturale.
Attenzione: non si tratta solo di un semplice esercizio accademico. Alluvioni come quella recente in Romagna, le attese ondate di calore estivo, le città che diventano vulnerabili ai violenti cambiamenti meteo, sono aspetti legati anche alla trasformazione del territorio. Un cambiamento che, in Italia, è ancora più fragile a causa della conformazione del territorio, in buona parte a rischio idrogeologico, oltre che sismico.

Costruire in aree a rischio di inondazioni o restringere gli alvei dei fiumi è pericoloso. Ma oggi, per fortuna accade di meno. Peccato che la crescita accelerata dell’urbanizzazione negli anni Cinquanta e Sessanta, con il restringimento di molti corsi d’acqua, sia come un fardello che si somma al cambiamento climatico di oggi.
Come fare? Una soluzione, in teoria, sarebbe quella di ripristinare le aree di espansione, dove fiumi e torrenti possano esondare senza pericoli. Ovviamente è quasi sempre inattuabile in zone ad alta edificazione.
Rigenerazione urbana
Che fare? La parola magica è la rigenerazione urbana, un concetto tanto necessario, quanto vago. Rigenerare significa, a volte, cambiare radicalmente. E questo comporta costi altissimi, ci vorrebbero cento Pnrr per trasformare le città italiane. A questo si somma la resistenza di chi abita nelle zone a rischio e che, anche dopo un terremoto o un’inondazione, vuole ritornare alla vita di sempre, nella casa ricostruita com’era e dov’era.
E non sono solo questi gli unici problemi. Un altro scoglio alla strada maestra di rigenerare le città e frenare il consumo di suolo deriva dalla politica. Senza scadere nella trita anti politica, che considera i politici tutti ladri, tutti incompetenti, tutti stupidi, bisogna ammettere che l’Italia, rispetto ad altri Pesi europei, non si è dotata di piani regolatori o leggi particolarmente efficaci in materia.
L’Italia è il Paese delle autonomie, quindi ogni Regione, comune o provincia vuole disporre a modo suo del governo del territorio. Il risultato si vede: un città diffusa nell’area padano veneta o emiliana, senza confini tra campagna e zone urbane, con un mare di capannoni costruiti dove capita.
Al contrario, in altri Paesi, per esempio la Francia, c’è una minore frammentazione delle competenze locali e una maggiore attenzione alla pianificazione del territorio. Delimitare un confine netto fra città e campagna, con zone industriali concentrate in aree precise, è un incentivo a consumare bene il suolo senza estendere la cementificazione ovunque.
Un aiuto sul quale c’è da scommetterci può arrivare dalla Ue, ma in Italia si alzeranno voci contro le «imposizioni di Bruxelles» e «difesa della libertà» (forse di devastare il territorio).
A salvare le città, e al contempo dare una mano al settore dell’edilizia, è la proposta europea di direttiva denominata Soil health- protecting, sustainably managing and restoring Eu soils, in programma di discussione a luglio.
Bisogna aggiungere che una direttiva è era già stata presentata nel 2006, e poi ritirata nel 2014. Ma forse questa volta sarà diverso. Con la direttiva dovrebbero essere determinate linee guida precise per evitare di costruire random, e di puntare su demolizione e ricostruzione.
Anche perché l’obiettivo, forse velleitario, di azzerare il consumo netto di suolo e le emissioni di Co2 entro il 2050 deve per forza passare da un forte processo di rigenerazione urbana.
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