Il Codice degli Appalti sembra essere il Codice dei Pasticci. Approvato solo due anni fa, ha incontrato subito i rilievi delle imprese di costruzioni. Tanto che solo pochi mesi dopo la trionfale presentazione si è cominciato subito a studiare i rimedi per renderlo meno indigesto e nel giro di un anno il governo ha presentato delle modifiche.

Ma non abbastanza. Ora è la volta dell’Europa a bacchettare il quadro normativo con sette contestazioni che, secondo gli esperti, ne mettono perfino in crisi l’impianto. Sotto accusa sono, per esempio, l’accesso agli atti, il diritto di prelazione e tutta l’architettura della finanza di progetto.

E non si tratta di aspetti marginali, dato che se il governo e, in particolare il ministero delle Infrastrutture, non interverrà per sanare tutto in fretta, i rilievi potrebbero trasformarsi in una procedura di infrazione con deferimento alla Corte di Giustizia Ue. Tradotto: un sacco di milioni dei contribuenti italiani che finirebbero nelle casse Ue. Il tutto per un decreto legislativo scritto male.

Ma che cosa chiede Bruxelles? La prima modifica riguarda la riservatezza, perché il Codice Appalti stabilisce che sia consentito l’accesso del concorrente che lo richieda alle informazioni riservate, «incluse quelle relative a segreti tecnici e commerciali, se indispensabile ai fini della difesa in giudizio dei propri interessi giuridici». Un concorrente potrebbe insomma fare ricorso per scoprire i segreti industriali di un’altra impresa.

Nel mirino anche la finanza di progetto: le regole italiane, secondo i rilievi, non presentano «le adeguate garanzie procedurali a presidio del rispetto dei principi di trasparenza, parità di trattamento e non-discriminazione».

Infine, non piacciono neppure le regole sul diritto di prelazione che riguardano l’autore del progetto. Secondo il Codice, il proponente può estromettere il primo aggiudicatario della gara, impegnandosi a rispettare le stesse condizioni da lui garantite. Ma così «la gara si riduce così essenzialmente a un vuoto requisito burocratico», violando i principi di concorrenza e parità di trattamento. Tutto da rifare, insomma.

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