Il progetto Casa di paglia a Carovigno (Brindisi) nasce da un principio chiaro: realizzare un edificio sostenibile e capace di integrarsi profondamente nel paesaggio, riducendo al minimo l’impatto ambientale e il ricorso agli impianti tecnologici. Al centro della strategia progettuale vi è l’elevata inerzia termica dell’involucro, ottenuta grazie all’impiego di materiali naturali, che consente di garantire comfort interno stabile durante tutto l’anno. Grande attenzione è stata inoltre dedicata alla conservazione del contesto agricolo, evitando il più possibile lo spostamento degli ulivi secolari e rispettando le visuali esistenti.
Anche il cantiere è stato concepito in un’ottica sostenibile. La scelta dei materiali ha privilegiato fornitori locali, entro un raggio di circa 100 chilometri e, parallelamente, è stata adottata una gestione attenta degli scarti, con separazione dei rifiuti e riutilizzo della terra di scavo direttamente sul sito. La scelta dei materiali, tutti naturali, durevoli e traspiranti, riflette un approccio che coniuga tradizione e innovazione. La casa di paglia si configura così come un esempio virtuoso di architettura contemporanea: un progetto capace di coniugare efficienza energetica, qualità dello spazio e rispetto per il territorio, offrendo un modello replicabile per un costruire più responsabile, come racconta a YouTrade l’architetto Luciano Marè, ideatore del progetto.
Qual è l’idea al centro del progetto?
L’idea guida è stata, fin dall’inizio, molto chiara: realizzare un edificio sostenibile che si inserisse nel paesaggio nel modo più naturale possibile. Abbiamo lavorato su una grande inerzia termica dell’involucro, così da limitare al massimo il ricorso agli impianti tecnologici, e allo stesso tempo abbiamo cercato di ridurre il più possibile l’impatto sul sito, evitando per quanto possibile lo spostamento degli ulivi esistenti.
Come descriverebbe il dialogo della villa con il territorio in cui sorge?
La casa ha un linguaggio contemporaneo, ma nasce da un confronto molto attento con le tipologie costruttive pugliesi. Abbiamo guardato alle lamie, ai depositi rurali, alle geometrie tradizionali e anche alle indicazioni del Piano Paesaggistico Regionale, che abbiamo trovato particolarmente puntuali e utili. L’obiettivo era far sì che la villa si inserisse con armonia tra gli ulivi secolari, senza imporsi sul paesaggio e senza interferire con le visuali delle abitazioni confinanti.
Quando sono iniziati il progetto e poi il cantiere? Come si è proceduto alla preparazione?
Prima dell’apertura del cantiere abbiamo svolto tutte le operazioni preliminari indispensabili: prove geotecniche, analisi delle acque del pozzo esistente, contatti con gli enti competenti per gli allacciamenti e per l’organizzazione dei servizi.
Ci sono stati particolari accorgimenti per rendere sostenibile il cantiere?
Sì, e li abbiamo impostati già in fase di progettazione e di preventivazione. Abbiamo cercato imprese e fornitori in grado di garantire materiali prodotti in loco o comunque entro un raggio di circa 100 chilometri, in modo da ridurre il peso del trasporto.
Abbiamo selezionato blocchi naturali a base di calce e fibre vegetali prodotti a Bari, serramenti in alluminio realizzati in Puglia, tufo e chianche locali, lastre con pietra del territorio per i pavimenti interni, intonaci a base di calce e inerti locali, lavorati anche con tecniche tradizionali come la molazza.
Anche l’organizzazione del cantiere è stata pensata in chiave responsabile: separazione degli scarti, gestione distinta dei materiali di risulta e riutilizzo in sito della terra di scavo, poi sistemata direttamente nel terreno.
Quali sono state le principali fasi di costruzione?
Siamo partiti con la scarificazione del terreno e il picchettamento. Poi abbiamo realizzato fondazioni leggermente rialzate rispetto al piano medio di campagna, seguite dalla struttura verticale e orizzontale in cemento armato.
Le solette sono state realizzate con travetti e pignatte in calce e paglia, con uno spessore di 24 centimetri, per ottenere uno sfasamento termico importante, completato da un ulteriore strato di isolamento in lana di roccia da 8 centimetri.
Le tamponature sono state eseguite con blocchi da 40 centimetri, sempre a base di calce e fibre vegetali, e successivamente rivestite con blocchi in tufo da 20 centimetri, lasciando un’intercapedine. È una stratigrafia che risponde bene in termini di isolamento, traspirabilità e comfort.
Quali strategie avete messo in atto per assicurare l’efficienza idrica della costruzione?
Anche il tema dell’acqua è stato trattato come parte integrante del progetto. Abbiamo recuperato e sistemato il pozzo esistente, poi realizzato una cisterna dedicata da 10 metri cubi. In più, abbiamo previsto una seconda cisterna da 30 metri cubi per la raccolta delle acque meteoriche provenienti dai tetti piani, su una superficie di circa 200 metri quadrati. L’acqua piovana viene utilizzata per alimentare i wc e l’irrigazione del giardino, così da ridurre sensibilmente il consumo di acqua potabile.
Parliamo della scelta dei materiali: quali caratteristiche offrono all’edificio?
Abbiamo scelto materiali che garantiscono isolamento, sfasamento termico, durabilità e traspirabilità. Ci interessava però anche il loro valore culturale: sono materiali che appartengono alla tradizione del costruire, con usi antichi e collaudati, ma che possono essere ripensati in chiave contemporanea. In questo senso non c’è contraddizione tra innovazione e memoria: c’è, piuttosto, un tentativo di farle lavorare insieme.
Quali impianti sono stati scelti per l’apporto energetico dell’abitazione? In che classe energetica si colloca l’edificio?
L’edificio raggiunge la classe energetica A4, il massimo livello di efficienza energetica in Italia, con un indice di prestazione energetica ep (che misura il consumo annuo di energia primaria non rinnovabile per metro quadro, ndr) di 0,53.
Per il funzionamento dell’abitazione abbiamo scelto una pompa di calore per il riscaldamento a pavimento e per la produzione di acqua calda sanitaria, integrata con un camino a legna 5 stelle, che contribuisce ad alimentare l’impianto radiante.
A completare il sistema ci sono i pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica destinata alle varie utenze. Proprio per l’inerzia dell’edificio, dovuta ai materiali e alla sua stratigrafia, non abbiamo realizzato un impianto di climatizzazione attiva, ma soltanto la predisposizione. Nei mesi estivi registriamo circa 6 gradi di differenza rispetto all’esterno e, aprendo le finestre, si ottiene una ventilazione naturale estremamente efficace.
Il profilo di sostenibilità è stato richiesto dal cliente o è stato lei a spingerlo?
Il cliente ci conosceva già e condivideva il nostro modo di intendere il progetto. Le decisioni non sono state imposte in una sola direzione: sono nate da un confronto continuo, in cui ogni scelta è stata discussa, valutata e maturata insieme. Direi quindi che la sostenibilità è stata un terreno comune, più che un indirizzo calato dall’alto.
Come si pone il progetto della Casa di Paglia all’interno dell’architettura contemporanea?
La prima idea della committenza era trovare un edificio esistente da recuperare, proprio per evitare una nuova costruzione, che inevitabilmente comporta un impatto maggiore. Non avendo trovato un manufatto adatto, abbiamo progettato un edificio nuovo, ma molto misurato: linee semplici, una pianta che tiene conto dell’andamento del sole, un disegno moderno costruito però su rapporti geometrici tradizionali, capaci di richiamare le lamie e i depositi rurali. Per me questo è uno dei modi più seri di stare dentro l’architettura contemporanea: non inseguire una forma astratta, ma costruire un linguaggio nuovo che nasca davvero dal luogo.
Si è appoggiato a qualche rivendita edile in particolare per la scelta dei materiali e degli impianti? Come è stata l’esperienza?
Ci siamo appoggiati a diverse rivendite. Nel complesso l’esperienza è stata positiva, ma a monte c’è stato un lavoro di selezione molto accurato, perché abbiamo scelto i fornitori in base ai materiali che erano effettivamente in grado di offrire e alla coerenza con l’impostazione del progetto.
Nella sua esperienza, quanta sensibilità e conoscenza c’è oggi da parte delle imprese edili sulle costruzioni sostenibili?
Direi che, purtroppo, la sensibilità è ancora limitata. In molti casi si continua a costruire con materiali standard e con soluzioni che appartengono più all’abitudine che a una riflessione tecnica o ambientale. Allo stesso tempo, però, i cantieri possono diventare luoghi di apprendimento: nel nostro caso l’impresa ha conosciuto materiali come la lana di roccia o alcuni additivi performanti per il calcestruzzo, e poi ha iniziato a riutilizzarli anche in altri lavori. Questo significa che ogni progetto può avere anche un valore formativo.
Sul fronte dei costi, le attenzioni di un approccio sostenibile hanno pesato di più?
Direi di no, almeno non in modo automatico. Bisogna selezionare bene materiali, rivendite e filiera, ma quando lo si fa con attenzione si scopre spesso che le soluzioni sostenibili sono più competitive di quanto si immagini. Il punto vero è ragionare sul rapporto tra costi e benefici, considerando l’ammortamento negli anni. Se un edificio è ben isolato e ha bisogno di meno energia, il vantaggio economico esiste eccome, soprattutto in un contesto in cui il prezzo dell’energia è fuori dal nostro controllo.
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