Le detrazioni fiscali per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio compiranno 24 anni a fine 2021. Siamo quasi al quarto di secolo, da quel 27 dicembre 1997, quando con l’articolo 1 (commi 5 e 6) della legge n. 449 è stata istituita la detrazione fiscale del 41% per le ristrutturazioni edilizie.
Di tempo ne è passato molto e, soprattutto, ci si è resi conto negli anni, e in maniera inconfutabile, che senza quel provvedimento la riqualificazione degli edifici in Italia non potrebbe essere uno dei driver sui quali promuovere politiche attive di risanamento edilizio.
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Prova ne è il fatto che il 2021 è l’anno del superbonus del 110%, ovvero l’anno in cui si attueranno numerosi interventi che altrimenti non sarebbero mai realizzati, proprio grazie alla defiscalizzazione, quest’anno addirittura superiore al costo stesso degli interventi. Dunque conveniente oltre ogni ragionevole dubbio. Interventi che, secondo la legge di Bilancio, potranno beneficiare delle detrazioni del 110% anche nel 2022. Un provvedimento nato come lotta all’evasione fiscale è diventato, quindi, di fatto un provvedimento strutturale per il settore delle costruzioni.
Detrazioni fiscali per ristrutturazioni edilizie: dalla legge 449 al superbonus
La proposta del 41%, infatti, nasceva soprattutto per far emergere il «nero» in edilizia e riportare in chiaro un’economia che doveva sostenere anch’essa la crescita nazionale, grazie proprio all’emersione garantita dalle defiscalizzazioni.
Al tempo la scelta dell’allora governo Prodi è stata certamente lungimirante, ma il provvedimento ha sofferto di una temporaneità che non ha mai portato la politica a ragionare sulla necessità di rendere strutturali e senza scadenza queste azioni. Eppure, sono le uniche in grado di poter convincere a mettere mano ai tanti edifici che in Italia si trovano in pessime condizioni strutturali, energetiche, acustiche e di umidità non adatte a rappresentare un sistema abitativo (e non solo) di benessere per la popolazione e per gli abitanti del nostro «ricco patrimonio povero». Ricco perché fatto di tante case, povero perché solo il 3% è in classe A.

Certamente la nuova consapevolezza collettiva che si è generata in questi mesi di dibattiti e campagne informative sul funzionamento del superbonus del 110% dovrebbe porre su un livello di attenzione più strategica nell’uso di questi incentivi da parte del Governo.
Continuare a pensarli con la scadenza esattamente come se fossero un vasetto di yogurt, non aiuta non solo il settore delle costruzioni, le sue filiere e l’economia in generale, ma non garantisce neppure che quanto proposto sia davvero efficace, stretto cioè tra i gangli di procedure burocratiche tutt’altro che efficienti e ottimizzate per tempi di realizzazione che, secondo la norma, devono stare entro l’anno. Fantascienza, si potrebbe commentare.
Superbonus: difficile accesso agli atti, tra covid e mancata digitalizzazione
Ma gli italiani sanno anche fare di necessità virtù e sicuramente saranno in grado di sfruttare bene questa opportunità. La speranza è che si crei consapevolmente nella classe politica e di governo una attenzione maggiore agli scenari di effettiva fattibilità nell’uso di questi provvedimenti, che peraltro nel caso del superbonus necessitano giustamente di un iter di certificazione che parte dai titoli abilitativi e dalla conformità degli edifici e degli alloggi.
E come è noto, il problema è che in tempi di smart working e di riorganizzazione dei servizi pubblici all’utenza, dovuti all’emergenza covid-19, gli uffici preposti a dare l’accesso agli atti semplicemente non possono farlo se non in tempi non utili ad agevolare il processo. Che va ricordato, non è solo orientato al rilancio dell’economia, ma consente finalmente e in modo pressoché democratico, visto che agevola non solo chi ha le risorse per fare gli interventi ma soprattutto chi non le ha.
Vi sono casi ormai ben noti nei quali molti comuni non avendo archivi digitali non possono fare ricerche rapide degli atti, al punto che le stime per poter avere tali documenti a volte superano i sei mesi. Motivo per cui in alcune realtà si stanno avviando azioni di supporto, per esempio, da parte dei Collegi dei geometri, per facilitare la digitalizzazione dei documenti e giungere ad una velocizzazione dei tempi burocratici. Sarebbe paradossale, infatti, che di fronte a una opportunità così grande ci si bloccasse perché la burocrazia non è in grado di assolvere al suo compito.
Il 60% dei condomini è stato costruito prima del 1976
Perché di fronte abbiamo numeri che fanno capire come e quanto la ristrutturazione e la rigenerazione degli edifici in Italia è stata un fenomeno rilevante, ma lo può essere ancora di più potendo finalmente mettere mano agli edifici più difficili sui quali intervenire, ovvero i condomini.

In Italia sono presenti 14,5 milioni di edifici, dei quali 12,2 milioni sono residenziali. Di questi, 3 milioni hanno almeno tre interni per edificio e 455 mila ne hanno più di dieci. Secondo le analisi realizzate dal Centro Studi YouTrade, complessivamente gli edifici condominiali in Italia sono oltre 1,2 milioni con 14,3 milioni di abitazioni, nelle quali vive il 58% della popolazione italiana, ovvero quasi sei persone su dieci.
Sul totale delle abitazioni presenti in Italia, il 60% è stato costruito prima del 1976 e dunque presenta caratteristiche di scarsa o nulla rispondenza alle normative antisismiche ed energetiche.
Inoltre, ciò che è stato costruito successivamente non ha sempre rispettato queste esigenze e a oggi solo il 3% del patrimonio edificato ha una classe energetica superiore, mentre la maggior parte di quello esistente è costituito di edifici energivori, poco adeguati agli standard di benessere climatico, ma soprattutto alle esigenze di comfort e di salubrità.
Ristrutturazione e riqualificazione: i principali interventi realizzati dagli italiani
Con riferimento al 2019, secondo quanto pubblicato nell’annuale rapporto dell’Enea sugli interventi di riqualificazione e rigenerazione che hanno avuto accesso agli incentivi, le famiglie italiane hanno investito 3,5 miliardi di euro per realizzare oltre 395 mila interventi di riqualificazione energetica, con un risparmio di circa 1.250 GWh/ anno.
Oltre a questi interventi, quelli legati al bonus casa (detrazione al 50%), sono stati realizzati circa 600 mila interventi di riqualificazione con un risparmio complessivo che supera gli 840 GWh/anno.
Tali interventi assumono maggior peso se si tiene conto che in Europa il patrimonio edilizio è responsabile di circa il 40% dei consumi complessivi di energia e del 36% delle emissioni di gas serra.
Dal punto di vista della tipologia degli interventi realizzati, essi riguardano prevalentemente la sostituzione dei serramenti (1,3 miliardi di spesa), l’installazione di caldaie a condensazione e pompe di calore per il riscaldamento invernale (circa 1 miliardo di euro), la coibentazione di solai e pareti (oltre 650 milioni), la riqualificazione globale degli immobili (231 milioni) e le schermature solari (133 milioni).

Sono numeri importanti, ma se messi a confronto con l’universo del patrimonio edilizio esistente rappresentano una piccola parte degli interventi effettivamente necessari. Secondo i dati riportati da Scenari Immobiliari, in Italia oggi ci sono 13 miliardi di metri quadrati di abitazioni che necessitano una ristrutturazione.
Secondo il rapporto della Camera dei Deputati, pubblicato nel novembre scorso, che ha accompagnato la proroga del superbonus, tra il 1998 e il 2020 in Italia sono stati realizzati oltre 21 milioni di interventi e in 22 anni le misure di incentivazione fiscale hanno attivato investimenti pari a oltre 346 miliardi di euro. Si è passati da poco più di 240 mila interventi nel 1998 a oltre 1,7 milioni negli ultimi quattro anni. Ma nella realtà gli interventi di ristrutturazione sono molti di più e coinvolgono un mercato almeno doppio. In sostanza molti interventi sono realizzati senza accedere ai bonus fiscali.
Enea, che gestisce tutto il sistema di controllo dei lavori incentivati e che gestirà anche per conto dell’Agenzia delle Entrate il sistema di controllo degli interventi che verranno realizzati con il superbonus 110%, pubblica ogni anno un rapporto su numero e tipologia di interventi realizzati in Italia e incentivati secondo l’ecobonus (65%) o il bonus casa (50%).
L’ultima versione dello studio, datata 2020 su dati relativi al 2019, mostra tra le altre cose in buona sostanza il perché della nascita del superbonus. Nel periodo 2014-2019 in Italia i condomini interessati da lavori di rigenerazione e risanamento incentivati dalla defiscalizzazione sono stati 2,17 milioni, dei quali solo 1.082 relativi a condomini. In pratica solo lo 0,5% degli interventi ha interessato i condomini nella loro interezza. Inoltre, guardando alle tipologie di lavori realizzati, il 49,2% sono stati relativi alla sostituzione dei serramenti.
Evidentemente sono risultati comunque buoni ma molto lontani da una politica di risanamento che consideri il sistema edilizio nella sua interezza e nelle sue diverse azioni di contrasto ai diversi tipi di inquinamento del benessere, dall’umidità all’acustica, dalla coibentazione al risparmio energetico.
Prova ne è il dato sugli investimenti relativi alle pareti verticali e a quelle oblique, ovvero al sistema tetto. La maggior parte degli investimenti si concentra comunque negli interventi relativi ai serramenti (42% degli investimenti complessivi in rigenerazione da ecobonus) e meno nelle altre categorie di lavori.

Superbonus: sovvertire l’idea che la casa funzioni per pezzi
Un cambio di passo, dunque, sarebbe ed è necessario e il superbonus 110%, se opportunamente veicolato non solo mediaticamente, ma soprattutto dal punto della tempistica, allungando i tempi di utilizzazione dello strumento (molte categorie stanno chiedendo lo spostamento del periodo di validità al 2023), potrebbe consentire finalmente di iniziare una politica di risanamento che guardi olisticamente all’insieme delle componenti e non solo a singoli interventi su singole tipologie o tecnologie.
L’esercito di interventi fino ad oggi realizzati nel campo del risanamento e della rigenerazione è per ora un esercito che ha combattuto piccole battaglie senza una visione generale della vera guerra che in questo settore e in questo ambito di mercato si deve combattere, una guerra prima di tutto culturale, che deve sovvertire l’idea generalizzata che la casa funzioni per pezzi, che il risanamento di un edificio possa realizzarsi facendo interventi solo su alcune parti.
I dati dell’Enea dimostrano che solo metà di tutti gli interventi di rigenerazione utilizzano gli incentivi e solo il 22,5% intervengono sull’involucro, mentre quasi il 50% punta sulla sostituzione dei serramenti. È già qualcosa, ma non è abbastanza.

Il superbonus potrebbe essere l’arma tattica in grado di rovesciare questa visione limitata, ma deve essere utilizzata per un tempo sufficiente non a far ripartire l’economia, ma a cambiare una filosofia di azione sugli edifici, puntando a migliorare le condizioni di vita e di benessere delle persone che vivono nei condomini, ovvero il 58% della popolazione italiana: la maggioranza assoluta, non dimentichiamolo.
Riqualificare gli immobili è una priorità per il nostro Paese, che porta vantaggi dal punto di vista economico (attivazione di mercato), patrimoniale (incremento del valore degli immobili), ambientale (minor consumo energetico e dunque minore inquinamento), sociale (maggior benessere per la popolazione) e sanitario (minori malattie dovute a situazioni di degrado degli edifici dovute, per esempio, all’umidità presente nei muri e alle relative muffe che hanno un impatto diretto con la salute delle persone, in particolare per tutte le categorie che soffrono problemi respiratori).
Tutti insieme dobbiamo incentivare questa dimensione olistica dell’approccio al risanamento edilizio, è quella la vera battaglia da combattere, una battaglia che possiamo vincere perché il sistema che la deve combattere ha i mezzi, le conoscenze e le tecnologie per farlo. E con il Superbonus del 110% adesso anche le possibilità economiche. Facciamolo, dunque.
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