Il governo ha ridotto il superbonus al 90% e ha messo una serie di paletti per limitare l’accesso ai condomini sul finire dell’anno concluso. Ma il treno della riqualificazione non si è ancora fermato. Occorre però una strategia

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Il pacco è arrivato un po’ in anticipo rispetto alla Befana, ma giusto in tempo per il Natale. Non è esattamente un regalo, però. Il governo ha inserito nella manovra di Bilancio la 21esima modifica al meccanismo del superbonus, correggendo il suo stesso decreto Aiuti quater approvato appena un mese prima.

Alle modifiche il mondo dell’edilizia ci è ormai abituato e non si stupisce più di nulla, ma maggiore confusione è serpeggiata tra i proprietari di immobili in condominio e tra gli amministratori, che si sono trovati spiazzati: avevano appena spiegato che buona parte dei via libera all’incentivo fiscale deciso dalle assemblee in camera caritatis era da considerarsi carta straccia.

Invece, no, una parte era da considerarsi valida, ma solo per alcuni. E questo perché la novità introdotta sul finire del 2022 ha riguardato la proroga al 31 dicembre scorso della Cilas per alcuni condomini, che possono così ottenere il superbonus ancora al 110%. Per tutti gli altri rimane il taglio deciso dal governo al 90%, che si riduce nei fatti con il meccanismo di cessione del credito d’imposta.

superbonus

Avvio lavori in condominio e Cilas: chi può ancora usufruire del superbonus al 110%

Da notare che l’allungamento dei termini indicati dal decreto Aiuti quater è stato deciso perché i tempi di conversione del suddetto provvedimento non quagliavano. Cioè, la conversione in legge del decreto, che deve essere ratificato entro 60 giorni, sarebbe andata oltre il termine di scadenza del 25 novembre, perché il Parlamento aveva altro da fare. Domanda: ma non lo sapevano prima? Certo che sì.

Ma, attenzione, la modifica dei termini è stata prorogata esclusivamente per i condomini che hanno deliberato l’avvio dei lavori entro il 18 novembre 2022, data che seleziona i condomini nei quali «la delibera assembleare che ha approvato l’esecuzione dei lavori risulta adottata in data antecedente» all’entrata in vigore del decreto. Il 18 novembre, appunto.

Quindi, i condomini che entro quel giorno hanno dato il via libera e poi presentato una Cilas entro il 31 dicembre 2023 usufruiscono del 110% anche per quest’anno. Quanti sono? Probabilmente non tantissimi, dato che l’annuncio del taglio al 90% ha tagliato anche molti entusiasmi tra i proprietari di immobili e molti si sono tirati indietro.

Anche perché la legge di Bilancio prevede anche un’altra sottocategoria: i condomini che hanno approvato una delibera tra il 19 novembre (l’entrata in vigore del decreto) e il 24 novembre (il limite previsto dal provvedimento). Questi condomini per usufruire del 110% devono avere presentato la Cilas entro il 25 novembre.

L’obiettivo del governo, insomma, è stato quello di mettere più paletti possibile all’utilizzo di quello che era previsto in origine dalla legge in vigore, cioè il superbonus 110% fino al 31 dicembre. Il freno è stato determinato anche dal fatto che nei sei giorni trascorsi dall’annuncio all’entrata in vigore del decreto le delibere sono state migliaia in tutta Italia.

condominio
Foto di Kevin Schwarz da Pixabay

Veridicità della data della delibera condominiale

Ma con i nuovi ostacoli gran parte si sono tramutate in una beffa. Anche perché è stato introdotto un ulteriore ostacolo da superare: l’emendamento del Governo alla legge di Bilancio, provvedimento che peraltro aveva messo a punto l’esecutivo stesso, prevede di dover dimostrare la veridicità della data della delibera condominiale necessaria per ottenere il 110%.

Per i condomini che hanno approvato l’incentivo fiscale è stata quindi richiesta una dichiarazione sostitutiva di atto notorio rilasciata dall’amministratore di condominio o dal condòmino che ha presieduto l’assemblea (nel caso di edifici con meno di otto proprietari).

Un semplice pezzo di carta, una normale autocertificazione? Non esattamente. La dichiarazione è legata dalla legge a una responsabilità penale: in caso di falso è prevista una reclusione fino a due anni (articolo 483 del Codice penale).

Crediti d’imposta e altre novità

E i crediti d’imposta bloccati, con il conseguente rischio di aziende rimaste senza liquidità e decine di cantieri bloccati? Si tratta di circa 6 miliardi di euro.

La soluzione trovata, se così si può dire, sarebbe la garanzia Sace, ente pubblico che assicura il credito delle imprese, per finanziamenti sotto qualsiasi forma, per sopperire alle esigenze di liquidità. Ma si è fatta strada anche l’idea di aumentare da due a tre le cessioni a intermediari qualificati.

Un’altra novità, invece, è il taglio (spalmato su dieci anni) dell’Iva al 50% per l’acquisto di case di classe energetica A o B, valido solo entro il 2023, direttamente dal costruttore. Un impulso al mercato immobiliare anche in questo caso sotto forma di bonus fiscale: è prevista una detrazione ripartita in quote costanti nell’anno in cui sono state sostenute le spese e nei nove periodi d’imposta successiva.

È stata anche ripristinata la norma che permette di trasformare i mutui ipotecari da tasso variabile a tasso fisso. Una consolazione relativa, visto che i tassi sono destinati ad aumentare anche nel 2023, come già annunciato da tutte le banche centrali.

La legge di Bilancio contempla anche la proroga fino al 2025 dell’agevolazione al 75% per le barriere architettoniche, con nuove regole: per le delibere che approvano lavori di rimozione servirà semplicemente la maggioranza dei partecipanti che rappresenti un terzo del valore millesimale dell’edificio.

Sempre nella manovra è stato inserito, solo per il 2023, un taglio dell’Iva al 10% (era al 22%) sul pellet, mentre quella sul teleriscaldamento scenderà al 5% per il primo trimestre 2023, per calmierare il costo delle bollette.

Superbonus: i dati Enea 2021 e 2022

Tornando al superbonus: quanto influirà sul mercato dell’edilizia il taglio dal 110% al 90% che, peraltro, è destinato a diminuire ulteriormente l’anno prossimo? Il Cresme ha valutato l’impatto negativo nel 9% di lavori in meno.

Certo è che il bilancio dell’incentivo fiscale, nonostante nel primo anno di introduzione l’avvio sia stato macchinoso, è diventato una specie di valanga, come indicano i dati dell’ultimo rapporto annuale dell’Enea.

Dunque, gli investimenti attivati nel 2021 dall’ecobonus e dal superbonus 110% sono risultati di 23,7 miliardi, di cui 7,5 miliardi con l’ecobonus e 16,2 miliardi con il 110%. Il report dell’Enea rileva anche che nel 2021 un raddoppio degli interventi rispetto al 2020, sopra la soglia del milione (1,04 milioni), con un risparmio complessivo di 2.652 gigawattora annui, nella maggior parte dei casi grazie all’installazione di impianti di riscaldamento più efficienti (3,5 miliardi di euro) e la sostituzione dei serramenti (2,4 miliardi di euro), mentre 725 milioni sono stati investiti per l’isolamento termico dell’edificio, 513 milioni per le schermature solari e 164 milioni per la riqualificazione globale degli immobili.

Ma se il 2021 ha registrato un’accelerazione, nel 2022 è stato boom: i dati aggiornati al 30 novembre scorso, sempre Enea, indicano un totale di investimenti ammessi a detrazione di oltre 58 miliardi, di cui 41 miliardi per quelli già conclusi, con detrazioni complessive a carico dello Stato per quasi 64 miliardi.

2022

Una cifra mostruosa, anche se non bisogna dimenticare che una parte di questi soldi rientra dalla finestra sotto forma di imposte su materiali e lavori.  Sempre nel bilancio a novembre si contano asseverazioni per 43.411 condomini e per quasi 200 mila case unifamiliari. L’investimento medio è stato di 602 mila euro per i condomini e di 113 mila euro per le villette.

Insomma, l’utilizzo del superbonus è un successo (per l’edilizia), ma un onere alla lunga insostenibile per lo Stato, dipende quale prospettiva si vuole adottare. Ora il taglio al 90%, unito ai problemi legati alla cessione del credito rischiano però di rallentare parecchio il trend registrato negli ultimi due anni.

Ma non è questo il nocciolo del problema. Il vero fattore che può influire in modo negativo riguarda, invece, l’assenza di una politica per la riqualificazione che sia di lungo periodo, come è necessario quando si parla di edilizia, e soprattutto con termini certi, sui quali è possibile fare affidamento.

Di sicuro la danza delle modifiche (che, ahinoi, potrebbe continuare) ha reso più difficile offrire un minimo di credibilità al potere esecutivo. Eppure la riqualificazione del patrimonio immobiliare è obbligatoria sotto tutti i punti di vista: quello della transizione green e quella legata al ricatto energetico che spinge l’Italia a consumare meno gas e petrolio in favore di una maggiore autonomia. Ma l’Italia sembra agire sempre spinta dall’emergenza, con provvedimenti spot. A differenza di quanto accade in altri Paesi europei. 

Come lo fanno i tedeschi? E i francesi? Quando non sai fare i compiti, copiare può essere una soluzione, a patto di non essere presuntuosi o ciecamente convinti di essere i migliori. Per questo non è una cattiva idea dare un’occhiata ai bonus degli altri. O, meglio, alle politiche di riqualificazione di Francia e Germania.

Riqualificazione e bonus: Berlino più verde

La politica di Berlino, per esempio, riflette un modo diverso di intendere il processo di riqualificazione. Il processo non è affidato a bonus a pioggia, ma a una riforma, una legge che contiene le norme sintetizzate nella sigla Beg, che tradotto in italiano suonerebbe più o meno come Supporto Federale per Edifici Efficienti.  A promuoverla è stato il ministro (partito dei Verdi) dell’Economia e del Clima, Robert Habeck.

L’idea espressa dal governo tedesco è che «l’obiettivo è di creare un quadro di finanziamento sostenibile e affidabile a lungo termine per il settore edilizio, di sostenere il maggior numero possibile di persone nella ristrutturazione ad alta efficienza energetica. La riforma ruota attorno a tre principi: riqualificazioni parziali, ristrutturazioni totali dell’esistente e ricostruzione di nuovi edifici».

Bisogna aggiungere, però, che l’orizzonte temporale dei bonus per ora non supera il 2023 e dovrà essere confermato dalla nuova legge federale. Per contro, l’iter burocratico in Germania è molto più celere. La riforma prevede stanziamenti annuali di 13-14 miliardi: 12-13 per le sole ristrutturazioni, mentre nel 2020 erano ferme a 5 miliardi.

Come accennato, però, la visione è più complessiva. Contemporaneamente agli incentivi la legge prevede che ora il 65% dell’energia utilizzata per riscaldare gli edifici provenga da fonte rinnovabile, sia negli edifici nuovi sia, attenzione, in quelli già esistenti. Ed è stata stabilita (grazie, si fa per dire, al supporto di Vladimir Putin) la fine del riscaldamento a gas dal 2024. A partire dal 2023 dovranno essere installate in Germania almeno 500 mila nuove caldaie eco-sostenibili all’anno.

La strategia prevede anche sovvenzioni per l’isolamento termico delle superfici dei tetti, dei soffitti e delle pareti, dei pavimenti nei seminterrati, la sostituzione di finestre e porte esterne, i sistemi di riscaldamento efficienti.

Sembra che il sistema funzioni: all’ottobre scorso erano stati sottoscritti 100.316 accordi, con prestiti e sussidi per 36,1 miliardi, contro i 42,7 del 2021 (221.036 contratti) e 30,2 miliardi nel 2020 (317.163 contratti).

I fondi pubblici, a differenza di quanto avviene in Italia, non sono direttamente a carico del bilancio statale, ma passano attraverso la KfW, che equivale alla nostra Cassa depositi e prestiti. La differenza è che il debito della Cdp o equivalenti, come la francese Caisse des dépôts et consignation, non è conteggiato direttamente come debito dello Stato e non concorre a sforare i parametri di deficit europei, che dopo la pausa per la pandemia covid torneranno in vigore.

La strategia del governo tedesco non considera quindi solo incentivi per le nuove costruzioni. Al contrario, il focus è la ristrutturazione e l’efficienza energetica sui vecchi edifici che, è stato calcolato, rende 4,5 volte più della costruzione di nuovi edifici in termini di impatto ambientale. A questo si aggiunge che l’industria tedesca dovrà investire fino a 450 miliardi entro il 2045 per la neutralità climatica.

Riqualificazione e bonus: i traguardi di Parigi

E in Francia che cosa succede? Parigi ha adottato dal 2015 una strategia per incentivare la riqualificazione degli immobili. L’obiettivo è riqualificare 500 mila unità ogni anno fino al 2050. Per esempio, già nel 2019 le agevolazioni hanno spinto 3,1 milioni di famiglie (il 20% in case unifamiliari) ad adottare almeno un intervento di riqualificazione energetica, con una spesa di 28 miliardi.

Per evitare quello che è successo in Italia con il superbonus, con il proliferare di aziende poco professionali, chi vuole gli incentivi deve rivolgersi a imprese che vantano una certificazione speciale in fatto di interventi di riqualificazione compatibili con l’ambiente.

parigi

E, ancora a differenza di quanto è avvenuto da noi, la legge francese prevede che si possano sommare diverse agevolazioni fino al 90% della spesa, e in alcuni casi fino al 100%, ma ci sono limiti per chi ha i redditi più alti. 

Un’idea che corregge la stortura tutta italiana secondo cui, di fatto, è stato incentivato a usufruire dello sconto fiscale chi ha un reddito maggiore, perché non si preoccupa di eventuali spese aggiuntive e ha più immobili da riqualificare. In Francia, invece gli incentivi sono a scalare in base al reddito fino al 40% per i più ricchi.

Nel 2019, inoltre, il governo francese ha adottato la legge Energia-Clima, con l’obiettivo di diminuire i consumi delle abitazioni energivore, in classe energetica F o G: sono 4,8 milioni quelle adibite ad abitazione principale, pari al 17% del patrimonio abitativo francese (29 milioni).

Nel 2021 è stata inoltre introdotta una soglia energetica nella definizione di abitazione «dignitosa». Risultato: da quest’anno non possono più essere concesse in locazione le abitazioni il cui consumo energetico superi 450 kWh per metro quadrato per anno. È stato calcolato che le abitazioni interessate siano 90 mila.

L’idea, ancora più ambiziosa, è quella di ristrutturare tutte le unità in classe F e G entro il 2028, con divieto di locazione in edifici di classe G dal 2025, F dal 2028, quelle E dal 2034, con congelamento dei canoni, obblighi di effettuare diagnosi energetiche e piani di lavori straordinari per i condomini.

Buona parte delle risorse necessarie arriva dal Pnrr in salsa francese: il piano a Parigi si chiama France Relance. I soldi dell’Europa sono destinati per 6,7 miliardi a rafforzare le misure previste di ristrutturazione di edifici pubblici. Per le famiglie a basso e bassissimo reddito, la sovvenzione (35-50%) finanzia lavori di ristrutturazione completa, che comportano un risparmio energetico di almeno il 35%.

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