Nel mondo la scarsità di componenti elettronici ha provocato la riduzione delle vendite e il rallentamento di alcuni settori produttivi, anche per la richiesta legata alla riduzione dei consumi energetici. E a tutto questo si aggiunge l’aumento dei costi per la logistica.
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Cosa sono i chip e perché scarseggiano
A ottobre il mercato italiano dell’auto ha registrato un calo del 35,7% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, quello della pandemia dura e dei lockdown. La notizia, in apparenza, non è legata con il mercato dell’edilizia. Ma è un’impressione sbagliata.
In gran parte, infatti, la perdita di oltre 50 mila registrazioni è il frutto di un problema che affligge il mercato mondiale da diversi mesi: la scarsa disponibilità di chip. L’Unrae, l’associazione delle aziende del settore automotive, lo ha ribadito: il calo delle immatricolazioni è dovuto soprattutto alla «persistente carenza dei componenti elettronici, che continua a rallentare pesantemente il flusso delle consegne» e «non fa intravedere possibili miglioramenti a breve».
Come si rifletta la crisi mondiale di quei piccoli componenti a base di silicio e transistor sul mercato dell’edilizia, è presto detto: i chip si trovano ovunque, dai dispositivi per l’automazione alle macchine movimento terra, dai componenti per gli impianti ai pannelli fotovoltaici, senza dimenticare l’elettronica che serve a governare un qualsiasi magazzino o una struttura commerciale.

Non tutti questi ambiti soffrono, per ora, della scarsità dei processori sul mercato. Ma se, come prevedono alcuni esperti, la carenza di chip dovesse continuare, anche i più banali dispositivi potrebbero cominciare a scarseggiare, per non parlare di macchine più complesse come quelle per il movimento terra, gli impianti termoelettrici o le gru, dove l’elettronica ormai è parte integrante del funzionamento.
Per esempio, Jean-Marc Chery, amministratore delegato del colosso italo-francese StMicroelectronics, uno dei grandi produttori di semiconduttori, prevede che non si tornerà alla normalità prima del 2023.
E, in ogni caso, un effetto la scarsità di chip l’ha già provocato, con un rialzo diffuso dei prezzi.
La crisi dei chip non è destinata a terminare presto
Ma perché, all’improvviso, il mondo (non solo l’Italia) si trova a corto di questi componenti che elaborano miliardi di dati in una frazione di secondo? E come mai la crisi dei chip non è destinata a terminare presto, visto che lo scarto tra domanda e offerta è stimato nel 25-30%?

Per spiegare la crisi gli operatori dell’industria dei semiconduttori hanno individuato alcuni trend.
Il primo riguarda l’efficienza energetica, un aspetto che il mercato dell’edilizia conosce bene. Impianti sempre più automatizzati e digitalizzati, dai termostati alle caldaie, dagli impianti di estrazione alla distribuzione di gas ed elettricità, richiedono un utilizzo sempre più intensivo di sofisticati microprocessori. E la domanda di chip cresce.
Un altro trend riguarda la rivoluzione nel mercato dei trasporti, con la diffusione di auto e mezzi elettrici: questi veicoli hanno necessità, per funzionare, di svariati processori a bordo. In alcuni modelli di auto, per esempio, sono installati 1.500 diversi microchip, tra microcontrollori, sensori e dispositivi di potenza.
Ancora: si è parlato tanto di internet delle cose, cioè di automazione nel settore produttivo. Ottimo, ma anche riempire fabbriche, oggetti e magazzini di chip che comunicano tra loro richiede una quantità infinita di chip, quantificabile in miliardi.
A tutto ciò si unisce il fattore covid. Il mondo per mesi si è fermato e, in alcuni casi, continua ad andare a singhiozzo. La capacità produttiva delle sofisticate fabbriche di semiconduttori, però, è rimasta la stessa e non è pensabile costruire un impianto produttivo di chip in pochi mesi: occorrono anni e investimenti ciclopici.
Da non sottovalutare anche le tensioni geopolitiche: la guerra commerciale tra l’ex amministrazione statunitense di Donald Trump e il governo cinese ha alzato barriere commerciali che hanno alzato i costi.
E non bisogna dimenticare che a Taiwan, ora nel mirino di Pechino che ha proclamato di volerla conquistare entro il 2025, c’è uno dei più grandi produttori mondiali di chip, Tsmc. Non solo: proprio Taiwan Semiconductor Manufacturing, che è il maggior produttore mondiale di semiconduttori con il 52% delle quote di mercato a livello globale, ha pianificato aumenti di prezzo intorno al 10% per i semiconduttori più avanzati e di circa il 20% per quelli meno sofisticati, impiegati nell’automotive, a causa dell’aumento del cost delle materie prime. E si sa da dove arriva buona parte delle materie prime.
L’esplosione del mercato ha sorpreso gli stessi operatori. E le previsioni di Wsts, World Semiconductor Trade Statistics, il più accreditato organismo che monitora il settore, prevede una crescita del mercato accreditata a +25,1%.
Ma, come accennato, gli impianti produttivi non si moltiplicano in proporzione. E, anzi, il fattore covid gioca contro: in Malesia, per esempio, l’esplosione dei contagi in luglio e agosto ha bloccato gli impianti di produzione. Dal Paese asiatico arriva il 13% dei chip del mercato mondiale dell’auto. Basterebbero questi ostacoli, insomma, per giustificare la penuria di chip.
Ma, purtroppo, c’è di più. Che cosa avverrà, dunque, nei prossimi mesi? Gli esperti ritengono che la situazione dovrebbe migliorare a partire da metà 2022, ma senza però colmare del tutto il gap, che rimarrà nell’ordine del 15%, per regolarizzarsi sono durante i 12 mesi successivi.
E, per ora, la penuria di componenti non fa sconti a nessuno: PowerX, un’azienda americana che produce componenti elettronici, ha avvertito che la consegna di un ordine di chip effettuato a maggio è stata prima rimandata all’autunno, ma ora è prevista per maggio 2022.
Princeps Electronics, un distributore di componenti, ha ammesso che gli ordini di alcuni acquirenti sono previsti in consegna per il 2024. Un’altra azienda, Susquehanna Financial Group, ha fatto sapere al Wall Street Journal che i tempi di attesa per i chip sono passati da 9-12 settimane a 19 nella scorsa estate, ma ora sono di 22 settimane. E, attenzione: per i componenti dedicati alla gestione del risparmio energetico si arriva a 25 settimane.
Infine, un altro fattore che rema contro riguarda le turbolenze sul fronte della logistica, un problema che coinvolge direttamente anche i materiali del comparto edile, come ben sanno imprese produttrici e distributori. Nel mondo, per diverse ragioni, è in atto una grande crisi della catena logistica delle merci.
In Vietnam, per esempio, un lockdown ha chiuso l’intero Paese per un mese e mezzo. Ora il blocco è finito, ma i magazzini traboccano di merce da trasportare. I prezzi dei noli marittimi, intanto, continuano a correre. La tratta da Shanghai a Genova ha registrato un aumento del 500%.
Anche in questo caso i motivi della crisi della logistica sono molti. I blocchi sanitari hanno provocato un arretrato nelle spedizioni, mentre le navi in navigazione sono rimaste le stesse. E le misure di sicurezza anti pandemia hanno rallentato le operazioni portuali: prima per scaricare una nave bastavano due giorni ora si arriva a una settimana.

E, come per i chip, oltre alla domanda attuale anche per la logistica si prevede un mercato in crescita: le previsioni per i trasporti marittimi sono del +5% annuo. Ma questo a fronte di un’offerta di stiva per i container che sarà dimezzata, con una crescita limitata al 2,5%. I problemi per il mercato dell’edilizia e per la produzione industriale, insomma, non finiscono qui.
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