Le imprese dell’edilizia soffrono il ricatto della Russia, che ha chiuso i rubinetti del metano. Ceramica e industria del legno le più colpite, ma i rincari toccano tutta la filiera. La soluzione? Puntare ancora sul risparmio energetico degli edifici
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Chi se lo sarebbe immaginato? Leggete queste parole dolci: «Gli investimenti in edilizia cresceranno del 17,6% nel 2021 in valori costanti e del 6,6% nel 2022, contro una caduta del 2020 limitata al 5,3%. La spinta principale arriva quest’anno dai lavori di rinnovo nel comparto residenziale (+25,2%), incentivati dal superbonus e dagli altri bonus fiscali, e dalle nuove opere pubbliche (+15,4%), che confermano l’inversione di rotta avvenuta ben prima dell’avvio della spesa del Pnrr».
Bello, no? Erano le previsioni del Cresme dell’inverno scorso, ovviamente inconsapevoli di quanto sarebbe accaduto tre mesi dopo. Bei tempi. Poi, è arrivato Vladimir Putin, che ha invaso l’Ucraina, e oggi ricatta i suoi clienti (cioè noi), che dovremmo consentirgli di bombardare case, violentare donne, uccidere bambini (sono oltre 350 finora).
Lasciamo perdere il dibattito indecente se sia necessario calare le braghe di fronte alla criminalità geopolitica. Esaminiamo, invece, le conseguenze del ricatto, una dichiarazione di guerra all’economia europea che segue quella con i carri armati. Come impatterà il caro energia, quello supplementare che deriva dai rubinetti del gas chiusi dal dittatore russo, sull’edilizia?
La risposta è sintetica: saranno guai. Ma, attenzione, dopo i guai ci sarà spazio anche per opportunità impreviste: il processo di riqualificazione iniziato con i vari bonus rimane più che mai attuale e si trasforma in una soluzione strategica per le sorti dell’intero Paese. Ma cominciamo dai danni.


PIASTRELLE ROSSE
Il settore più colpito è quello della ceramica. Secondo Confindustria Ceramica il prezzo del gas in continuo aumento ha messo il settore italiano della ceramica in una situazione disastrosa. Per forza, produrre piastrelle è una delle attività più energivore.
L’associazione di categoria chiede a gran voce il tetto europeo al prezzo del metano, da mesi rilanciato a Bruxelles (con la resistenza di Olanda e Germania) dal governo Draghi. Sempre a parere di Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica, bisognerebbe anche intervenire con urgenza riattivando l’estrazione di gas dai giacimenti nazionali ancora sfruttabili.

Purtroppo, nonostante questo parere sia diffuso, l’Italia di gas ne ha poco. Anche riattivando i pozzi chiusi dell’Adriatico se ne ricaverebbero solo bolle di metano, ma questo è un altro discorso.
In ogni caso, il ricatto del gas pesa su oltre 260 società attive nel settore della ceramica, che ha più di 26 mila addetti e un fatturato di 7,5 miliardi di euro: una bella fetta di economia italiana. E anche se il portafoglio ordini delle aziende del settore resta ancora discreto, il costo del gas in molti casi sta superando i ricavi. Visto che l’85% della produzione è venduta all’estero, il problema è drammatico: l’intero settore si trova a competere sul mercato con aziende straniere che non hanno il problema del costo dell’energia alle stelle.
PANNELLI IN CRISI
Il presidente di FederlegnoArredo, Claudio Feltrin, è stato chiaro. Dopo l’impennata del costo dei materiali, con una parte di legname (circa il 10%) che è importata dalla Russia, il caro gas può portare a stop produttivi e al ritorno della cassa integrazione, già utilizzata durante la pandemia.

A soffrire sono ovviamente le aziende più energivore della filiera, per esempio i produttori di pannelli. Uno scenario che Feltrin definisce fosco: «L’intera filiera del legno-arredo riuscirà a evadere gli ordini solo in base alle scorte di magazzino, che però possono durare al massimo un mese e mezzo», ha sottolineato l’imprenditore.
Le aziende che producono pannelli, ha denunciato l’associazione di settore, Assopannelli, con i costi attuali dell’energia lavorano in perdita. E questo nonostante il prezzo del materiale sia lievitato del 40% circa negli ultimi sei mesi e del 220% in un anno e mezzo.
L’aumento del gas, infatti, coinvolge quello di prodotti chimici derivati dal metano, come urea, metanolo e melamina, elementi necessari alla produzione dei pannelli. Risultato: imprese come il gruppo Fantoni di Osoppo (Udine), hanno già chiesto la cassa integrazione, nel caso specifico di cinque settimane.
Certo, il settore nei mesi scorsi ha messo fieno in cascina, trainato dalle vendite post-covid. Ma a preoccupare è l’incertezza sui tempi. Quanto durerà? Quando finirà? A che livello si assesteranno i prezzi? I costi dell’energia, a settembre, per molte imprese sono aumentati di 15 volte nell’ultimo anno e mezzo.
PROBLEMA APPALTI
Ma è tutta la filiera dell’edilizia a soffrire a causa della aggressività di Putin: l’Ance stima il maggior costo dei rincari energetici in corso in circa il 35% rispetto ai progetti pre-guerra. È una percentuale che si basa sue due aspetti: i maggiori costi energetici diretti sui cantieri e i rincari sulla produzione dei materiali, con conseguente maggiore onere.
Per fortuna a calmierare in parte i rincari, in primavera è arrivato l’aiuto messo sul piatto dal governo, con uno stanziamento di 10 miliardi destinato alle compensazioni, assieme all’aggiornamento dei prezzari e dei quadri delle opere da parte delle stazioni appaltanti, per quanto riguarda le opere pubbliche. Ma poi gli aumenti sono proseguiti fino al count down attuale.
Bisogna aggiungere, inoltre, che anche le compensazioni non sono sempre filate via lisce, tanto che l’aspetto burocratico delle richieste ha subito un rinvio a ottobre. Bisogna specificare, per la verità, che le medie non riflettono del tutto la realtà, che comprende anche situazioni meno drammatiche.
Ma quello che è certo è che l’aumento delle bollette di gas ed elettricità si riflette sul prezzo dei materiali. Le rilevazioni Ance-Prometeia indicano che negli ultimi sette mesi l’acciaio impiegato nel calcestruzzo è aumentato del 55%, il Pvc del 43% e il bitume del 49%.
C’è anche un altro problema: non solo molti materiali sono aumentati a causa del costo energetico, ma il ricatto di Putin rischia di provocare a catena una nuova penuria di prodotti dato che molte aziende, come accennato, pensano di sospendere la produzione. Sarebbe una riedizione della caccia al materiale già sperimentata nei primi mesi del dopo covid.

RUOTE BOLLENTI
Il caro energia colpisce ovviamente anche il sistema logistico. Il trasporto merci su strada, ma anche ferrovia e mare è in crisi. Chi trasporta materiali da lunghe distanze si trova a fare i conti con un rebus irrisolvibile: meglio lavorare in perdita o perdere i clienti?
In Italia i noli del trasporto stradale sono rincarati del 20-30% in pochi mesi, ma il costo per spedire container è salito ancora di più. Forse può consolare il fatto che non siamo soli in questa emergenza: in gran parte d’Europa la situazione è simile.
C’è, infine, un altro aspetto da considerare: l’impatto del caro energia sul mercato immobiliare. «L’impennata inflattiva provocata dalle vicende belliche ha finito per determinare un brusco rallentamento nel percorso di recupero dei livelli di attività persi nel 2020, prontamente innescatosi non appena l’ondata pandemica aveva mostrato segni di cedimento», è il parere degli analisti di Nomisma. Anche se, secondo l’istituto di ricerche, che ha attivo un monitor sul mercato del real estate, per le famiglie italiane la casa rimane sempre l’oggetto delle proprie attenzioni.

CONCLUSIONI
Quale conclusione si può trarre da tutto ciò? La prima è che l’Italia deve cercare di essere meno dipendente possibile da un’unico fornitore di energia, ma questo l’hanno imparato tutti. La concorrenza fa bene anche a livello di sistema.
Incentivare le fonti alternative, d’accordo, è un mantra su cui non c’è molto da dire. Sì, ok, ma purtroppo al momento non c’è una tecnologia che consente l’autosufficienza: il fotovoltaico non può alimentare le fabbriche di piastrelle, l’eolico in Italia è scarso, malvisto per l’impatto ambientale e comunque discontinuo. L’idrogeologico va in crisi con la siccità e comunque più di tanto non si può aumentare.
Tutto il gas racchiuso in Adriatico ammonta a circa 70 miliardi di metri cubi. Cioè quanto consuma l’Italia in un anno. Se anche si potesse estrarre (e non si può, perché è frammentato in micro giacimenti), non risolverebbe nulla. Punto. Il nucleare? A parte che gli italiani hanno votato in massa per il «no», in ogni caso per costruire una centrale in Italia ci vorrebbero anni e anni, visto che i cittadini non accettano neppure un rigassificatore ormeggiato in mare a Piombino, perché disturberebbe gli allevamenti di cozze.
Detto questo, si può puntare dritto su una drastica riduzione dei consumi per il riscaldamento, premendo l’acceleratore sulla riqualificazione degli edifici. Ecco un aspetto che, sul lungo termine, può essere positivo per la filiera dell’edilizia.
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