Mobili, macchine, ceramica: per le imprese che esportano si aprono scenari poco esaltanti. Ma c’è da calcolare oltre che l’impatto dei dazi Trump anche le tariffe europee su acciaio e alluminio per pareggiare i conti.

L’impatto dei dazi di Trump sull’export italiano

Ciclone dazi Trump o sciagura Trump? Del presidente degli Stati Uniti si possono avere opinioni diverse, secondo la propria tendenza morale e politica. Ma per le imprese il discorso è un altro.

Chi produce o commercia si trova a fare i conti con asettici numeri, quelli del proprio business, e i bilanci non hanno convinzioni ideologiche.

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Così, favorevoli e contrari alla gestione imperiale di The Donald si trovano uniti nell’interrogarsi su quanto, e se, i dazi trumpiani impatteranno sulla loro attività. Spoiler: lo faranno.

Costo dell’energia e instabilità del quadro economico provocano già ora un impatto sensibile sugli affari. Ma è ancora tutto da verificare il riflesso a lungo termine dei dazi, visto che l’Europa ha comprensibilmente annunciato di voler ripagare con la stessa moneta l’inquilino della Casa Bianca.

Siamo ancora alle schermaglie, tra minacce e ritorsioni. Ma una cosa è certa: anche una piccola guerra tariffaria non lascerà indifferenti i settori produttivi italiani, filiera delle costruzioni compresa. Ma quanto?

Bilancia commerciale Italia-USA

Partiamo da un dato di fatto: l’Italia nei confronti degli Stati Uniti sembrerebbe avere un surplus commerciale. Esporta più di quanto importa. In apparenza. Perché il conto non si fa solo con le merci ma anche con i servizi. E sommando merci esportate (piastrelle, vino, moda) con le prestazioni che compriamo dagli States, per esempio quelle dei colossi tech, gli Usa sono ampiante in guadagno.

I dazi sui prodotti europei, quindi, non hanno un vero fondamento, ma in compenso impattano direttamente sui conti delle nostre imprese: chi esporta vedrà in molti casi il proprio business diminuire.

Si profilano anche i dazi dell’Europa nei confronti dei prodotti Usa: quindi anche chi importa, per esempio acciaio e alluminio made in Usa, pagherà un prezzo più alto.

E se per alcuni settori, come quello della ceramica, l’aumento dei dazi è un colpo basso, l’incremento tariffario europeo può essere un problema anche per altre imprese, come quelle meccaniche.

Tra parentesi: a tutto favore della Cina o di altri produttori, che potranno in molti casi prendere il posto delle aziende americane. Praticamente un autogol. Ma questo è un altro discorso.

I dati

Parliamo di tasse. Secondo i dati del 2022 ponderati sul database per le tariffe della Banca Mondiale, in media le imprese americane che hanno esportato in Italia hanno pagato un dazio dell’1,1%. Al contrario, sempre in media, le imprese italiane che hanno esportato in Usa hanno trovato dazi del 3,1%. Insomma, il contrario di quanto sostiene Trump.

Per amore di verità, oltre ai dazi sull’import dagli Stati Uniti, però, c’è da calcolare l’Iva, che gli americani vedono come fumo negli occhi: secondo un consulente dell’amministrazione Trump, Peter Navarro, l’imposta sul valore aggiunto arriva «quasi a triplicare le tariffe dell’Ue sulle esportazioni americane». Una fake news, perché anche negli Usa i diversi Stati hanno a loro volta imposte sul valore aggiunto, sebbene più moderate rispetto al 22% italiano.

In ogni caso, secondo un’analisi di Assolombarda, se si guarda al complesso degli scambi commerciali, i dazi sono sbilanciati a favore dell’Italia nella gomma-plastica per il 70% dei prodotti, nei trasporti (per il 69%), nell’agroalimentare e nella chimica e farmaceutica (67%), e nella meccanica ed elettronica (59%).

Insomma, sono questi i settori più a rischio per l’export. Sempre secondo questo calcolo, considerando il valore delle esportazioni italiane, i prodotti su cui verrebbero innalzate le tariffe valgono circa 30 miliardi di euro.

Settori a rischio: mobili, macchine, ceramica

Un aspetto che, invece, preme molto alla Casa Bianca è quello della reciprocità per il settore automotive. Le auto americane importate in Europa hanno una tariffa del 10%, mentre gli Stati Uniti impongono solo il 2,5% su quelle europee.

I dati della Banca Mondiale, in ogni caso, indicano che in Europa le tariffe sono sbilanciate a sfavore delle imprese americane nei trasporti (+1,8%), nella gomma-plastica (+1,3%), nella meccanica ed elettronica (+0,9%) e nei metalli (+0,7%).

Difficile, invece, calcolare quanto queste importazioni siano direttamente utilizzate nella produzione di materiali per edilizia o macchine per il cantiere, ma ha poca importanza: quando il prezzo di un prodotto aumenta, salgono quelli della stessa categoria.

Dazi Trump
Import ed export settore auto.

L’analisi di Assolombarda

Secondo il calcolo di Assolombarda, sono 485 i tipi di prodotti esportati dall’Italia verso gli Stati Uniti che subirebbero un aumento tariffario in caso di dazi esattamente reciproci. Gli incrementi arriverebbero a un massimo del 16,9%, anche se per l’89% si limiterebbero ad aumento entro il 5%.

Nel dettaglio, secondo questa analisi, potrebbero essere penalizzati i mobili, che hanno un export medio negli Usa di 1,3 miliardi (2022-2024), macchine e apparecchiature, macchine utensili per la lavorazione di calcestruzzo, pietra, prodotti ceramici, laminatoi per metalli, carrelli e dispositivi per il sollevamento, mattoni, lastre, piastrelle, pitture e vernici.

Sono alcuni dei settori che, però, possono scontare un handicap tariffario diverso, che va da pochi punti percentuali a incrementi a due cifre. Sempre che ci sia completa reciprocità.

Metalli “caldi”: acciaio e alluminio sotto pressione

Uno dei settori più a rischio è quello che riguarda i metalli. La Mina Vagante della Casa Bianca ha esplicitamente indicato di voler penalizzare «acciaio, alluminio e rame».

Trump ha annunciato che per questo gli Stati Uniti imporranno tariffe del 25% su tutte le importazioni di acciaio e alluminio. Una settimana dopo averlo detto ha sospeso le tariffe per un mese. Poi, contraddicendosi, il 12 febbraio ha minacciato di alzarle ulteriormente al 50%.

Insomma, è difficile fare previsioni. «Dobbiamo riportare la produzione nel nostro Paese», ha detto Trump. Se ciò sia effettivamente possibile per molti resta dubbio.

In ogni caso, al Lme, il London Metal Exchange, il mercato più importante dei metalli, dopo l’annuncio sono subito rimbalzate le tensioni. Anche perché è difficile capire che cosa voglia, davvero, il presidente Usa.

Mercato dei metalli
Mercato dei metalli.

Con i nuovi dazi Trump ha cancellato le eccezioni e le esenzioni dalle tariffe che lui stesso aveva imposto nel 2018. E per quanto riguarda l’alluminio, ha innalzato la barriera dal 10% al 25% o forse 50%, equiparandolo all’acciaio.

Nel mirino ci sono tutti, ma in particolare la Cina. Gli Usa, in realtà, importano poco acciaio o alluminio direttamente dalla Cina. Ma Pechino ha un’influenza sul mercato globale grazie ai prezzi bassi praticati, che mettono fuori concorrenza i produttori americani.

I più colpiti, se nulla cambierà, sono primi cinque esportatori di acciaio negli Usa: Canada, Brasile, Messico, Corea del Sud e Germania. Il Canada è in testa anche per l’alluminio seguita a distanza da Emirati, Russia, Cina.

Bisogna ricordare però che nel primo mandato del presidente americano, dopo aver imposto i dazi su acciaio e alluminio, aveva poi raggiunto accordi con Australia, Sud Corea e Brasile, mentre aveva ritirato alcune misure nei confronti di Canada e Messico in seguito alla firma di un patto commerciale. Che ora lui stesso ha rotto.

Rischio Italia, quanto peseranno i dazi Trump?

Quanto peserà questa decisione per l’Italia? Per quanto riguarda l’acciaio la misura di Trump è tutta da valutare.

Secondo i dati del US Census Bureau, nei primi 11 mesi del 2024 l’export di acciaio made in Italy negli Stati Uniti è stato in calo del 30%, con 841 milioni di dollari. E anche le vendite di alluminio valgono poche centinaia di milioni di dollari, su un export italiano totale verso l’America da 76 miliardi di dollari nel 2024.

Ancora: l’export negli States dell’acciaio italiano, con circa 300 mila tonnellate all’anno, vale l’1,5% delle 20 milioni di tonnellate prodotte nel nostro paese nel 2024. Ed è un dato già dimezzato rispetto a prima del 2018.

Numeri che comprendono semilavorati, piani, lunghi e tubi: questi ultimi sono il prodotto più esportato assieme agli acciai speciali, con circa 90 mila tonnellate.

Insomma, sarà anche poco, in assoluto, ma molto relativamente. Poi, c’è da calcolare l’impatto degli eventuali dazi europei sulle importazioni di acciaio e alluminio americani. Che è tutto da valutare.

Nel 2023 l’Italia ha esportato in America prodotti della metallurgia per 2 miliardi di euro e prodotti in metallo (esclusi macchinari e attrezzature) per 2,1 miliardi.

Da novembre 2023 a ottobre 2024 l’Italia ha esportato negli Stati Uniti alluminio per 1,8 miliardi, acciaio per 600 milioni e prodotti in ferro e acciaio per 1,5 miliardi, per un totale di 3,9 miliardi.

Nel 2023 gli Stati Uniti hanno importato dall’Italia acciaio, alluminio e prodotti in ferro e acciaio per 2,73 miliardi di dollari: siamo il decimo maggiore fornitore dell’America secondo i calcoli del Financial Times.

E i nuovi dazi americani su acciaio e alluminio costeranno all’Italia tra 1,5 e 2 miliardi di euro, ha valutato Matteo Villa, head of DataLab dell’Ispi.

Insomma, la cura Trump non si sa se farà l’America più grande, ma di sicuro farà l’export italiano più piccolo.

di Giuseppe Rossi

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