La caduta del governo Draghi ha messo a rischio l’attuazione dei tanti investimenti legati ai 220 miliardi di fondi europei del Pnrr. Decreti attuativi, riforme, prezzi, richieste di modifica: gli ostacoli da superare sono molti. Ma la strada per venirne fuori c’è
[ihc-hide-content ihc_mb_type=”show” ihc_mb_who=”2,4,5″ ihc_mb_template=”1″ ]
C’è una montagna di soldi, quelli del Pnrr, che attende solo di essere spesa. A patto di saperla e poterla spendere. E a patto anche di tenere fede a quanto promesso solennemente in sede internazionale. Ma ci sono ostacoli che si oppongono.
Il primo problema non dipende dalle imprese ed è rappresentato dall’aumento dei costi dei materiali: nonostante gli adeguamenti (circa 10 miliardi) elargiti in primavera, i costi sono aumentati ancora e questo è un problema per le aziende impegnate nelle opere.
Il secondo problema, invece, è legato alle decisioni (e alle indecisioni) della politica: senza entrare nel dibattito pre o post elettorale, lo stop al governo rappresenta un serio problema, che rischia di far perdere un treno che non passerà più.
Il tesoretto da spendere è quello del Pnrr, di cui tanto si è scritto e tanto ci si attende. Tra prefinanziamento e prima rata, l’Italia ha già ricevuto 45,9 miliardi. Altri 24,1 miliardi sono in arrivo per gli obiettivi raggiunti a giugno (se saranno rispettati gli accordi con l’Europa). Ma altri 124,6 devono (o dovrebbero) arrivare.
Parte dei soldi europei sono già finiti in cantieri, con beneficio di imprese, dipendenti e Pil. L’altra grossa fetta, invece, deve superare gli inciampi appena citati. E, anche se il premier uscente, Mario Draghi, ha sferzato i ministri a realizzare in fretta quanto possibile, non sono pochi i punti di domanda che restano sul tappeto. Insomma, il Piano di rilancio dell’economia, legato a riforme e interventi infrastrutturali, è a rischio? Oppure le aziende possono stare tranquille sull’afflusso dei capitali europei necessari, per esempio, per la riqualificazione degli ambienti urbani?

Il governo mandato a casa in agosto (sorvoliamo) nelle settimane di vita rimanenti ha cercato di salire diversi gradini per incassare la seconda rata di finanziamenti relativa agli obiettivi del giugno 2022 è in arrivo da Bruxelles. Ma, come è arcinoto e secondo gli accordi che l’Italia ha firmato con la Commissione Ue, i quattrini sono gentilmente elargiti in cambio della capacità di fare riforme (un principio che vale per tutti i Paesi che ne usufruiscono).
L’Europa, insomma, dice: «Ok, vi diamo un sacco di soldi, ma fateci vedere che volete usarli bene. Cominciate quindi a migliorare le vostre regole rendendole più moderne ed efficienti». Per esempio, liberalizzando quello che c’è da liberalizzare.
Come per la travagliata riforma della giustizia, che ha avuto anche l’obiettivo di sveltire i tempi dei procedimenti. La legge sulla concorrenza (con il traguardo di aumentarla) è stato un altro step in questa direzione, anche se taxisti e bagnini hanno conservato i loro privilegi grazie alle pressioni di buona parte delle forze politiche. Per non parlare della osteggiata riforma del catasto (cioè un aggiornamento dei valori reali degli immobili). L’importante sarà non mettere in discussione il faticoso compromesso raggiunto con la Ue.
Inoltre, ci sono da centrare gli obiettivi dei primi due trimestri del 2023, considerati un severo banco di prova sul fronte di gare e appalti. Il primo passo è fissato a dicembre, quindi con il nuovo governo, che dovrà assicurarsi un totale di 64 miliardi, suddivisi in rate di 24, 22 e 18 miliardi, ma con la restituzione di un anticipo del 13% già concesso dalla Commissione.
Quindi, al netto ci sono altri 56 miliardi da spendere. Le rate sono legate agli step delle riforme, suddivisi per obiettivi da raggiungere. Per esempio, al 31 dicembre devono essere raggiunti 55 target del quarto trimestre 2022 (più quattro rimasti del terzo). Un traguardo impossibile? No se i partiti non si mettono di mezzo e il Parlamento farà il suo lavoro. Certo, qualche dubbio c’è.

Non sarebbe nulla di impossibile: i traguardi da raggiungere sono di diversa caratura e difficoltà. Per esempio, gestioni idriche, fondi per il turismo, piano sul lavoro sommerso, riforma dei centri per l’impiego. Detta così sembrano argomenti su cui si dovrebbe facilmente trovare un accordo. Ma le bandierine dei partiti e i centri di potere a livello nazionale e locale possono fare entrare i provvedimenti in un labirinto non dotato del filo di Arianna.
I decreti legislativi sono un altro problema: il governo uscente non può renderli operativi (a meno di forzare la mano, cosa non da escludere) senza il contributo delle commissioni parlamentari. I cui componenti a settembre si sono divisi tra dirette Facebook e comizi.
Sono finiti a rischio, per esempio, i decreti legislativi quelli legati alla riforma della Giustizia, approvata in luglio: le riforme del processo civile e di quello penale diventano quindi inutili (e quindi nulle anche per la Commissione Ue) se non si possono applicare. Altri esempi di procedimenti in ballo: le norme per la pianificazione delle infrastrutture strategiche e le autorizzazioni per il cold ironing. E senza riforme funzionanti, niente fondi Pnrr.
Già, ma il ruolo del governo uscente? Purtroppo, dato che in agosto il governo Draghi è stato diciamo così «dimissionato», per il tempo restante ha agito in regime di ordinaria amministrazione, senza pieni poteri. Inoltre, come accennato, provvedimenti chiave come alcuni decreti legislativi si sono stati sostanzialmente bloccati per lo scioglimento delle Camere. Niente riforme, insomma, per la campagna elettorale.
Non va dimenticato che la cosiddetta macchina legislativa, che produce materialmente non solo leggi, ma anche regolamenti attuativi, è composta da tanti soggetti, con molti professionisti legati con contratti a termine o provvisori. Il ricambio parlamentare spinge molti di loro a trovarsi altre occupazioni.
C’è, poi, il problema dei costi e della necessità di riscrivere appalti e riavviare le gare sospese. Le richieste di revisione del Pnrr (a prescindere dal giudizio se siano legittime o meno) secondo molti tecnici possono contribuire a frenare quanto già avviato. Ma bisogna fare attenzione: quella che in Italia è una partita di ping-pong tra i partiti, con l’obiettivo di guadagnare voti o difendere questa o quella lobby, a Bruxelles è percepita come inutile perdita di tempo o, peggio, come un venire meno agli accordi sottoscritti. E i fondi rischiano di arenarsi.
Come rimediare? Durante la campagna elettorale è circolata l’idea di introdurre un ministero ad hoc per l’attuazione del Pnrr. Affascinante. Peccato sia impossibile concentrare su un solo centro di potere il ruolo di amministrazione per missioni così diverse e, spesso, affidate a soggetti locali. E un super ministro non avrebbe comunque il potere di spingere il Parlamento ad approvare le riforme.

C’è, poi, un altro grosso ostacolo sul cammino del Piano: la capacità delle amministrazioni pubbliche di tradurre i progetti in realtà. La lotta alla burocrazia, unita all’avversione per lo Stato e la funzione del pubblico, spesso in gloria a un liberismo anni Ottanta, in dieci anni ha portato alla riduzione di 276 mila dipendenti, tra amministrazione centrale ed enti locali. Così, spesso, Comuni e Regioni non hanno personale adatto per attuare i progetti e, ancora più di frequente neppure la capacità di progettare.
Secondo il Monitor finanza locale della direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, per rimediare ci sono le assunzioni extra a tempo determinato aperte dai decreti per il Pnrr, stimate in 28 mila. Troppo poche e con personale di scarsa esperienza per attuare progetti così ambiziosi come quelli che fanno parte del Piano di resilienza.
Gli organici con competenze sono scarsi soprattutto nel Mezzogiorno, a cui sono destinati il 40% dei fondi, nella speranza di raggiungere una maggiore coesione territoriale. Per sopperire ci sono, teoricamente, altri 20 mila nuovi posti previsti tra Comuni, Province e Città metropolitane. Ma in molti casi i bilanci degli enti locali non sono in grado di sopperire agli stipendi per nuovi assunti.
Per non parlare della qualità nelle amministrazioni pubbliche: l’età media è elevata ovunque, con una media che supera i 50 anni e sale sopra i 55 anni nei Comuni di Campania, Sicilia e Basilicata, regioni dove in alcuni casi si superano i due terzi di dipendenti anziani (lavorativamente parlando).
Insomma, i fondi del Pnrr viaggiano sul filo del rasoio. Il prossimo governo dovrà cercare si recuperare il tempo perduto con la sfiducia al governo per evitare di perdere un sacco di soldi utili per riqualificare il Paese. E di business per le imprese.
Pnrr a Roma: le opere previste
Il Pnrr abbraccia tanti settori, in particolare quello delle infrastrutture e della riqualificazione. E se c’è una città destinata a beneficiare dei fondi europei, quella è Roma. Per la Città eterna è previsto un investimento di 6-6,5 miliardi, oltre 1,3 miliardi destinati al piano Giubileo.

Le opere previste sono molte, come le tranvie Palmiro Togliatti e Termini-Vaticano-Aurelio e il rinnovo del parco autobus e dei treni dei metrò (1,6 miliardi solo per questo), gli investimenti Fs (2 miliardi), strade e autostrade (1,7 miliardi), la rigenerazione urbana ed Erp (354 milioni), infrastrutture idriche con l’ammodernamento del Peschiera (160 milioni), porti (Civitavecchia 159 milioni), piste ciclabili (56 milioni), cittadelle giudiziarie e carceri (169 milioni), sviluppo di Cinecittà (150 milioni).
Altri 2 miliardi sono investimenti diretti per la realizzazione dei siti dell’Expo mentre 1,5 miliardi riguardano investimenti indiretti per le infrastrutture, la mobilità e la logistica di servizio al sito. Il comune di Roma stima che ci siano poi 2,5 miliardi di investimenti connessi all’evento, ancora infrastrutture che migliorano il sistema di mobilità con benefici indiretti anche sull’Expo.
[/ihc-hide-content]
Articoli correlati
ProduzioneMateriali e sistemi costruttivi
Ottobre 13, 2026
Tecnologia e lavorabilità anche per i grandi formati con l’adesivo cementizio X di Grigolin
Il nuovo adesivo cementizio X di Grigolin punta su lavorabilità, stabilità e controllo nella posa di grandi…
Ottobre 8, 2026
Porte scorrevoli Dierre: sistemi a scomparsa per ottimizzare gli spazi
Le porte scorrevoli Dierre combinano ottimizzazione dello spazio, flessibilità progettuale e caratteristiche…



