
La Commissione ha pubblicato una proposta di direttiva che modifica, con alcuni emendamenti, le norme a tutela dei consumatori. Obiettivo: evitare il greenwashing. Se passerà, saranno bandite espressioni come ecologico, eco, verde, biodegradabile.
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La crescente consapevolezza circa l’impatto delle attività umane sull’ambiente chiama la comunità a un impegno incessante per adottare misure volte a limitare le emissioni di gas serra, proteggere la biodiversità e promuovere uno sviluppo sostenibile.
Di conseguenza, la transizione verde è al centro dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e il Green Deal europeo (Ue climaticamente neutra entro il 2050 e dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2030) è il piano più avanzato a livello planetario per affrontare le sfide climatiche, ambientali e anche economiche.
Questo processo richiede un cambiamento significativo nelle tecnologie, nei comportamenti e nelle politiche, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio e limitare il riscaldamento globale.
In questi ultimi anni si è iniziato con l’adozione di comportamenti tesi a garantire la crescita di una domanda verde, proteggendolo dal marketing greenwashing, cioè da quell’insieme di pratiche ingannevoli volte a dipingere un prodotto più ecosostenibile di quanto non sia nella realtà.
Ridurre i consumi
Per limitare il cambiamento climatico, nei prossimi due o tre decenni, tutti i settori dell’economia e della vita (energia, trasporti, edifici, edilizia, agricoltura, industria manifatturiera e persino i servizi) dovranno adottare standard qualitativi volti a rispettare l’ambiente e la salute delle persone.
A livello mondiale, per esempio, il solo settore edilizio è responsabile di circa il 40% del consumo energetico globale e del 39% delle emissioni di Co2, con il 28% derivante dal funzionamento degli edifici ed l’11% dalla produzione dei materiali e dai processi costruttivi.
Si stima che, complessivamente, l’inquinamento indoor e outdoor possa causare circa 7 milioni di morti premature all’anno e che di questi eventi una gran parte sia generata dall’edilizia e dai materiali edili.
Anche di fronte a questi numeri, a oggi, non esiste una classificazione standardizzata universalmente accettata dei materiali edili, pur essendo disponibili diversi strumenti e metodi per valutare l’impatto ambientale dei materiali.
Tra questi, di particolare interesse è l’analisi life-cycle assessment (Lca), dalla produzione al consumo e allo smaltimento.
Per facilitare un percorso di etica e trasparenza a garanzia del consumatore e dell’ambiente, la Commissione Europea ha pubblicato la proposta di direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio che modifica, con una serie di emendamenti, le direttive 2005/29/Ce e 2011/83/Ue a tutela dei consumatori e per la transizione verde mediante una maggiore sorveglianza su pratiche sleali di disinformazione.
La proposta fa parte di un pacchetto sull’economia circolare a promozione dei prodotti e delle tecniche di costruzione più sostenibili.
Immagini proibite
Fanno parte del greenwashing l’utilizzo di immagini di natura e ambienti verdi negli annunci pubblicitari, l’esibizione di etichette, loghi e marchi di sostenibilità senza fornire prove concrete di rispetto delle normative in materia.
Nella proposta di direttiva europea uno degli emendamenti prevede di vietare indicazioni generiche come «rispettoso dell’ambiente, ecologico, eco, verde, biodegradabile, neutro dal punto di vista delle emissioni di carbonio» e di attuare un sistema di etichettatura che certifichi la trasparenza delle pratiche di produzione e distribuzione dei prodotti, comprese le fonti energetiche e i materiali utilizzati.
Per aspirare a tale riconoscimento, i materiali e i prodotti in genere dovranno essere duraturi e con il più basso contenuto possibile di sostanze pericolose (per esempio, il benzene, toluene, etilbenzene, xilene, sono fonte di numerose patologie e non dovrebbero entrare in contatto con il nostro corpo o con l’ambiente: possono infatti sviluppare tumori, malformazioni genetiche, malattie respiratorie, cardiopolmonari), avere una bassa emissione di carbonio, l’approvvigionamento delle materie prime dovrà provenire da fonti rinnovabili e da gestioni responsabili, i rifiuti generati dalla lavorazione devono essere riciclabili.
Sostanze nel mirino
Tra le sostanze nocive presenti nei materiali da costruzione a scopo informativo è opportuno soffermarsi sulla formaldeide, un composto organico volatile (Cov) considerato tra inquinanti indoor più pericolosi. È infatti classificata dalla Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) come sostanza cancerogena di tipo 1.
La Commissione Europea con il Regolamento 2023/1464, pubblicato il 14 luglio 2023, ha fissato a 0,062 milligrammi per metro cubo il limite per l’emissione di questa sostanza negli ambienti chiusi dimezzando il limite indicato a suo tempo dall’organizzazione mondiale della sanità (0,124 mg/m3), su cui si basa la nota e consolidata classificazione E1, fino a oggi lo standard riconosciuto e adottato legalmente da molti Paesi europei, Italia compresa.
La formaldeide ha proprietà cancerogene e mutagene. Viene utilizzata nella produzione di molti materiali-prodotti anche per l’edilizia: resine, schiume, fibre vetrose sintetiche, termoplastici e altri prodotti chimici, impiegati a loro volta nella produzione di legno trattato, che sono le principali fonti di esposizione alle emissioni di formaldeide nell’aria per i consumatori.
Le imprese del settore avranno tre anni per adeguarsi, tempo necessario affinché l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) definisca, con il coinvolgimento delle associazioni e delle realtà europee coinvolte, le linee guida circa i metodi di prova.
Elementi fuorvianti
Per dare corpo e robustezza al nuovo indirizzo sostenibile ed ecologico anche in linea con il Regolamento Prodotti da Costruzione (Ue) N. 305/2011 entrato in vigore a luglio 2013, la Commissione Europea ha proposto di aggiungere altri dieci elementi all’elenco delle pratiche commerciali considerate sleali (allegato I della direttiva sulle pratiche commerciali sleali) e la creazione di un protocollo rigoroso per verificare e certificare le attestazioni tecniche e ambientali dei prodotti.
Inoltre, le pubblicità mendaci non saranno più consentite: a tale proposito, l’emendamento 4 della direttiva recita «potrebbero infatti essere fuorvianti per i consumatori, che non sempre sono in grado di valutare l’affidabilità di tali informazioni».
L’emendamento 7, infine, propone la creazione di un ente terzo (individuato dagli Stati membri) per il monitoraggio della conformità delle dichiarazioni e certificazioni dei prodotti e della loro produzione con particolare riferimento all’informazione al pubblico sulle compensazioni delle emissioni di carbonio. Per diventare legge, l’accordo provvisorio dovrà ora ottenere l’approvazione definitiva del Parlamento e del Consiglio.
Una condotta e un linguaggio comune nella filiera edilizia, dai progettisti ai produttori ai fornitori, con l’implementazione delle soluzioni ecologiche in tutto il settore, sono fondamentali per partecipare al raggiungimento degli obiettivi della transizione ecologica.
Questi dovranno permettere una migliore collaborazione e messa a punto di pratiche e tecnologie sostenibili, riducendo l’impatto ambientale dell’industria edilizia e promuovendo una crescita economica sostenibile rispettosa per l’ambiente, la salute delle persone e la costruzione e riqualificazione di edifici verdi di qualità.
di Paola Allegri ingegnere civile, esperta in salubrità degli edifici, presidente dell’Associazione Nazionale Esperti Edificio Salubre-Gas Radon Donne Geometra del Cngegl, relatore e membro di Comitati scientifici nazionali e internazionali sui temi della sostenibilità e qualità ambientale, autore di articoli e pubblicazioni scientifiche
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