Il centro studi bolognese Nomisma punta il dito sulle difficoltà nel raggiungere una vera indipendenza energetica. Le rinnovabili per ora non sono sufficienti e la transizione dal gas all’elettricità non è supportata dalla necessaria distribuzione della corrente.

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Il panorama energetico italiano sta attraversando una fase di notevoli cambiamenti che ne  delineano il percorso verso l’autonomia. Uno scenario descritto da Davide Tabarelli, presidente del centro di ricerche Nomisma Energia, tra macro-trend e scelte strategiche.

Se il lato positivo è rappresentato dall’incremento nella produzione di energia da fonti rinnovabili nel corso degli anni, i dati più recenti indicano un miglioramento significativo, con un aumento dal 73,5% al 73,2%. Tuttavia, se confrontato con il 82% precedente alla crisi, emerge un aspetto critico: la domanda complessiva di energia è in calo.

«La riduzione esiste perché il nostro è un Paese più povero, si sta deindustrializzando e, di conseguenza, consumiamo meno energia. Non facciamoci illusioni, l’abbassamento di emissioni di Co2 dipende molto da questo aspetto», ha spiegato Tabarelli nel corso del suo intervento al recente convegno di Angaisa.

Il presidente di Nomisma ha anche sottolineato come il calo del Pil pro capite sia costante dal 2008 e indichi una diminuzione del reddito disponibile. E questo si riflette anche nella minore richiesta di energia per il riscaldamento domestico. Si scaldano meno le abitazioni. Non è chiaro, però, se questo sia il frutto anche una migliore coibentazione degli edifici.

Guerre e localismi

Pandemia e guerre, la cui evoluzione è incerta, ha notato Tabarelli, hanno ulteriormente influenzato questa dinamica, eppure il Paese è riuscito a salvarsi principalmente grazie a due ragioni.

La prima è che, con temperature eccezionalmente miti in Europa, la domanda è stata inferiore al fabbisogno tipico dell’inverno di oltre di 300 milioni metri cubi di gas giornalieri.

Il conto è presto fatto: un ipotetico aumento del fabbisogno intorno ai 400 milioni di metri cubi avrebbe davvero messo in crisi il sistema, dato che la fornitura dalla Russia ammontava a 100 milioni metri cubi giornalieri.

«Attenzione, non siamo fuori pericolo, nonostante le scorte adesso siano altissime, perché con il ricorso del sindaco di Piombino Francesco Ferrari contro il funzionamento della nave rigassificatrice (che ha la capacità di trattare 5 miliardi di metri cubi l’anno), è chiaro che le importazioni potrebbero essere a rischio, visto che l’altro impianto per il trattamento del gas liquido arriverà solo alla fine del 2024», ha aggiunto il presidente.

Ci sarebbe il gasdotto con l’Algeria, entrato in funzione nel 1982, ma ha un problema di capacità nel nodo di Sulmona, l’ampliamento di portata è indispensabile, ma la procedura coinvolgerà diversi comuni della zona e per le autorizzazioni ci vorranno almeno quattro anni.

Nomisma

Il prezzo del metano

La seconda ragione è il prezzo del gas: 40 euro a megawattora (a fine novembre 2023) è un costo enormemente più basso rispetto ai 130 di novembre e ai 330 di settembre-agosto dell’anno precedente.

Ma è più del doppio delle medie di lungo termine prima della crisi, quattro volte la quotazione nel 2020 durante la pandemia e, soprattutto, quattro volte il prezzo corrente negli Stati Uniti, dove la produzione di petrolio ha raggiunto i massimi storici e ha avuto l’effetto di abbassare i prezzi della materia prima.

Da qui la spinta ad accelerare l’abbandono dei combustibili fossili, che Tabarelli vede comunque molto lontano: «L’impegno c’è da tempo: la prima legge sull’efficienza energetica degli edifici in Italia è stata scritta nel 1976, mentre la seconda, la 308, risale al 1982.

Purtroppo, i risultati Nomisma sono stati modesti rispetto alle ambizioni, anche se l’Italia è il primo Paese al mondo per alcuni tipi di rinnovabili, avanti anche alla Germania, per esempio per l’idroelettrico. Insomma, sarebbe bello fare a meno dei combustibili fossili, ma è non attuabile in tempi brevi e medi».

Il fotovoltaico

Secondo i dati forniti dal centro studi Nomisma, per il 2023 sono stimanti 27 gigawatt di installati (in tutta l’Africa, ce ne sono 12, meno della metà). Ma si tratta di un valore solo potenziale, perché delle 8.760 ore di un anno, a Milano i pannelli funzionano solo 1.100 ore, mentre a Ragusa e a Cagliari, i due posti più irradiati in Italia, si arriva a 1.500 ore, senza contare l’inevitabile maltempo.

Quindi, quello che conta non è tanto la potenza installata, ma la produzione, che attualmente è pari a circa l’8% della domanda elettrica. E, sebbene il fotovoltaico in Italia si traduca in una delle quote più alte in Europa, l’incidenza è evidentemente ancora troppo bassa. Certo, a volte si arriva al 30-40%, perché i consumi diminuiscono per diverse ragioni, tra fabbriche chiuse per ferie e/o irradiazioni prolungate.

«Insomma, l’elettrificazione da fonti rinnovabili del mondo delle nostre economie presenta problemi fisici di densità energetica che al momento non riusciamo a superare», ha affermato l’esperto, sulla base di numeri precisi: il boom di installazioni di sistemi fotovoltaici del 2022 ha portato in termini di produzione un incremento pari allo 0,3% di miliardi di metri cubi di gas che, sommati al valore totale si attesta sui 3 miliardi, ossia circa il 10% delle forniture russe perse.

Troppo poco per le grandi industrie energivore, che con i pannelli coprono all’incirca il 4% dei consumi: c’è una sproporzione tra fabbisogno e resa effettiva, mentre nel civile, grazie anche agli incentivi il fotovoltaico, conviene.

Che pellet

Attenzione: il forte aumento delle fonti rinnovabili, passate da 10 al 20% del consumo generale, riguarda soprattutto le biomasse legnose, in prevalenza il pellet: un dato negativo, visto che si tratta di una fonte di energia caratteristica delle società povere, per di più inquinante, con danni nella Pianura padana stimati addirittura dall’Organizzazione mondiale della Sanità.

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Il rebus del gas

Quale sarà il prezzo del gas nel prossimo futuro? Nomisma prevede una leggera ripresa per l’inverno, ma il prezzo poi scenderà, anche a causa della stagionalità. In sostanza, la crisi non è finita ed è probabile che fine a marzo i prezzi saranno sui 50-60 euro a megawattora.

Quindi, con un aumento delle bollette: sul bilancio famigliare l’energia prima della crisi pesava circa il 5% della spesa, ora è all’8%. Ma il punto è che il contatore a 3 kW per far funzionare una pompa di calore non basta.

Quindi, diventa un problema di tariffe, di bollette e di reti. E, infatti, l’odierna infrastruttura di trasporto non è in grado di veicolare l’aumento di energia che dovremmo consumare in funzione dei piani del governo di efficientamento energetico e decarbonizzazione, per esempio più pompe di calore, più auto elettriche.

Certo il piano RePowerEu e il Pnrr prevedeno un piano industriale di 6 miliardi di investimenti incentrati sulle reti. La strada è lunga ma, in fondo, l’elettrificazione è un processo che dura da 150 anni.

di Monica Battistoni

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