Cresce la manodopera straniera nei cantieri nell’edilizia italiana. I problemi di incomprensione ci sono, ma anche casi di felice integrazione in azienda. Adesso, però, occorre maggiore formazione.


Edilizia: più manodopera straniera in cantiere

 

Nei cantieri edili si parla sempre meno italiano. Un fenomeno esploso negli ultimi anni, trainato dal boom delle ristrutturazioni favorito dal superbonus e dagli altri incentivi, con la Lombardia che ha registrato il numero più alto di imprese edili straniere: secondo le camere di commercio della regione, nel 2022 l’incremento è stato del 15,7%, nel 2023 del 7,9% e nei primi tre mesi del 2024 sono state registrate oltre mille nuove imprese con codice Ateco delle costruzioni soltanto a Milano, Brescia e Bergamo.

Un aspetto che tocca non solo il lavoro nei cantieri, ma anche la distribuzione, che a volte trova come clienti persone che parlano male l’italiano e non conoscono tutti i segreti del mestiere. Un problema che riesce a essere superato solo dopo qualche anno di lavoro sul campo.

In ogni caso, le aziende composte da non italiani rappresentano una parte consistente dell’imprenditoria dell’edilizia e in molte province il loro peso varia tra il 25% e il 40%, con punte ancora più alte in alcuni territori. Se per molti stranieri l’edilizia è la prima occasione di autoimpiego, è anche la principale porta d’ingresso nel mondo del lavoro.

Provenienza della manodopera straniera

Negli ultimi tre anni, rileva Filca Cisl Lombardia, si è rafforzata la presenza di giovani specialmente egiziani, che a Milano costituiscono ormai la grande maggioranza della manodopera straniera nei cantieri: su dieci assunti, nove sono nati all’estero e sette provengono dall’Egitto.

A Brescia, invece, la comunità albanese e quella marocchina risultano tra le più attive, mentre nel resto del Paese la distribuzione varia in base alla vicinanza geografica che caratterizza anche la specializzazione professionale.

A Taranto, per esempio, i tunisini si occupano principalmente della posa delle piastrelle e dell’impermeabilizzazione, mentre in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia sono soprattutto albanesi e rumeni a portare avanti attività legate a ristrutturazioni, isolamento termico e risanamento.

C’è, poi, il caso unico di Belluno, dove oltre il 57% degli operai edili è italiano, mentre la media regionale vede più della metà della manodopera arrivare soprattutto da Romania, Kosovo e Albania.

Formazione

Insomma, nei cantieri si trovano sempre meno giovani italiani e sempre più stranieri comunitari o extra, un po’ perché il settore è percepito come poco attrattivo, un po’ per le condizioni contrattuali e la mancanza di percorsi formativi adeguati.

Così, per mantenere alta la professionalità e la qualità del lavoro, associazioni e casse edili stanno investendo in programmi di formazione tecnica e corsi per abbattere la barriera linguistica. Anche per scongiurare una reazione a catena, il cui punto d’inizio è la forte dipendenza dell’edilizia dalla manodopera straniera.

Scoglio retribuzioni

Quasi un lavoratore su tre nei cantieri è immigrato e appartiene alla fascia meno professionale, convogliata soprattutto verso il Nord Italia, che assorbe la maggior parte di questa manodopera. Il 58,8% ha scarsa esperienza, un aspetto decisivo per accedere a salari e condizioni di lavoro più equi.

Quello degli stipendi è un tema delicato perché se da una parte aumentare le retribuzioni potrebbe rendere il settore più appetibile ai giovani italiani, dall’altra rischierebbero di mettere fuori mercato le imprese, visto che la maggioranza della fascia più bassa della piramide è composta da operai stranieri meno pagati. Il 60% di questi addetti non è specializzato e rientra nel primo livello di inquadramento, l’unico dei quattro in cui la quota straniera supera quella dei locali.

Così, la mancanza di esperienza non solo impedisce di salire nella scala salariale, ma espone i lavoratori a rischi per la propria sicurezza e quella dei colleghi, innescando un ulteriore effetto a catena.

Nei livelli più alti, dove le retribuzioni possono superare anche del 50% quelle di base, il rapporto si inverte: tra gli operai specializzati di quarto livello c’è uno straniero ogni quattro italiani.

In totale, su 700 mila addetti del settore, 267 mila provengono dall’estero, circa il 38%, e per favorire l’integrazione e migliorare la qualità dei cantieri, sindacati e associazioni hanno avviato programmi di formazione mirati, che puntano a valorizzare competenze, rafforzare la sicurezza e rendere il settore più interessante.

Esempi virtuosi

In Molise, per esempio, Formedil ha sottoscritto un protocollo con le prefetture di Campobasso e Isernia, assieme all’associazione dei costruttori e ai sindacati, per creare percorsi rivolti ai giovani stranieri.

A Brescia Ance e Confcooperative, hanno avviato un corso gratuito pensato per rispondere alla carenza di manodopera e formare muratori con particolare attenzione ai termini tecnici in italiano, alle nozioni di sicurezza, alla conoscenza dei materiali e tecniche di cantiere, oltre a esercitazioni pratiche dalla preparazione della malta alla costruzione di muri e pilastri fino alla stesura dell’intonaco. Avviato nel 2024, ha già dato i primi risultati: dei 15 partecipanti, 13 hanno trovato un impiego, solo uno non ha potuto per motivi di salute e un altro ha scelto un percorso diverso.

L’associazione dei costruttori della città è stata anche premiata per l’impegno nell’inclusione lavorativa dei rifugiati all’interno del programma Welcome Working for Refugee Integration promosso da UNHCR Italia, dai ministeri del Lavoro e dell’Interno.

Con casi come quello di Sandra Banel Gamu, ventitré anni, arrivata dal Camerun, che grazie a questa iniziativa nel 2020, ha frequentato la scuola per aiuto magazziniere all’Enaip di Nichelino (Torino), seguita da un tirocinio al Brico Center di Torino-Cigna, dove è passata a un contratto a tempo determinato e poi a uno indeterminato. Un percorso che le ha permesso di ottenere un mutuo per una casa dove vivere insieme al fratello, arrivato con lei. La sua storia è diventata un esempio di integrazione riuscita.

Cna Veneto: un progetto con l’Albania

Secondo Moreno De Col, presidente di Cna Veneto, se le nuove generazioni italiane continuano a non considerare il cantiere come una possibilità, l’unica strada sarà gestire l’integrazione di una manodopera sempre più straniera.

«Nella scuola di formazione professionale della nostra associazione i ragazzi escono con una preparazione discreta, ma solo tre su dieci sono davvero interessati a costruire una casa, mettere mattoni, fare i carpentieri o montare un tetto. La maggior parte preferisce guidare escavatori o occuparsi dei macchinari piuttosto che svolgere lavori manuali», spiega De Col che è anche titolare insieme ai fratelli Marco e Michele della De Col Costruzioni in provincia di Belluno.

Lo stipendio è un altro punto cruciale, perché se da un lato deve essere adeguato per attrarre i giovani, dall’altro rischia di mettere in difficoltà le imprese, soprattutto quelle piccole, dove la manodopera pesa molto nei costi di ristrutturazioni, riqualificazioni e lavori tipici del settore artigiano.

«Per questo come Cna Veneto vorremmo portare personale già formato nella regione. Le imprese di origine kosovara o albanese presenti sul territorio, grazie al passaparola, riescono a garantire un ricambio generazionale e un inserimento che le aziende locali non riescono a ottenere. Da qui l’idea di avviare un progetto con l’Albania, non ancora formalizzato, ma con l’obiettivo di capire come organizzare un inserimento coerente e dignitoso per almeno una decina di persone».

Un’integrazione che in parte richiama quanto accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta, quando gli italiani emigravano nei cantieri svizzeri, belgi o tedeschi e la manodopera era reperita direttamente nei Paesi d’origine in base alle necessità delle imprese.

Dal Kosovo al successo: la storia di Atdhe Gashi

Un’altra strada è quella del protocollo firmato da Cna nazionale con il Ministero dell’Istruzione, per permettere agli artigiani e ai piccoli imprenditori di entrare nelle scuole e raccontare agli studenti degli istituti professionali il proprio lavoro.

Resta però un problema di fondo: se le nuove generazioni italiane continuano a non considerare il cantiere come una possibilità, gestire l’integrazione di una manodopera sempre più straniera diventerà un obbligo.

Ed è esattamente quello che è successo ad Atdhe Gashi, titolare dell’azienda che porta il suo nome, specializzata in isolamento termico, rifacimento facciate, massetti e altri lavori edilizi. La sua storia professionale inizia negli anni 2000, quando arriva nel Bellunese dal Kosovo. Dopo alcune esperienze in due ditte del settore, la prima abbandonata perché non lo metteva in regola, la seconda per mancanza di lavoro, decide di mettersi in proprio a Ponte delle Alpi, in provincia di Belluno.

«Ho aperto la mia azienda e, in cinque anni, ho assunto una ventina di persone provenienti dal Kosovo, dall’Ucraina e anche italiani», racconta l’imprenditore ormai perfettamente integrato, sposato con un’italiana e figli nelle scuole locali.

E aggiunge: «In certi casi ho pagato loro il visto, di tasca mia e persino il corso di italiano, per essere sicuro che imparassero davvero la lingua e fossero in grado di comprendere le istruzioni in cantiere, i materiali, il lavoro nel suo complesso. A tutti ho trovato una casa di nuova costruzione, perché ci tengo a garantire una qualità della vita il più possibile dignitosa. Non dimentico che cosa ho passato io all’inizio».

Anche gli stipendi, spiega, sono più che adeguati: si può arrivare a guadagnare fino a 2.200 euro al mese. Tuttavia, oggi vede una crescente difficoltà nei giovani ad affrontare i sacrifici, perfino nel suo Paese d’origine. «Certo, quelli bravi ci sono ancora, per fortuna. Ma sono sempre meno disposti a mettersi in gioco davvero».

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Giovanni Salmistrari (Ance Venezia): «Ci vogliono misure correttive»

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«Il fatto che in cantiere ci siano operai stranieri non è una novità, ma che per la prima volta quest’anno oltre il 50% del personale iscritto alla nostra cassa edile non sia italiano questo sì, ci ha molto colpiti.

Non solo: se dagli anni Novanta ci eravamo abituati ad avere personale dell’Europa dell’Est, oggi la provenienza è dal Nord Africa, per lo più egiziani e marocchini specializzati in cartongesso e finiture o, addirittura, dal Bangladesh. Oltre alla barriera linguistica c’è anche una mentalità e un approccio al lavoro che è molto difficile da spiegare e far assimilare», commenta Giovanni Salmistrari, presidente di Ance Venezia, una provincia molto ampia, che si estende da Chioggia fino al confine  con il Friuli.

«L’età media degli italiani in cantiere è alta, ma sono quelli con più esperienza. Ed è allarmante dal punto di vista esecutivo, perché se è vero che sta prendendo piede l’edilizia on-site, l’Italia è fatta di centri storici e i mattoni vanno posati a mano, visto che ancora non è stata inventata una macchina capace di sostituire una parte di muro ammalorato.

Insomma, la mancanza di manodopera specializzata, combinata a un tasso di sostituzione demografico insufficiente, è un problema che, secondo me, nel giro di dieci anni sarà veramente tragico se non si prendono misure correttive ora. Agendo con lungimiranza», rileva Salmistrari, che è architetto e titolare dell’impresa veneziana Costruzioni e restauri G. Salmistrari.

Che cosa intende per misure correttive?

Una volta l’operaio aveva voglia di imparare e andava alla scuola pomeridiana dopolavoro. Io ho avuto muratori rumeni molto bravi, che adesso sono capi cantiere, che finito lavoro alle 17 andavano alla scuola edile a Mestre e si facevano il loro corso di capocantiere o di gruista in autonomia.

Oggi questa spinta, questo desiderio è fuori dal pensiero dell’operaio, nonostante i corsi li teniamo durante le otto ore lavorative, pagandoli di tasca nostra. Le aziende minimamente strutturate riescono a sopportare questi oneri, mentre quelle più piccole no, per cui il livello di finitura e di esecuzione dei lavori ne risente in maniera rilevante.

Inoltre, con la scarsità di manodopera in cantiere, ricavare del tempo nelle ore lavorative per studiare è quasi impossibile. Per cui bisognerebbe riuscire ad attirare delle persone che si affacciano al lavoro: abbiamo un forte sistema bilaterale e la scuola della cassa edile potrebbe essere sfruttata meglio in questo senso.

Si dice che il settore non offra stipendi adeguati…

Da un lato è cambiata la mentalità repentinamente: dopo il covid la gente si è talmente spaventata che non pensa più tanto al lavoro, alla carriera, ai soldi, c’è altro.

Dall’altro lato, non tutti sanno che se un muratore di primo livello senza esperienza, prende mille euro netti al mese, un capocantiere arriva a guadagnarne 2.500. E c’è un welfare che garantisce tredicesima e quattordicesima, i libri per i figli, gli occhiali, le visite mediche, il dentista.

Inoltre, siamo poco attrattivi perché abbiamo spiegato male il mestiere: è una responsabilità nostra come associazione e come imprenditori non essere riusciti a trasmettere la bellezza del nostro lavoro.

La soddisfazione di vedere una cosa che cresce e diventa una casa non è banale. Credo che lavorare in fabbrica, schiacciare una pressa ripetutamente tutto il giorno sia molto più alienante che fare il nostro mestiere, per di più in quel caso con uno stipendio e un’assistenza sociale inferiore.

Ma anche l’industria lamenta molte difficoltà nel reperire operai specializzati. Anzi, mancano proprio…

Il muratore oggi è considerato meno dell’agricoltore e del cameriere, mentre una volta era la professione del cuoco a essere in fondo alla classifica del gradimento, sia per l’ambiente di lavoro chiuso dentro una stanza calda con l’odore dell’olio e la puzza, sia per i turni davvero faticosi. Eppure ora negli istituti professionali sono i corsi più seguiti.

Non crede che l’edilizia sia poco attrattiva perché è un lavoro pesante?

Indubbiamente c’è una componente di fatica non indifferente, ma non mi dica che i turni e gli orari di lavoro in un ristorante sono meno stancanti o gravosi. Noi, in più, abbiamo un sistema di tutele molto ampio: se piove non si lavora e si prende comunque l’80% della paga, e con l’ultimo decreto vale anche per il caldo. Insomma, ci sono una serie di vantaggi, ma molti non sanno che esistono.

Quindi è colpa della popolarità di MasterChef?

In parte ormai il mondo funziona così: se non c’è un’immagine pubblica, se non gira su TikTok, non interessa e non è allettante. Senza contare che chiunque può andare in Camera di Commercio e iscrivere la propria impresa nel settore edile senza che sia richiesta alcuna esperienza o attestazione di studio. Anche questo contribuisce a svilire la professione.

Il fatto che non sia richiesta alcuna qualificazione lungo tutta la filiera porta a una percezione meno positiva del mestiere, ed è un peccato. Per evitare che il nostro diventi un lavoro esercitato da persone che non hanno altre alternative è il caso di trovare un modo di attrarre i giovani. Magari con un programma televisivo: Master Muratore.

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Tra i ponteggi arriva il badge

Ogni lavoratore avrà un badge digitale con dati identificativi, impresa di appartenenza, contratto applicato e orari di lavoro. Le informazioni confluiranno in una piattaforma web gestita dalle casse edili, accessibile agli enti di controllo e alla Prefettura, che potrà verificare anomalie e prevenire rischi di infiltrazioni mafiose.

Il progetto prevede, in una prima fase di sei mesi, l’applicazione agli appalti pubblici sopra 1,5 milioni di euro. Successivamente, il sistema sarà esteso a tutti gli appalti pubblici superiori a 500 mila euro, con l’attivazione di una white list delle imprese considerate virtuose.

A Roma è partita la sperimentazione del badge di cantiere digitale, pensato come strumento di trasparenza e sicurezza. Il protocollo d’intesa è stato firmato da Prefettura, Roma Capitale, Città Metropolitana, Cassa Edile, Edilcassa del Lazio, Fillea Cgil, Filca Cisl, Feneal Uil e dalle principali organizzazioni datoriali del comparto, tra cui Ance-Acer, Cna e Confapi-Aniem.

Il badge è un tentativo di governare il trend: negli ultimi anni, con il boom degli appalti legati ai bonus e la crescente richiesta di manodopera, nei cantieri edili è tornato a farsi strada il caporalato.

Coinvolti sono soprattutto gli immigrati, in particolare egiziani, e i sindacati stimano che nel settore gli irregolari siano almeno 200 mila, mentre l’Istat, nel suo rapporto 2023 sull’economia sommersa, calcola che quasi 16 lavoratori su cento siano in nero.

Dietro questo fenomeno si muovono agenzie di reclutamento condotte quasi sempre da stranieri che intercettano manodopera straniera priva di documenti o di conoscenza della lingua e delle norme italiane.

Così è facile che in queste condizioni molti non si rendano nemmeno conto di essere sfruttati e accettino lavori malpagati e rischiosi. I mediatori promettono un impiego, ma pretendono in cambio somme che arrivano a 700-800 euro al mese e nei grandi cantieri, con centinaia di lavoratori, il giro d’affari diventa enorme e non riguarda più solo reti etniche, ma nei casi peggiori si intreccia con la criminalità organizzata italiana.

Accanto al nero, è diffuso anche il cosiddetto lavoro grigio: contratti part time che coprono solo una parte delle ore effettive o, nel caso di chi non ha documenti, intese firmate a nome di persone regolari. Non manca un mercato parallelo di documenti falsi: in teoria è difficile accedere a un cantiere senza regole minime di congruità contrattuale, ma nei fatti capita spesso che i lavoratori utilizzino documenti non propri.

Non solo, circa l’80% per cento degli addetti è inquadrato nei primi due livelli, manovali o operai comuni, e la catena dei subappalti alimenta il sistema: non ci si ferma al primo, ma si estende al secondo e al terzo, con aziende che di fatto sono semplici fornitori di manodopera.

La facilità con cui si può aprire un’impresa edile, senza particolari requisiti o controlli, contribuisce ad allargare le maglie, permettendo di inserirsi nel mercato con competenze o patentini inesistenti.

 

Monica Battistoni

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