Il nuovo rapporto Ispra indica nel 47,7% la percentuale di scarti speciali che arriva da materiali da demolizione. Ma l’80% è riutilizzato come inerti per sottofondi o riempimenti. Si può fare di più, ma non andiamo male.
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L’edilizia verde passa anche attraverso la demolizione degli edifici obsoleti. Un aspetto non secondario, secondo quanto ha appena ricostruito l’Ispra in un report. A maggior ragione, visto che gli incentivi fiscali degli ultimi anni sembrano incoraggiare la pratica di eliminare vecchie costruzioni per sostituirle con edifici più efficienti.
Ricostruire, però, significa anche smaltire. Le macerie e i rifiuti dell’edilizia costituiscono un ostacolo o, perlomeno, un aspetto da non sottovalutare. E non solo in Italia.
Secondo la Federazione europea dell’industria delle costruzioni, i rifiuti dell’edilizia e da demolizione in Europa rappresentano tra il 10 e il 30% di tutto ciò che è conferito in discarica. E a livello globale il settore dell’edilizia è responsabile per circa il 50% delle estrazioni di materiali, con emissioni di gas serra fra il 5 e il 12%, riducibili dell’80% con una piena transizione green.
Nella Ue, in media, il 33% delle macerie arriva dal comparto non residenziale, il 25% dalla riqualificazione e manutenzione, il 24% dall’edilizia residenziale e il 18% dall’ingegneria civile. L’obiettivo è, invece, utilizzare meno le materie naturali e recuperare di più.
E in Italia? La risposta la fornisce il Rapporto Rifiuti speciali 2023 dell’Ispra, secondo cui il 47,7% dei rifiuti speciali prodotti in Italia proviene dal settore delle costruzioni. Quasi la metà, insomma.


Non è un caso che ormai 15 anni fa la Commissione europea abbia ritenuto necessaria la Direttiva 2008/98/Ce relativa ai rifiuti, con l’obiettivo di ridurre la produzione di macerie e migliorare l’efficienza del loro riutilizzo. Agli Stati membri, Bruxelles ha chiesto di adottare misure per incentivare la demolizione selettiva, eliminare o trattare le sostanze pericolose e facilitare il riutilizzo e il riciclaggio di alta qualità dei materiali. Un processo che comporta anche l’istituzione di sistemi di smaltimento dei rifiuti da costruzione e demolizione, almeno per le frazioni minerali (cemento, mattoni, piastrelle e ceramica, pietre), il legno, i metalli, il vetro, la plastica e il gesso.
Ma solo con il governo Draghi, un anno fa, è arrivato un decreto che consente un’accelerazione verso il passaggio a un’economia di tipo circolare. Smaltimento e riciclo che, tra l’altro, costituiscono anche un’opportunità di business. Tanto che si sono messe in moto realtà come Cyrkl, una start up attiva in 13 Paesi europei, Italia compresa, che ha creato una piattaforma digitale di compravendita di scarti in Europa.
Recupero rifiuti da costruzione: Italia tra i paesi più virtuosi
Il processo, in ogni caso, sembra migliorare. Secondo il citato rapporto Ispra con dati aggiornati al 2021, l’80,1% dei rifiuti da costruzione, viene ormai recuperato, ed è un’ottima notizia. La percentuale risulta in crescita costante dal 2017 e l’Italia si colloca tra i Paesi migliori d’Europa. E, udite udite: nonostante lo sport nazionale di considerare l’Italia come Calimero, superiamo l’obiettivo europeo del 70% fissato dalla citata direttiva europea.
L’analisi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale riflette anche la congiuntura del settore: aumentano i rifiuti perché nei due anni scorsi è lievitata anche l’attività delle imprese. La quantità di rifiuti da edilizia e demolizione è salita a 59,4 milioni di tonnellate (+18,4% rispetto al 2020). Ma, allo stesso tempo, è stato incrementato anche il recupero di materiali a quasi 47,6 milioni di tonnellate (+21,7% sul 2020).

Detto questo, c’è ancora molto da fare. Per esempio, è vero che oltre l’80% dei rifiuti da demolizione è recuperato, ma non è riutilizzato al meglio. Le macerie finiscono in riempimenti o costruzione di sottofondi stradali, non in impieghi più nobili. Certo, è pur sempre un passo in avanti. Ma, per esempio, le macerie non sono riciclate in impieghi di qualità superiore, come realizzare fondazioni.
Il problema, spiegano i tecnici di Ispra, è che non si è ancora sviluppata una filiera capace di formare un circolo virtuoso. Peggio ancora, anche quando i materiali di demolizione sono selezionati per tipologie, il costo del trasporto diventa una discriminante, che incentiva un impiego di basso livello delle macerie nel cantiere più vicino. Forse, quindi, ci sarebbe bisogno di più centri di smaltimento sul territorio. Anche l’aspetto economico può disincentivare: se le macerie da riutilizzare costano come materiale vergine da cava, manca la convenienza.
Nuovo regolamento End of waste
Va aggiunto che, nel frattempo, rispetto ai dati forniti da Ispra, lo scorso anno è sopraggiunto anche il nuovo regolamento End of waste, in vigore dal novembre scorso. La piena operatività, però, per i gestori degli impianti che producono questi aggregati è scattata solo a giugno 2023, dato che hanno avuto 180 giorni per adeguarsi alle nuove disposizioni, presentando un aggiornamento della loro comunicazione o un’istanza di adeguamento dell’autorizzazione.
In teoria, l’adeguamento dovrebbe essere monitorato dal ministero per l’Ambiente che, nel caso, deve intervenire per far rispettare le regole. L’impatto delle nuove norme sarà quindi tutto da verificare in futuro.
Non è un fattore secondario, perché nel decreto si prescrivono le condizioni alle quali gli scarti inerti dell’edilizia da demolizione e costruzione cessano di essere un rifiuto per tornare a essere materiali riutilizzabili.

Il regolamento fissa criteri specifici nel rispetto dei quali macerie dalle attività di costruzione o demolizione, così come gli scarti inerti di origine minerale, se sottoposti a operazioni di recupero, cessano di essere qualificati come rifiuti.
Le regole prevedono che i rifiuti ammessi alla produzione di aggregati recuperati debbano provenire da manufatti sottoposti a demolizione selettiva. Per esempio, cemento, mattoni, mattonelle e ceramiche, terre e rocce da scavo, scarti di ghiaia e pietrisco, scarti di sabbia e argilla, rifiuti prodotti da taglio e della pietra.
È stabilito anche quale debba essere il trattamento di recupero dei rifiuti inerti per essere recuperati. Nello specifico, il provvedimento descrive le fasi meccaniche e tecnologicamente interconnesse come la macinazione, la vagliatura, la selezione granulometrica e la separazione della frazione metallica e delle frazioni indesiderate. È prevista anche una verifica di conformità dell’aggregato recuperato, nonché il deposito e la movimentazione presso il produttore, che devono essere gestite in modo che i singoli lotti di produzione non siano miscelati.

Infine, se tutto avviene a norma, l’aggregato recuperato può essere utilizzato, secondo le norme tecniche di utilizzo, per la realizzazione di opere in terra dell’ingegneria civile. E non solo, quindi, per i citati sottofondi stradali, ferroviari, aeroportuali e di piazzali civili e industriali, ma anche per realizzare strati di fondazione delle infrastrutture di trasporto e di piazzali civili/industriali, di recuperi ambientali (riempimenti e colmate), di strati accessori (funzione anticapillare, antigelo e drenante). E, infine, anche per la lavorazione che consente di ottenere calcestruzzi e miscele legate con leganti idraulici.
Le novità del regolamento End of waste
Il regolamento del decreto End of waste stabilisce i criteri che riguardano 18 tipologie di rifiuti inerti e quelli di origine minerale. Tutto, dai mattoni agli scarti di ghiaia o sabbia devono osservare specifiche operazioni di recupero per non essere più catalogati come rifiuti e trasformarsi in aggregati recuperati.
Come? Con una lavorazione in impianti autorizzati per il recupero. Inoltre, devono rispondere ai criteri stabiliti dall’allegato 1 del provvedimento. Non tutto può essere riciclato e riutilizzato per scopi diversi da quelli stabiliti nell’allegato 2 del decreto. Gli utilizzi al suolo, specifica il decreto, non devono costituire potenziale fonte di contaminazione per suolo, sottosuolo e acque sotterranee. Le autorizzazioni per questi rifiuti dovranno ora essere concesse nel rispetto di quanto stabilito dal decreto.
Quindi, se le ex macerie ottengono il bollino blu di verifica, possono tornare a essere materiali utilizzabili, perlomeno per le opere base come i sottofondi stradali. Ma è prevista anche una valutazione caso per caso dell’autorità competente per il recupero di rifiuti inerti che non sono specificati nel decreto (articolo 1, comma 2).
L’articolo 5 del provvedimento, inoltre, si occupa degli obblighi del produttore di rifiuti per arrivare all’aggregato riciclato e della responsabilità per la corretta attribuzione del codice dell’elenco europeo dei rifiuti e delle relative caratteristiche di pericolo, nonché compilazione del formulario.
Allo stesso modo, anche il gestore dell’impianto di riciclo ha degli obblighi: è tenuto ad attestare che l’esito del riciclo rispetta i criteri end of waste, con una dichiarazione sostitutiva di atto notorio da inviare telematicamente ad Arpa e all’autorità che ha rilasciato l’autorizzazione. Chi demolisce, inoltre, deve conservare per cinque anni un campione prelevato alla fine del processo produttivo di ogni lotto di aggregato recuperato.

Non è chiaro in che modo, ma il decreto prevede che siano rispettate le norme per un sistema di gestione della qualità a norma Uni En Iso 9001, certificato da un organismo accreditato. Per le procedure semplificate, invece, rimane valido il decreto ministeriale del 5 febbraio 1998 che considera quantità, norme tecniche sulla messa in riserva e valori limite di emissione.
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