Le imprese italiane soffrono di una specie di malattia cronica: la mancanza di personale con le competenze adeguate.
Ora, in un ambito più generale, questa difficoltà è fotografata dall’indagine Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), promossa dall’Ocse.
L’indagine ha misurato le competenze essenziali per partecipare attivamente alla vita adulta nella popolazione fra 16 e 65 anni in diversi ambiti, come literacy (comprensione di testi scritti) numeracy (utilizzo di informazioni matematiche e numeriche) e adaptive problem solving (capacità di raggiungere il proprio obiettivo in una situazione dinamica in cui la soluzione non è immediatamente disponibile).
Si tratta di competenze base che, però, devono essere disponibili per chi lavora in azienda, naturalmente a diversi livelli.
In Italia, l’indagine è stata realizzata dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche su incarico del ministero del Lavoro. Risultato: il nostro Paese resta agli ultimi posti nella classifica internazionale.
Per quanto riguarda la comprensione di quello che si legge, per esempio, il punteggio medio è di 245, mentre gli italiani sono 15 punti sotto la media Ocse. In numeracy siamo a 244, 19 punti sotto la media, e in adaptive problem solving l’Italia è a quota 231 punti, contro 251 della media.
Inoltre, l’indagine indica gli irrisolti divari territoriali: regioni settentrionali e centrali con punteggi più elevati, vicine media Ocse, mentre Sud e Isole hanno valori con uno scarto di circa 40 punti con le aree più avanzate del paese.
Un altro guaio è la differenza tra chi ha un titolo di scuola secondaria inferiore (o meno) e i diplomati. In Italia il gap è più forte rispetto alla media Ocse.
Chi si è fermato alla terza media, insomma, è in genere notevolmente più indietro. Tra l’altro, anche chi frequenta l’università non presenta quel salto di qualità che sarebbe lecito aspettarsi.
Altro aspetto negativo: aumenta il numero (rispetto alla precedente indagine di dieci anni fa) di adulti con livelli bassi di competenza: i cosiddetti low performer sono aumentati del 27,7-34,6% secondo le fasi prese in esame.
Unico dato positivo: i giovani risultano più adeguati degli adulti. Ma la conclusione che si può trarre dall’indagine è: occorre tanta, tanta, tanta formazione.
di Federico Mombarone