L’Italia importa il 38% del metano che utilizza dalla Russia. Una fonte che contribuisce al 15,8% del totale della produzione di elettricità. Risultato: un settore come quello della ceramica è in piena crisi. E, all’opposto, si aprono grandi spazi per il fotovoltaico

 

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Quanto durerà? Che cosa succederà? Che cosa riserva il prossimo futuro? Tre domande a cui non sfugge nessun cittadino italiano e, tantomeno, chi possiede o gestisce un’impresa.

Inutile nasconderselo: la guerra in Ucraina scatenata dalla Russia avrà conseguenze pesanti. E, soprattutto, di lungo periodo. Bisogna fare i conti con una nuova realtà. E questo nuovo disequilibrio comprende una difficile convivenza con i prezzi dell’energia.

Il problema è noto: buona parte del gas che importa (o importava) l’Italia è russo. Nel 2019, dunque prima della pandemia, l’Italia ha consumato oltre 6 milioni di TJ di energia. La sigla indica l’unità di misura terajoule, che è pari a un trilione di joule. Che equivale, per intenderci, circa a 0,278 gigawattora (GWh).

Questa energia è stata generata da gas (41,8%), seguita dal petrolio (34,4%) e dalle fonti rinnovabili (19,4%). Dunque, il gas è la principale fonte di alimentazione energetica. A sua volta, solo il 3-4% circa è estratto in Italia, anche per il blocco delle trivellazioni in Adriatico (vi ricordate il movimento No-Triv, ampiamente rappresentato in Parlamento?). Il gas dall’estero arriva dalla Russia, dall’Algeria e dall’Azerbaigian (tramite il contestato gasdotto Tap: ora chi lo ha combattuto tace).

Il problema è che l’Italia importa dalla Russia circa 29 miliardi di metri cubi di gas, pari al  38% di tutto il metano consumato in Italia. Se la matematica non è un’opinione (cioè tranne per chi crede alle bufale che circolano su Facebook e Instagram), l’Italia dipende dalla Russia per il 15,8% delle sue risorse energetiche (la cifra è il risultato del 38% rispetto al 41,8% totale). È una quota alta.

Come è noto, inoltre, a prescindere dalle decisioni su una riduzione di import di gas russo, c’è anche la richiesta di Vladimir Putin di praticare delle contro-sanzioni, con l’obbligo di pagare in rubli gli acquisti: è un ulteriore problema per l’approvvigionamento di gas.

Prima della guerra, vale la pena di ricordare, il gas russo era pagato per il 58% in euro, il 39% in dollari e il 3% in sterline, cioè al 100% in valute straniere e non in rubli. La contro-sanzione economica della Russia, quindi, è diretta in particolare contro Italia e Germania che sono le maggiori importatrici di gas.

Le alternative al gas russo

Il governo, però, si sta dando da fare per allargare il portafoglio delle risorse, in pratica con l’import di gas liquido dagli Usa (ma mancano i rigassificatori, bloccati dai soliti no-triv) e accelerando l’import dall’Algeria.

Inoltre, è previsto il ripristino di centrali a carbone che dovevano andare in pensione.

Infine, sempre il governo ha sbloccato una buona parte degli investimenti in rinnovabili (parchi eolici in testa), che contribuiranno a fornire energia. Ma ci vorrà tempo, forse anni, e probabilmente non si riuscirà a coprire tutto il fabbisogno.

Il Governo italiano, tra l’altro, ha anche proposto un cartello di acquisto e un tetto europeo al prezzo del gas, ma Germania e Olanda per motivi diversi si sono detti contrari. Anche se, comunque, si tratterebbe solo di un calmiere relativo.

Un’altra strada, che probabilmente è interessante per il mondo dell’edilizia, riguarda invece il fotovoltaico. 

Secondo i dati del sistema Gaudi (Gestione anagrafica unica degli impianti a unità di produzione) curato da Terna, fino a pochi mesi fa in Italia erano operativi 968.831 impianti fotovoltaici di tutte le taglie, per una potenza di poco più di 22 Gw. Rispetto alla fine del 2019 si sono aggiunti solo 1,3 Gw e 94 mila nuovi impianti.

Secondo il Piano Energia e Clima (Pniec) per il 2030, cioè in meno di otto anni, dovremmo installare altri 30 GW di fotovoltaico. Una cifra che, fino a ieri, sembra poco credibile, ma che l’input dell’autosufficienza energetica rende ora più alla portata di mano.

Il fotovoltaico, presumibilmente, sarà concentrato nell’applicazione in micro parchi e, in particolare, sul tetto degli edifici. Non è quindi un volo di fantasia immaginare che nella prossima legge di Bilancio sia contenuto anche un ulteriore incentivo all’installazione di pannelli fotovoltaici.

fotovoltaico

C’è, tra l’altro, da rispettare l’obiettivo europeo della transizione green che prevede un calo del 55% delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2030, anche se la situazione di emergenza geopolitica potrebbe allungare il termine del traguardo.

Per molte aziende il problema è pagare le bollette 

Questo impulso alle rinnovabili è positivo ma, come accennato, non deve far dimenticare il più preponderante effetto negativo. È facile prevedere, per esempio, che molte aziende che sono maggiormente energivore, anche quelle del settore edile, si troveranno in grande difficoltà. Ceramica e laterizio sono i settori che stanno già facendo i conti con i problemi di approvvigionamento o con il costo dell’energia.

Le richieste di risolvere con un colpo di bacchetta magica, come spesso i partiti considerano i decreti del governo (che però poi devono essere votati dal Parlamento) si scontrano con i numeri citati nelle righe precedenti e, in particolare, con la difficoltà nel rimpiazzare oltre il 15% di energia che deriva dal gas russo. Anche perché, inoltre, il costo del petrolio rimane molto alto.

Con buona pace delle imprese, è impossibile affrontare una situazione strutturale (l’addio al gas russo fino a quando il Paese rimane un pericolo per la sicurezza), con nuovo deficit pubblico: significa solo rimandare il problema di qualche mese.

Sta di fatto che le imprese si trovano di fronte a un ostacolo che sembra insormontabile: in Usa il gas costa 13 dollari al MWh, in Asia 30-40, in Europa fino a 120 dollari, cioè oltre i 100 euro. Come reggere costi del genere?

Il risultato è che industrie dell’acciaio, metalli, carta e piastrelle hanno adottato una strategia di stop and go: la produzione si ferma quando il prezzo del gas sale oltre a livelli non sopportabili. 

Industria ceramica 

Per molte aziende il problema è diventato pagare le bollette a fine mese. E ci sono industrie che si trovano a spendere in energia il 50% di quanto ricavano. Così a Sassuolo, dove si concentra l’80% della produzione italiana di piastrelle, ci sono state aziende che hanno spento i forni.

La guerra, inoltre, ha anche un altro risvolto meno noto: dall’Ucraina, e proprio dalla zona a Sud dove i carroarmati di Putin fanno strage, arriva l’80% dell’argilla e il 12% del caolino importati nella Ue. Sassuolo, però, al momento è riuscita a rimediare con l’argilla turca.

Certo, le aziende più grandi hanno delle scorte, ma stanno terminando e la guerra prosegue. A questo si aggiunge il costo delle quote di emissioni di CO2, i famosi certificati Ets, che sfiorano i 100 euro a tonnellata: l’energia da sola è arrivata a pesare la metà del costo di 1 metro quadrato di materiale.

La crisi energetica ha anche un altro aspetto da non dimenticare: l’impatto sociale. Nel distretto di Sassuolo la ceramica impiega 35 mila lavoratori diretti e almeno il doppio se si considera l’indotto. E la richiesta di cassa integrazione ha già interessato una decina di aziende, mentre altre si preparano a lasciare a casa il personale.

«Il nostro futuro lo scriverà l’Europa, stiamo spegnendo i forni perché abbiamo un basso stoccaggio di argille e molto magazzino di prodotto finito, per cui riusciamo a rispettare le consegne degli ordini e a non perdere mercato. Questo mese di stop servirà ai tecnici per riformulare gli impasti, avevamo un mix di argille bianche ucraine difficilmente sostituibili», ha confessato al Sole 24Ore Vittorio Borelli, amministratore delegato di Fincibec oltre che ex presidente di Confindustria Ceramica, che ha chiesto la Cig per i lavoratori della sua azienda. E dire che, dopo un 2021 a gonfie vele, gennaio sembrava indicare un altro anno positivo. Ma il cigno nero russo ha soffiato un’aria gelida che non se ne andrà tanto presto.

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