Nel braccio di ferro tra governi e Parlamento di Strasburgo sulla prossima applicazione della direttiva che riguarda edilizia green e riqualificazione degli edifici si profila un compromesso per la data da rispettare. Ma ci sono divergenze su pannelli fotovoltaici, colonnine.
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C’è un aspetto della vita politica che non appassiona il mondo dell’edilizia, tranne qualche eccezione. Così come non scalda il cuore del resto degli italiani. Riguarda le elezioni che si terranno il prossimo anno per il rinnovo del Parlamento europeo.
Questo totale disinteresse non deve stupire. A Strasburgo l’Italia manda, trasversalmente dal credo politico, chi è stato trombato alle elezioni nazionali, oppure deve essere ricompensato perché ha subito qualche sgambetto considerato ingiusto, come un processo (sperando che il soggetto sia assolto).
Insomma l’Europa è un rifugium peccatorum, oppure un approdo retribuito per politici di lungo corso che finiscono la carriera spiaggiati sugli scranni nella città alsaziana. Non da ultimo, le elezioni europee sono considerate un sistema per regolare i conti interni al governo di turno.
Equilibri politici
Premesso questo, è un vero peccato. Perché per l’edilizia, ma non solo ovviamente, il prossimo Parlamento europeo dovrebbe stare molto a cuore.
Non è un caso che altri Paesi al seggio europeo ci tengano parecchio: i tedeschi, per esempio, affiancano al parlamentare uscente un futuro e possibile candidato dello stesso collegio per fargli studiare dossier sempre più complessi e non fargli perdere mesi nell’adattarsi una volta che è stato eletto.
Insomma, gli altri deputati, che siano di opposizione oppure al potere, in Europa ci vanno preparati e con il coltello tra i denti. Una dedizione che sarebbe necessaria anche agli italiani, proprio ora che siamo in una fase delicata di attuazione degli obiettivi che puntano alla transizione green.
Il traguardo
Riepiloghiamo: la Commissione Europea ha adottato il pacchetto climatico Fit for 55, che contiene le proposte legislative per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi del Green Deal.
Come la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obbiettivo di arrivare alla carbon neutrality per il 2050. Un traguardo estremamente ambizioso. Basti dire che dal 1990 al 2020, in trent’anni, le emissioni nella Ue si sono ridotte solo del 20%. Mentre il Green Deal intende ridurre le emissioni dal 20% al 55% in meno di dieci anni.
In ogni caso, anche se sembra improbabile che il traguardo sia raggiunto nei tempi previsti, la macchina legislativa si è messa in moto. Nella scorsa primavera il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sulle case green, con l’obiettivo di migliorare le performance energetiche degli edifici, provvedimento che fa parte del pacchetto Fit for 55.
La direttiva, Energy performance of building directive (Epbd), ha come traguardo riqualificare il parco immobiliare dell’Ue e migliorarne l’efficienza energetica. Ma, attenzione: anche se approvata, l’applicazione può subire modifiche rispetto a quelle già registrate prima di diventare definitiva: per questo motivo è in corso la trattativa con i diversi governi nazionali, il cosiddetto trilogo.
Il governo italiano, per esempio, è contrario alla marcia obbligata verso edifici green, i Paesi nordici no. Ricordiamo che il provvedimento si propone di riqualificare in modo prioritario il 15% degli edifici più energivori per ogni Stato, quelli in classe energetica G: in Italia sono circa 1,8 milioni di case residenziali (sul totale di 12 milioni, secondo l’Istat).

Grande business
Pensate a che business sarebbe per l’edilizia italiana l’obbligo di riqualificare il 15% degli edifici: in confronto l’incentivo superbonus sono spiccioli. Senza dimenticare che l’Unione Europea intende ridurre del 55% entro il 2030 le emissioni nocive rispetto ai livelli del 1990 e raggiungere le emissioni zero entro il 2050.
La direttiva indica che tutti i nuovi edifici dovranno essere a zero emissioni a partire dal 2028, mentre quelli esistenti dovranno raggiungere la classe energetica E entro gennaio 2030 e D entro il 2033. Per il riscaldamento si prevede il divieto di utilizzo di combustibili fossili entro il 2035 e l’abolizione di sussidi per l’installazione di boiler a gas entro il 2024.
Insomma, una rivoluzione. Ma tutto potrebbe cambiare con la nuova rappresentanza al Parlamento, dopo le elezioni 2024. Sintetizzando in modo molto schematico, una coalizione di centro-destra potrebbe rallentare il cammino, una di centro-sinistra potrebbe confermare le tappe della direttiva.
Insomma, il mondo dell’edilizia farebbe bene a occuparsi di chi andrà ad alzare la mano durante le votazioni a Strasburgo dei provvedimenti che lo riguardano.
Posizioni identitarie
Intanto, però, la trattativa al trilogo sembra essere entrata in stallo. Uno dei punti di attrito sono le sanzioni per i Paesi che non rispetteranno il traguardo. Inutile aggiungere che l’Italia si oppone a qualsiasi multa, nella filosofia «del liberi tutti, a casa mia faccio quello che mi pare».
Comunque, se anche si riuscisse a raggiungere un accordo, per completare tutti i passaggi che consentiranno di far entrare in vigore la nuova direttiva serviranno mesi. Se l’incontro-scontro tra favorevoli alla riqualificazione e contrari si protrarrà nel prossimo anno, secondo gli osservatori lo slittamento alla prossima legislatura sarebbe probabile.
Secondo quanto diffuso dall’agenzia Ansa subito dopo l’ultima riunione del trilogo, il 12 ottobre, Paesi membri dell’Unione Europea punterebbero a un compromesso. Per esempio, potrebbero spuntare molto margine rispetto alle date e all’applicazione della direttiva.
Si delineerebbe, cioè, uno slittamento, che consentirebbe ai Paesi membri di elaborare un piano con target di riduzione dei consumi di energia da raggiungere solo entro il 2050, poco meno che 30 anni. Campa cavallo.
Sarebbe un’impostazione molto soft (forse troppo?), visto che la direttiva Case Green ha fissato il traguardo al 2030. Non solo. Sempre in base alle indiscrezioni, dovrebbe essere rimossa l’armonizzazione delle certificazioni energetiche a livello europeo.
Tra gli aspetti controversi della decisione del Parlamento c’è, infatti, l’idea di adottare standard per la classe energetica. Per esempio, eliminando la confusionaria categoria A con diversi segni + a seguire: A+, A++, eccetera.
Questo significherebbe, però, una revisione delle categorie degli edifici, che forse spesso risultano troppo generose. Inutile precisare che in nome della libertà l’Italia è ostile ad adottare uno standard comune in tutta Europa. Meglio un po’ di confusione.
Altri punti caldi in discussione sono i mutui green, per favorire la riqualificazione, e l’obbligo di installare i pannelli solari sugli edifici pubblici e non residenziali. Sarebbe invece stata cancellata l’installazione per legge di colonnine di ricarica nei parcheggi per gli edifici residenziali esistenti. Auto elettriche obbligatorie, ma con batterie scariche.

Nodo impianti
Ci sono, comunque, aspetti già delineati. Per esempio, quello che riguarda il settore degli impianti: come per l’adeguamento delle caldaie e, più in generale, dei sistemi di riscaldamento degli edifici.
È un problema serio, visto che il patrimonio immobiliare italiano per il 74,1% è stato realizzato prima dell’entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica e le abitazioni in classe inferiore alla D sono per il 34% G, per il 23,8% F, e per 15,9% E. Su 12,2 milioni di edifici, oltre 9 milioni sono, quindi, fortemente energivori.
Per incentivare il risparmio energetico è arrivato il regolamento europeo Ecodesign, che prevede il divieto di vendita delle caldaie a gas a partire da settembre del 2029. Obiettivo: ridurre la dipendenza da fonti fossili, ma anche da Paesi killer come la Russia.
Il provvedimento fa parte, in questo caso, del piano RepowerEu, varato dalla Commissione con l’obiettivo di rendere i Paesi membri indipendenti dal gas. Solo fino al 2029, quindi, un condominio potrà acquistare una caldaia a gas.
Una strategia che ha gettato nel panico i produttori, ma anche installatori e utenti. Anche perché, inizialmente, nelle bozze di revisione del regolamento redatte dalla Commissione compariva una definizione di un limite minimo di efficienza stagionale, da rispettare a partire da settembre del 2029, che per la categoria delle caldaie è pari al 115%.

Canna del gas
Secondo Bruxelles, invece, le pompe di calore diventeranno la soluzione più conveniente in Europa entro il 2030, in tutti i formati (fino a 1 megawatt). Ma gli attuali costi di acquisto e di installazione sono più alti rispetto alle caldaie tradizionali.
Come rimediare? L’idea, non originale, è consentire ai Paesi della Comunità di attivare forme di sostegno all’acquisto di questi impianti, inclusi strumenti basati sul reddito.
Una possibile soluzione è quella di consentire l’uso di sistemi ibridi, cioè da caldaia a condensazione più pompa di calore. Oppure caldaie che funzionano con altri combustibili rinnovabili come vorrebbe l’Italia (per esempio, il biometano o l’idrogeno). Ma è un’idea che non ha trovato consensi.
In ogni caso, la Germania ha revocato il divieto di installazione di caldaie a gas che avrebbe dovuto scattare dal 2024. Per ora in Germania le caldaie a condensazione restano sul mercato, seppure saranno ora privilegiati i sistemi in grado di funzionare con gas verdi.
Corollario di decisioni come queste è la minaccia per le esportazioni di pompe di calore prodotte in Italia fuori dall’Europa, a causa delle nuove regole in materia di gas fluorurati.
Il problema riguarda il passaggio del nuovo regolamento sugli F-gas sul quale le istituzioni europee (Parlamento e Consiglio, con la mediazione della Commissione Ue) hanno chiuso il trilogo, che dovrebbe rendere operative le nuove norme.
L’obiettivo del regolamento è la messa al bando totale di ogni consumo di F-gas entro il 2050. Insomma, la strada per l’edilizia green è sempre più simile a un Camel Trophy.
di Giuseppe Rossi
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