I governi montano e smontano strategie per risanare il territorio contro il dissesto idrogeologico. Gli enti locali abbozzano, ma concludono poco. E i soldi rimangono inutilizzati. Ecco perché investire per la sicurezza del territorio diventa un traguardo non più accantonabile per tutti

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Si diceva: piove, governo ladro. L’espressione è la sintesi del qualunquismo, e infatti dovrebbe essere corretta in altro modo: piove, governi inefficienti. Al plurale, perché investire sul territorio per evitare il dissesto idrogeologico non può essere il compito di un unico esecutivo, ma un obiettivo comune portato avanti negli anni. Invece no.

Gli italiani sono orgogliosi delle squadre di calcio che raggiungono le finali in Europa, ma si dimenticano che dovrebbero essere altrettanto tifosi del buongoverno, cioè delle azioni volte a migliorare la salute e la sicurezza dei cittadini. Senza badare al colore delle maglie indossate dalle squadre che vincono o perdono le elezioni.

Il 94% dei Comuni italiani è a rischio frane e alluvioni

È il caso del dissesto idrogeologico, testimoniato dalle ennesime alluvioni che hanno devastato parte del Paese. E dire che l’Italia è uno dei Paesi più piovosi d’Europa. Ma anche uno dei più spreconi, visto che le risorse idriche non sa gestirle: ne utilizza, indicano le statistiche, solo il 4%. E il 94% dei Comuni è a rischio frane, alluvioni ed erosione.

Certo, purtroppo mancano le risorse, direte voi. Macché. Non è affatto vero: nel cassetto ci sono, tra fondi nazionali ed europei, la bellezza di 21 miliardi di euro fino al 2030, secondo quanto ha assicurato il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci. Il problema è che questi soldi o non sono spesi, oppure servono a tappare qualche falla qua e là, ma senza un piano di sicurezza del territorio.

L’Italia è il Paese delle piccole comunità, delle rivalità, dell’individualismo. La ricerca dell’autonomia esasperata porta, insomma, a una grande confusione. Vi ricordate le frane e il dramma di Ischia? Bene, un gruppo interministeriale nato dopo l’alluvione dell’isola napoletana è ancora al lavoro per determinare che cosa è necessario fare.

Il gruppo è presieduto dallo stesso Musumeci, ex governatore della Sicilia, ed è stato costituito su richiesta della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo il disastro dell’isola. Ma la commissione, secondo il Sole 24Ore, si è riunita con il contagocce. Avevano altro da fare, anche perché metterla insieme è complicato.

Ne fanno parte sette rappresentanti di ministeri (Protezione civile, Interno, Economia, Agricoltura, Ambiente, Infrastrutture e Sud), Regioni, Province e Comuni. La commissione dovrebbe anche partecipare alla stesura dei due disegni di legge annunciata dal governo per rafforzare la prevenzione del dissesto con un pacchetto di semplificazioni
per Via, Vas ed espropriazioni. 

ItaliaSicura e ProteggItalia

Eppure, non è sempre andata così. Qualche anno fa, il vituperato governo Renzi aveva istituito ItaliaSicura, il primo tentativo strutturato di mettere ordine nel settore con una struttura di missione a Palazzo Chigi. Sul tavolo il governo aveva annunciato 33 miliardi di euro destinati a 10.361 interventi in tutte le Regioni.

Nella realtà le disponibilità finanziarie sono state poi un po’ ridimensionate, ma si sono rivelate comunque consistenti: dirottando i soldi non spesi da singoli ministeri, i governi Renzi e il successivo Gentiloni hanno scovato 8,2 miliardi di euro a disposizione del territorio. Non poco.

La verità è, però, che da Comuni e Province sono arrivate richieste di piccoli interventi e idee, enunciazioni, senza concreti piani di fattibilità. Niente progetti concreti. Perché demandare al locale è una idea che funziona male, perlomeno per quanto riguarda la sicurezza del territorio. A scavalcare un ente locale con un’azione dello Stato, però, si rischia il linciaggio. Nonostante questo gap, ItaliaSicura aveva aperto o riaperto 1.445 cantieri, con 1,4 miliardi investiti. Numeri alla mano. 

Ma, quindi, non è vero che non è stato fatto nulla. Eh, no. Perché una delle prime azioni del Governo Conte 1 è stata smantellare ItaliaSicura, rispedendo al mittente, cioè alla Protezione civile, ai ministeri e a Invitalia i 16 tecnici della squadra che erano al lavoro. Insomma, si è ricominciato tutto d’accapo, nella migliore tradizione per cui un nuovo governo smonta quello che ha fatto il precedente, a prescindere.

Il governo gialloverde ha quindi varato un nuovo programma, ProteggItalia, con 10,8 miliardi spalmati sui tre anni 2019-2021, rimpinguato a 14,3 miliardi con l’allungo al 2030. Risultati? Zero. La Corte dei conti ha stabilito la «inefficacia delle misure adottate», e «la scarsa capacità di spesa e di realizzazione dei progetti e dalla natura prevalentemente emergenziale degli interventi».

alluvione

Pnrr

Quindi, ora è la volta dell’attuale governo, che ha previsto l’istituzione di una cabina di regia a Palazzo Chigi con funzioni di coordinamento e monitoraggio, ma anche poteri sostitutivi e sanzionatori. Tornate alla casella di partenza, con tanti auguri.

Ma per fortuna che il Pnrr c’è. I fondi europei sono una nuova carta da giocare, visto che interventi per il territorio sono previsti. Peccato che ammontino solo a 2,49 miliardi
di euro (Missione 2, Componente 4, Investimento 2.1). Nello specifico si tratta di 1,29 miliardi destinati al ministero dell’Ambiente e 1,2 miliardi alla Protezione civile.

D’altra parte, se in tutti questi anni i governi non sono riusciti a spendere i soldi messi a bilancio, non si vede perché avrebbero dovuto aggiungerne altri, che in questo caso sono monitorati con l’occhio più attento di Bruxelles.

Rapporto Ispra 2021: Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo

E dire che il rapporto Ispra 2021 sul Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo aveva lanciato un allarme da non ignorare.

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Complessivamente, hanno stabilito i rilievi dell’Istituto di ricerca, il 93,9% dei comuni italiani (7.423) è a rischio per frane, alluvioni e/o erosione costiera. Degli 1,3 milioni di abitanti a rischio smottamenti, il 13% sono giovani con età minore di 15 anni, 64% adulti tra 15 e 64 anni e 23% anziani con età oltre i 64 anni. Altri 6,8 milioni di abitanti sono a rischio alluvioni. 

Le regioni con i valori più elevati di popolazione a rischio frane e alluvioni sono Emilia-Romagna (ma guarda un po’), Toscana, Campania, Veneto, Lombardia, e Liguria. Le famiglie a rischio sono quasi 548 mila per frane e oltre 2,9 milioni per alluvioni.

Su un totale di oltre 14,5 milioni di edifici, quelli che si trovano in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata sono oltre 565 mila (3,9%), quelli in aree inondabili nello scenario medio sono oltre 1,5 milioni (10,7%). L’allarme è stato lanciato due anni fa, ma è rimasto inascoltato a quanto pare.

Il drenaggio è anche business

Secondo la piattaforma informativa ReNdis in passato le alluvioni sono la categoria di dissesto maggiormente finanziata, con il 49% del totale degli investimenti.

Gli interventi mediamente hanno tempi di attuazione molto lunghi, la durata media è pari a 4,8 anni, ma vi sono anche casi critici, che si protraggono da oltre dieci anni e rappresentano circa il 10% degli interventi.

Riguardo ai livelli di progettazione, il 73% delle schede si trova nella fase progettuale di fattibilità/preliminare, il 15,8% nella definitiva e l’11,2% in quella esecutiva.

Il drenaggio è dunque un segmento che oggi non solo esprime grande potenzialità, ma nel quale le nuove soluzioni e le buone pratiche anche europee possono ulteriormente rafforzare.

Ce n’è bisogno, non solo per mere questioni economiche e di mercato, ma perché è il nostro Paese ad aver bisogno di più soluzioni e più diffuse, perché l’Italia è un paese a rischio idrogeologico e un aumento dell’uso di questi sistemi aumenta la qualità del nostro territorio dal punto di vista della sicurezza e, in definitiva, della qualità della vita.

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