La carenza di manodopera in edilizia è oggi uno dei problemi più urgenti per le imprese italiane. Le difficoltà nel trovare giovani lavoratori, l’invecchiamento della forza lavoro e il cambiamento delle aspirazioni professionali stanno creando un divario sempre più evidente tra domanda e offerta. Ma quali sono le cause reali di questo fenomeno e, soprattutto, quali strategie possono adottare le aziende per affrontarlo?


Il mercato del lavoro italiano: sempre più over 50, sempre meno giovani

Le aziende, non solo del settore edile, hanno difficoltà nell’individuare giovani risorse da assumere. Non è una novità, ma è un’emergenza sempre più drammatica.

Secondo l’Istat, nel 2025 il mercato del lavoro italiano è stato trainato dagli over 50, che superano i 10 milioni di occupati. Tanti, ma il dato più significativo è che sono raddoppiati negli ultimi 20 anni.

L’invecchiamento demografico, e in parte anche le riforme pensionistiche, mantengono nutrita questa fascia, che rappresenta l’unico segmento in crescita, contrapposto alle difficoltà giovanili. Un altro fattore sono gli sgravi contributivi del 50% per l’assunzione di over 50 disoccupati.

Ma il vero problema non è che le aziende preferiscono assumere figure senior. È che non riescono ad assumere junior. In buona parte è un effetto della trasformazione del mix sociale: molti giovani proseguono gli studi oltre la scuola dell’obbligo e diminuiscono quelli che desiderano cimentarsi con attività manuale o basica.

Il lamento degli artigiani lattonieri esperti, dei carpentieri con decenni di lavoro alle spalle, di rivenditori che non trovano banconisti (e che spesso hanno figli che vogliono fare tutt’altro), è un aspetto reale, ma difficilmente modificabile senza un cambiamento di paradigma. Perché il modello aspirazionale più diffuso è un altro: più sedentario e creativo (perlomeno per chi pensa di costruire la sua vita sui social).

Il futuro è percepito dai giovani più da white collar che da blue collar. Cioè con un lavoro più amministrativo, professionale, da ufficio, meglio se in smart working, piuttosto che su un’impalcatura in cantiere. Certo, non mancano le eccezioni, ma il trend generale tra i giovani è un altro.

giovani-edilizia

Le possibili soluzioni per le aziende per attrarre i giovani

Quali sono le soluzioni per le aziende? Le opzioni sono tre.

Remunerazione: aumentare gli stipendi può bastare?

Prima opzione. Riguarda l’aspetto venale. È vero: le imprese si lamentano del fatto che, anche a fronte di uno stipendio più che dignitoso, buona parte dei giovani non prendono in considerazione il lavoro nel settore delle costruzioni, come in un magazzino di materiali edili.

Ma tutto ha un prezzo: un compenso molto più alto potrebbe attrarre l’interesse di chi ora cerca altre soluzioni. Però un costo del lavoro alto è anche un fattore che può spingere un’impresa fuori mercato, senza contare le dinamiche che si possono aprire all’interno della stessa azienda, con invidie e recriminazioni.

Anche se, a rifletterci bene, perché mai l’idraulico (per fare un esempio) che ripara una tubatura può ottenere un compenso alto, mentre chi fa lo stesso lavoro in un cantiere guadagna meno, ammesso che ne abbia le capacità ovviamente?

Insomma, alzare troppo il costo del lavoro non è sostenibile, ma allo stesso tempo gli stipendi offerti sono troppo bassi per essere accettati da molti giovani. D’altra parte, è noto che in Italia il compenso medio sia più basso rispetto a quello degli altri Paesi europei.

L’Osservatorio Jobpricing, che analizza le retribuzioni in Italia ogni sei mesi, ha rilevato che nel 2025, l’Italia si è collocata al 22esimo posto su 34 Paesi Ocse per salari medi annui (peggiorando: nel 2024 era al 21esimo) con una retribuzione annua lorda media di 31.856 euro e una retribuzione globale annua di 32.402 euro. E si parla di una media che comprende tutte le posizioni, come quella di dirigente (oltre 100 mila euro di media) o di quadro (56 mila euro).

Il lordo mensile di un operaio in Italia è di 2.097 euro con un netto di 1.608 euro. A Milano, il prezzo per un bilocale in affitto varia generalmente tra 750 euro, più raramente, e 1.600 euro al mese, con una media che spesso supera i 1.150-1.200. Cifre non troppo distanti si trovano nelle altre grandi città. Il contratto nazionale di lavoro del Commercio prevede minimi da circa 1.375 euro (settimo livello) a oltre 2.926 euro (quadri). Minimi, certo, che possono essere integrati.  Ma quanto?

E, d’accordo, nei centri più piccoli il costo degli affitti è più basso, ma questo significa anche che le aziende possono trovare manodopera solo dove ci sono meno case, e anche meno cantieri. Insomma, è comprensibile che un datore di lavoro si lamenti quando offre stipendi nella media o anche un po’ superiori, ma nonostante questo non trova persone disponibili. Ma, d’altra parte, la legge della domanda e dell’offerta vale per tutto, anche per il mercato del lavoro.

giovani-edilizia

Cattivo marketing: il lavoro manuale non è attrattivo

Seconda opzione. Siamo sicuri che si tratti solo di un problema retributivo? O, forse, è solo il tipo di attività che non ha appeal? Basta rifletterci: ci sono giovani che accettano con entusiasmo di lavorare in semi-schiavitù nelle cucine di un ristorante. La prospettiva di fare il cuoco, dopo tanti anni di tirocinio, cioè un lavoro faticoso, con orari infami, quasi sempre anche nei giorni festivi, non li scoraggia. Anzi.

Quella che una volta era la professione più disprezzata, fare il lavapiatti e sbucciare le patate in cucina, è oggi accettata e addirittura sognata da molti. Merito, o demerito, di una narrazione che ha ammantato il soffritto di un’aura mistica, la besciamella di capacità magiche, il risotto di inarrivabile arte. Insomma, è anche un problema di marketing del lavoro.

È proprio quello che il resto del mondo del lavoro dovrebbe o potrebbe prendere a esempio. Costruire una casa, diventare venditori di materiali e servizi, produrre tegole o canaline per lo smaltimento delle piogge non è meno dignitoso di affettare cipolle. Ma non è raccontato al popolo o, come si dice oggi, agli utenti digitali, e manca completamente un ecosistema premiale: come il corrispettivo delle stelle Michelin, che fanno parte del mito della ristorazione.

Purtroppo, creare un racconto attorno al mondo dell’edilizia non è semplice. Mancano iniziative, nella convinzione che il mondo delle costruzioni sia solo business e non creatività applicata.

Più digitale: la chiave per attrarre le nuove generazioni

Terza opzione. Non va dimenticato che esiste sempre la possibilità di offrire quelle attività professionali che sono ambite dai più giovani. Le rivendite, ma anche i cantieri, si stanno trasformando: le nuove tecnologie cambiano l’organizzazione stessa delle imprese.

giovani-edilizia

Secondo un recente studio di Unioncamere le imprese, non solo della distribuzione e dell’edilizia, cercano ingegneri elettrotecnici, manutentori, riparatori di apparati elettronici industriali, matematici, statistici, analisti dei dati, progettisti e amministratori di sistemi, ingegneri dell’informazione.

Secondo la ricerca, nel 2025 queste competenze legate al mondo digitale sono state chieste a 1,6 milioni di nuovi lavoratori, circa il 28% del totale su 5,8 milioni proposte di assunzione. Il 15,1% del totale delle entrate programmate lo scorso anno (875 mila) è stata connessa con almeno una competenza digitale di elevato grado. E il 12,8% delle figure professionali in entrata (743 mila) ha mostrato capacità in una pluralità di competenze digitali.

E se le imprese hanno fame di esperti in attività del digitale significa che l’intero complesso produttivo va in quella direzione. In quattro anni, rilevano le Camere di commercio, il numero delle piccole e medie imprese che hanno investito nell’Intelligenza artificiale è triplicato dal 6% al 18%.

«I dati ci dicono che tre imprese su quattro non sanno come introdurre efficacemente l’Intelligenza artificiale in ambito aziendale. Sono soprattutto le imprese di piccola dimensione quelle che rischiano di restare indietro sul fronte della Ai», è la riflessione offerta in occasione della presentazione dello studio da Andrea Prete, presidente di Unioncamere. «Sollecitarle, guidarle, sostenerle è prioritario. Per questo abbiamo proposto al Governo e al Parlamento di investire sul sistema camerale per accompagnare le Pmi nei percorsi di innovazione, digitale, energetica e tecnologica, visti anche gli ottimi risultati ottenuti dai Punti impresa digitale, con oltre 800mila piccole e medie imprese affiancate». L’edilizia non può certamente restarne fuori da questa rivoluzione.

Il ruolo dei lavoratori stranieri

Già, ma poi chi fa il carrelista? Il manutentore? E il lattoniere? Sono mestieri che, probabilmente, possono essere scelti da chi sul mercato del lavoro ha minori chance, per esempio i lavoratori arrivati dall’estero.

Secondo i dati del ministero del Lavoro, in Italia la percentuale di lavoratori stranieri nel settore delle costruzioni si attesta tra il 15,5% e il 16,9% del totale degli occupati nel comparto, posizionandosi come uno dei settori con la maggiore incidenza di manodopera immigrata. Il settore edile è superato solo da agricoltura e servizi, con una presenza che arriva a coprire quasi un quinto della forza lavoro totale. Senza contare tutti quelli che non rientrano nella statistica ufficiale.

La categoria degli stranieri è guardata con sospetto e, spesso, è collegata con le problematiche sociali connesse non sempre positive, che effettivamente esistono e incidono. Nei cantieri, però, la manodopera di personale dell’Est Europa o dei paesi arabi è ormai una realtà consolidata. Di più: se improvvisamente sparissero lavoratori e piccole imprese che parlano arabo, rumeno o bosniaco il mercato dell’edilizia entrerebbe in crisi. Tanto vale, insomma, fare crescere chi è disposto a ricoprire ruoli snobbati dai giovani con investimenti e corsi di formazione.

Abbonati ora alla nostra rivista! Scegli tra la versione cartacea o digitale.


Articoli correlati