È un paradosso: anche se mezzo milione di lavoratori nel settore delle costruzioni ha perso il posto in dieci anni, le imprese non trovano il personale sufficiente per le proprie attività. Così sono molte le imprese che premono l’acceleratore sulla formazione
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La buona notizia: a fine 2021, le imprese con lavoratori dipendenti nell’industria e nei servizi che hanno pianificato assunzioni hanno raggiunto la quota del 60%, superando di 1,9 punti percentuali la quota del 2019.
La cattiva notizia: le imprese, in gran parte nel settore costruzioni, non trovano le figure professionali giuste e questo è un handicap proprio nel momento in cui gli oltre 200 miliardi del Pnrr si tramutano in appalti e opere da completare, per non parlare dell’edilizia legata ai vari bonus.
Secondo i dati del sistema Excelsior dell’Unione camere di commercio, il problema è che mancano, per usare una parola di moda, le skill. Le competenze. Lo scorso anno il flusso di assunzioni previsto si è attestato a circa 4,6 milioni di unità sostanzialmente ai livelli pre pandemia (+0,5% rispetto al 2019).
Manca il personale specializzato
Crescono in tutti i settori, insomma, ma sono sempre di più difficile reperimento le ricerche di personale specializzato. Secondo la statistica, la richiesta di operai specializzati ha segnato +13,1% rispetto al 2019, ma con indice a +8,8 per la difficoltà di reperimento.
Più in generale, le difficoltà di reperimento sono in aumento per quasi tutti i profili professionali. I driver principali nella richiesta di personale sono legati alle trasformazioni in atto nelle imprese e, per esempio, si cercano competenze digitali (il 71% delle imprese hanno investito in questo senso nel 2021) oppure figure professionali con competenze per la transizione verso un’economia più sostenibile (il 53% delle aziende investono in competenze green).

La necessità di adattarsi rapidamente alla ripresa economica ha caratterizzato il 2021 e ha modificato la domanda delle imprese con un consistente aumento delle difficoltà nel reperire i profili professionali ricercati.
Un problema che ha riguardato il 32,2% delle assunzioni programmate. E questo indica un incremento di quasi 6 punti percentuali rispetto al 2019 determinato dalla mancanza di candidati nel 16,2% dei casi (+3,6%), o dalla preparazione non adeguata (12,8% delle difficoltà, +1,7%).
In cantiere mancano addetti
Per il settore delle costruzioni il problema è diventato scottante. A maggior ragione se si pensa che, secondo le stime dell’Ance, nell’ultimo decennio hanno perso il posto quasi mezzo milione di lavoratori legati al sistema delle costruzioni.
Nella maggior parte dei casi, però, si è trattato di manodopera non specializzata, che ha trovato una collocazione con altre mansioni altrettanto generiche. E anche chi era in possesso di una qualificazione ha dovuto cercarsi un altro posto di lavoro, oppure reinventarsi.
La conseguenza è che ora in cantiere mancano addetti. Lo testimoniano anche le parole registrate dal Corriere della Sera di Regina De Albertis, presidente di Assimpredil: «A livello nazionale si stima la necessità, per il prossimo futuro, di circa 26 mila persone e, se consideriamo che la Lombardia rappresenta almeno il 20% dell’edilizia italiana, non è azzardato ipotizzare un fabbisogno di oltre 5 mila nuovi addetti».

Ma perché è così difficile trovare chi vuole lavorare nel mondo dell’edilizia, quando l’indice di disoccupazione in Italia resta comunque al 9%? Sempre secondo l’imprenditrice, «c’è una certa disaffezione per il lavoro nelle costruzioni da parte dei giovani, soprattutto italiani».
Sono soprattutto stranieri, infatti, i giovani arruolati in cantiere. Ma se, grazie a questo espediente, le imprese riescono a tenere basso il costo del lavoro, dall’altro ne pagano le conseguenze a causa di professionalità che spesso, per usare un eufemismo, non sono sviluppate.
Superare lo scoglio non è facile, anche con iniziative come quelle legate alla campagna di informazione organizzata a Milano da Assimpredil, con l’assessore all’Urbanistica del Comune Piefrancesco Maran e quello alle Politiche per il lavoro Alessia Cappello. A inizio febbraio, per esempio, è stato organizzato il primo open day rivolto ai ragazzi della zona San Siro (un quartiere ad alto tasso di immigrazione e di baby gang).
«Vogliamo far conoscere le attività che si svolgono dentro e attorno a un cantiere, in un settore decisivo per l’economia, vale il 20% del Pil, e per la transizione ecologica», ha aggiunto De Albertis. Basterà?
Le figure più difficili da reperire
I dati forniti dalla banca dati Excelsior confermano le difficoltà per edilizia e dintorni: la mancanza di candidati, segnala la statistica, è il motivo della difficoltà maggiormente indicato dalle imprese (22,2%), seguito dalla preparazione inadeguata (13,4%). E a incontrare le maggiori difficoltà di reperimento sono le imprese delle costruzioni (53,3% dei profili ricercati), seguite dalle industrie del legno e del mobile (53,0%).
In particolare, le figure più difficili da reperire sono i tecnici informatici, telematici e delle telecomunicazioni (68,1%), ma anche gli attrezzisti, operai e artigiani del trattamento del legno (67,9%), i fonditori, saldatori, montatori carpenteria metallica (62,4%), gli artigiani e operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (62,3%) e gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali (61,9%).

Come si regolano le aziende di fronte a queste difficoltà? Tra le azioni intraprese, la più comune è quella di assumere figure con competenze solo simili rispetto a quelle ricercate, per poi formarle in azienda: è la soluzione adottata nel 38,6% dei casi.
Ma non solo: nel 17,2% dei casi le imprese affronteranno la difficoltà di reperimento offrendo una retribuzione superiore rispetto alle condizioni contrattuali mediamente proposte per il profilo ricercato.
Come accennato, specialmente nel settore delle costruzioni la percentuale di stranieri è sempre più consistente. A gennaio, per esempio, nel complesso sono stati 73 mila i contratti proposti a lavoratori immigrati, pari al 16% del totale entrate programmate. Ed è salita di 27 mila unità la richiesta di immigrati rispetto allo scorso anno (+59,1%), quando gli ingressi programmati sono stati circa 46 mila, con un incremento di circa 11 punti percentuali anche della difficoltà di reperimento (47,0% rispetto al 36,3% di 12 mesi fa).
Trasporto e logistica sono tra i settori terziari a maggiore domanda di lavoratori immigrati (ciascuno con circa 11 mila entrate previste). Naturalmente, chi può corre ai ripari con iniziative interne all’azienda.
Investire in formazione: la scuola di mestieri Webuild
Per esempio, il maggiore gruppo del settore costruzioni, Webuild, ha già deciso di investire in grande stile sulla formazione. «Stiamo lavorando a una scuola di mestieri per costruire le competenze specialistiche per noi più preziose, contribuendo a formare una nuova generazione di operai specializzati. Per fare l’Italia del futuro, bisogna prima fare i lavoratori di domani, ma occorre farlo adesso», ha annunciato al Sole 24Ore Pietro Salini, amministratore delegato del colosso (ex Salini Impregilo più Astaldi).
Il gruppo, infatti, stima di avere bisogno di circa 3 mila operai specializzati per i prossimi tre anni, con un potenziale di circa 9 mila assunzioni. È l’effetto Pnrr. Ma l’idea è di creare una base di addetti con una specializzazione utile al business, non di semplice manodopera non qualificata.
Webuild ha quindi ideato il progetto Scuola di mestieri. Il primo anno scolastico è focalizzato, per così dire, sulla formazione di operai per lo scavo in tradizionale e scavo meccanizzato realizzato attraverso le Tunnel boring machine, le talpe che servono per costruire i grandi tunnel.
L’azienda ha previsto un periodo di formazione in aula accompagnato da un altro in cantiere, con una formazione di circa sei mesi. Addetti senior sono incaricati di trasferire le proprie competenze.
Senza tralasciare il tema della sicurezza in cantiere, un altro problema caldo per chi lavora in cantiere senza una precisa formazione.
Anche se in scala più ridotta, anche altre imprese sono attive nel processo di formazione. Nel settore della lattoneria, per esempio, in Alto Adige c’è una scuola professionale di lattoneria, ma anche imprese come Prefa o Mazzonetto (per citarne un paio) sono da tempo impegnate in campo formativo, senza dimenticare che l’associazione di categoria, Pile, ha da ta tempo organizzato corsi professionali di qualificazione per la categoria.
Resta, comunque un gap tra domanda e offerta difficilmente colmabile in poco tempo. «La ripresa dell’economia porta con sé una ripresa anche per l’occupazione. Ma permane il gap tra domanda e offerta di lavoro che ha diverse ragioni. Per i profili più qualificati c’è indubbiamente una carenza numerica ed è fondamentale per questo lavorare sull’orientamento all’interno dei percorsi scolastici», commenta il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. «Per i profili meno qualificati, invece, un tema chiave è quello dell’esperienza e occorre insistere sulla utilità per i giovani di avere, già dalla scuola, un primo contatto con il mondo del lavoro e di sperimentare sul campo le proprie inclinazioni e abilità».
E se la soluzione fosse assumere un robot?
E se la soluzione fosse assumere un robot? Secondo Nicola O’Bryne (nella foto), marketing manager del team di mobilità autonoma all’interno della Business Unit Automotive di Analog Devices, è un’idea da non sottovalutare.
In una lunga analisi la manager spiega che prima dell’inizio di questo decennio, erano già in atto sforzi per ampliare l’adozione della tecnologia robotica. I robot venivano installati in numero sempre maggiore, soprattutto nelle fabbriche, ma più ampiamente anche nei laboratori scientifici, nei magazzini e nelle strutture logistiche, e persino in settori tradizionalmente molto dinamici come l’orticoltura.
Successivamente, nel marzo 2020, questi sforzi hanno dovuto improvvisamente raddoppiare con l’insorgere della pandemia di covid. La nuova normalità dettata dalla crisi del coronavirus ha imposto la necessità del distanziamento sociale nei luoghi di lavoro, ha aumentato il volume delle transazioni di e-commerce nonché la domanda di servizi di fulfilment, e ha mostrato all’industria quanto le sue supply chain lontane e globalizzate fossero sorprendentemente fragili. Pertanto la robotica ricopre un ruolo importante nella risposta dell’industria a questi fenomeni indotti dal coronavirus.
Secondo la manager, «sappiamo in base all’esperienza del mondo reale che i robot sono enormi potenziatori di produttività sulle linee di produzione di fabbrica. Gli utilizzi classici dei robot comportano l’impiego di macchine grandi e costose, che per l’installazione, la messa in funzione e la programmazione, richiedono settimane. Da quando la pandemia di coronavirus ha avuto inizio, abbiamo constatato un crescente interesse nell’impiego di nuove tipologie di robot, compresi i robot collaborativi, noti come cobot. Le assenze per malattia o autoisolamento rendono più difficile pianificare i turni di lavoro e la necessità di distanziamento sociale sul posto di lavoro significa che in alcuni ambienti i datori di lavoro non possono usufruire di tutto il team di lavoratori. Robot o cobot offrono il potenziale per prendere in mano la situazione».
Secondo O’Bryne, questa nuova ondata di automazione si può riassumere come segue: le organizzazioni innovative stanno trovando nuovi modi per automatizzare che richiedono nuovi tipi di robot e nuove competenze dei loro operatori.
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